Esegesi dello squallore: un unbildungroman nella cattolica Irlanda
L’opera di Flann O’Brien, scrittore alcolico irlandese ed esponente eccentrico del modernismo, ha accompagnato il mio immaginario letterario sin da quando lo scoprii nei primi anni ‘90, leggendo Il terzo poliziotto, nonostante il fatto che, avendo scritto pochi romanzi (fu soprattutto un giornalista), mi sia accostato alla sua opera solo saltuariamente: ancora al secolo scorso risale la lettura di Una pinta di inchiostro irlandese, e solo dopo una lunghissima pausa affrontai L’archivio di Dalkey. Con Vita dura aggiungo un altro gradino a questa corta scala, che si completerà – chissà se e quando – con La miseria in bocca, ultimo dei suoi romanzi ad apparire negli scaffali della mia libreria. Oltre a questi cinque romanzi e ad un sesto che lasciò incompiuto, di suo vi è poco altro: un paio di commedie, edite meritevolmente in italiano da Bonacci nel 1984 in un volume miracolosamente ancora disponibile; alcuni racconti, a suo tempo pubblicati anche in Italia; infine gli articoli densi di satira sociale e di costume scritti con lo pseudonimo di Myles na gCopaleen per la rubrica Cruiskeen Lawn che tenne sull’Irish Time dagli anni ‘40 alla morte, avvenuta nel 1966, dei quali un paio di selezioni sono state edite anche nel nostro Paese. Si suppone che egli sia stato anche l’autore, tra il 1946 e il 1952 con lo pseudonimo di Stephen Blakesley, di otto delle avventure del detective Sexton Blake, un personaggio della letteratura popolare inglese dalla lunga vita editoriale, e di altre opere, impiegando diversi altri nom de plume. Anche Flann O’Brian del resto era uno pseudonimo, essendo Brian O'Nolan il vero nome dello scrittore.
Vita dura, analogamente a L’archivio di Dalkey, appartiene all’ultima fase della vita di Flann O’Brien, essendo stato pubblicato nel 1961; questo dato si riflette sulla modalità espressiva utilizzata dall’autore, che appare molto più convenzionale di quella utilizzata nei due romanzi d’anteguerra, i già citati Una pinta di inchiostro irlandese, uscito nel 1939, e Il terzo poliziotto, la cui scrittura risale al 1939-40, pur essendo stato pubblicato, postumo, solo nel 1967, nei quali una prosa immaginifica, colloquiale e con improvvisi cambi di ritmo e tono richiama subito alla mente il grande mentore culturale di O’Brien, ovvero James Joyce.
Qui invece – soprattutto a mio avviso perché il modello cui attinge lo scrittore, sia pure con l’intento di stravolgerlo, è quello del romanzo di formazione di tradizione sette-ottocentesca - il ritmo della narrazione procede in un modo uniformemente scoppiettante, se così si può dire, affidato come è ad un narratore in prima persona che racconta la sua infanzia e prima giovinezza a Dublino.
Il ragazzo si chiama Finbarr, ed ha un fratello di cinque anni più anziano di lui, di nome Manus, anche se usualmente nel testo il narratore lo chiama il fratello. Si deve subito notare che i due ragazzi portano nomi tradizionali irlandesi: Finbarr fu infatti uno dei monaci che diffuse il cristianesimo in Irlanda nel VII secolo, venendo per questo santificato, mentre Manus (che pure deriva dal latino Magnus) è nome introdotto sull’Isola Verde nell’alto medioevo dai Norreni.
Le vicende narrate iniziano nel 1890, quando Finbarr ha cinque anni e, già orfano di padre, perde anche la madre. I due ragazzi, rimasti soli, vanno a vivere da Mr. Collopy, un ormai anziano fratellastro della loro madre. Rimasto da tempo vedovo, vive con una figlia, Annie, e Mrs Crotty, anch’essa vedova. Non si sa se i due siano effettivamente sposati, anche perché hanno l’abitudine di chiamarsi l’un l’altro utilizzando il cognome.
