Alla fine degli anni Cinquanta, in una Milano deserta di mezz’agosto, il caso fa incontrare due giovani donne molto diverse tra loro. Cecilia, nata e vissuta in un paese toscano, ha saputo che le restano pochi mesi di vita, a causa di un tumore. Ha lasciato casa e marito ed è venuta a Milano con la sua bambina per farsi visitare da un famoso professore, che però è in vacanza. Vagando senza meta per la città con la figlia, incontra un’altra donna, che vive a Milano e fa il medico con un’attenzione per il prossimo che è razionale ma anche affettiva. Tra le due nasce spontanea una simpatia che presto si trasforma in una sorta di amicizia. Per la dottoressa questo rapporto insolito, non professionale, è un’occasione per riflettere sulla malattia, sulla scienza, sulla medicina, sull’impegno politico, sul valore della vita individuale e sulla morte. Per la provinciale Cecilia la grande città rappresenta un luogo magico dove può accadere l’impossibile. La donna inizia così un gioco a rimpiattino con la morte, dimostrando un ostinato, mai passivo, anzi oscuramente astuto legame con l’esistenza, sfuggendo alla pietà per seguire un proprio tergiversante percorso. Ma la grande città è popolata anche da esseri maligni e prevaricatori, e persino da “streghe” pronte ad approfittare della sua situazione disperata. In occasione della pubblicazione di questo suo primo romanzo, vincitore del Premio Pozzale nel 1963, Laura Conti affermò di aver voluto sottrarre il malato inguaribile “alla concezione comune che di lui si ha come di una persona senza più possibilità di vivere storia, di fare storia, ma solo di morire”.
Veľmi som chcela, aby sa mi kniha páčila, ale unavovala ma obsedantná sebestrednosť hlavnej postavy/rozprávačky. Zdá sa, že príbeh chce byť o chorej Cecílii - v skutočnosti je ale o lekárke, ktorá Cecíliu stretáva, keď je najzraniteľnejšia. Je o jej vlastnom vnímaní, radách, obavách, predpokladoch (často mylných). Je po krk ponorená do vlastných projekcií a interpretácií... a tie ma, priznávam, nezaujímali do takej miery, aby som prelomila odstup, ktorý vo mne rozprávačka svojím prejavom vyvolala.
Táto kniha mi nejakým spôsobom "učarovala" na prvý pohľad.. príbeh bol dojímavý a napínavý no opis a štýl písania bol pre mňa náročný a nevedela som si ju tak "užiť" .. treba ju čítať fakt pomaly a rozmýšľať nad každou vetou preto jej stačí aj 144 strán.. nuž som viac asi na oddychovky :)
“Cecilia e le streghe” di Laura Conti, vincitore del Premio Pozzale nel 1963.
Trama: Alla fine degli anni Cinquanta, in una Milano deserta di mezz'agosto, troviamo Cecilia, nata e vissuta in un paese toscano, ha saputo che le restano pochi mesi di vita, a causa di un tumore. Ha lasciato casa e marito ed è venuta a Milano con la sua vivace bambina, Tea, per farsi visitare da un famoso professore, che però è in vacanza. Incontra una donna, un medico che si offre di aiutarla. Tra le due nasce una simpatia che presto si trasforma in amicizia. Per la dottoressa questo rapporto insolito, non professionale, è un'occasione per riflettere sulla malattia, sulla scienza, sulla medicina, sul valore della vita individuale e sulla morte. Il loro legame viene minato da donne maligne, definite “streghe” pronte ad approfittare della sua disperata situazione. Infatti Cecilia cade vittima di trafficanti di droga che estorcono ricette mediche a malati terminali.
È una storia straziante piena di pathos ma non mi ha convinto lo stile della narrazione. Risulta lento e angoscioso, così come il procedere della malattia che sta distruggendo la giovane protagonista, e forse è proprio questo l’intento dell’autrice, ricreare l’atmosfera inquieta e sofferente con questo ritmo, ma io non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo. Racchiude un tema così delicato che io non mi sento all’altezza di poter affrontare.
Vi lascio un estratto della postfazione di Laura Conti:
La nuova edizione di questo romanzo edito @fandango esce poco dopo la raccolta delle firme per il referendum che punisce l’eutanasia e due anni dopo che la Corte Costituzionale ha stabilito ed escluso la punibilità di chi, in determinate condizioni agevola il suicidio di un malato, purché questi sia in grado di prendere decisioni libere e consapevoli.
L’io narrante da un lato afferma il diritto al suicidio e rifiuta l’idea che la vita appartenga “ad altri che a chi là vive" dall'altro esclude che il medico possa decidere di dare la morte anche su insistenza del malato, perché "dovrebbe assumersi la responsabilità di stabilire se il malato sia in condizioni psichiche di libero giudizio e libera volontà".
Porovnavat utrpenie jednotlivca, da sa? Ten, co preziva bolest ci ten, co suciti, kto trpi viac? Kto ma vacsie stastie pri umierani? Kolektivna smrt ci individualna? Conti navadza citatela sa nad tymito otazkami trocha pozastavit, zamysliet.