Mr Collopy passa le giornate su una vecchia poltrona, in un angolo della cucina seminterrata dell’appartamento dublinese in cui vive, sorseggiando whiskey da un recipiente che egli chiama la brocca e ingaggiando lunghe discussioni sulla società irlandese e sulla chiesa con un gesuita tedesco, padre Kurt Fahrt. Si verrà a sapere che Mr. Collopy è a capo di un comitato che si batte per dotare la città di orinatoi pubblici, soprattutto a beneficio delle donne, che secondo lui a causa dell’impossibilità di soddisfare i propri bisogni ”muoiono come le mosche per la strada”. Più volte si è recato in municipio e ha scritto molte lettere per sollecitare l’amministrazione cittadina a risolvere il problema, senza però ottenere nulla.
Sia Manus sia, poco tempo dopo, Finbarr vengono mandati a scuola, entrambi in istituti cattolici, anche se stranamente non nello stesso. Qui conosceranno l nozionismo e la noia dell’insegnamento ma soprattutto le punizioni corporali, impartite usando la correggia, ”un insieme di fibre [di pelle] intrecciate in modo da formare un aggeggio rigido e grosso quasi quanto una mazza, che rimaneva però flessibile quel tanto che basta a non rompere le ossa della mano”.
Giunto all’età di undici anni, un giorno mentre sta tornando dalla scuola Finbarr vede il fratello camminare per aria sopra il giardino di casa e rientrare in casa dalla finestra della camera. Stupefatto e credendo di trovarsi di fronte ad un fenomeno soprannaturale va dal fratello, che gli mostra una fune tesa tra la finestra e un vicino albero: sta imparando a fare il funambolo. Oltre alla fune ha acquistato una piccola e vecchia stampatrice, perché ha intenzione di vendere per corrispondenza in Inghilterra un manuale per imparare a camminare sulla fune, spacciandolo come scritto da Mr Latimer Dodds, trapezista e funambolo in pensione ed edito a cura del G.G.G., Ginnasio Ginnico Georama. In breve inizia a ricevere numerosi vaglia postali dai clienti. Manus amplia presto la sua attività imprenditoriale, vendendo come editi da fantomatici istituti, società e case editrici, che fanno sempre capo a lui, manuali e corsi sulle più svariate attività, il cui contenuto egli elabora da volumi che consulta nella biblioteca pubblica. In seguito abbandonerà la scuola, scontrandosi per questo con Mr Collopy, e si trasferirà con la sua attività a Londra, avendo successo successo. Mi pare opportuno riportare integralmente il passo con l’elenco dei corsi offerti dalla London University Academy, sulla cui carta intestata Finbarr riceve una lettera dal fratello, in quanto dà un’idea della comicità e della fantasia rabelaisiana dell’autore: ”Boxe, Lingue Straniere, Botanica, Pollicoltura, Giornalismo, Arte Decorativa, Archeologia, Nuoto, Oratoria, Dietetica, Cura della Pressione Sanguigna, Jujitsu, Scienze Politiche, Ipnotismo, Astronomia, Medicina Domestica, Lavori a Intaglio su Legno, Acrobazia e Funambolismo, Arte di Parlare in Pubblico, Musica, Prevenzione Dentale, Egittologia, Cure Dimagranti, Psichiatria, Ricerca Petrolifera, Ingegneria Ferroviaria, Rimedio Contro il Cancro, Cura della Calvizie, La Grande Cuisine, Bridge e Altri Giochi di Carte, Atletica Leggera, Prevenzione e Cura della Foruncolosi, Gestione di Lavanderia, Scacchi, Orticoltura, Pastorizia, Incisione ad Acquaforte e a Puntasecca, Produzione di Salsicce Nostrane, Capolavori dell’Antichità, Taumaturgia per Tutti; più altre materie di cui non riuscivo a comprendere esattamente il senso. A quale corpo di studi faceva riferimento, ad esempio, una materia intitolata Le Tre Palle? O Pampendarismo? O Coltivazione dell’Agresto?”
Oltre ai corsi, l’Academy vende anche pozioni medicinali, tra le quali si segnala l’Acqua Gravida, che avrà un ruolo non indifferente nel prosieguo delle vicende narrate, le quali raggiungono il loro acme quando Mr Collopy parte per Roma dove, grazie all’intraprendenza di Manus e alle aderenze di padre Fahrt, riuscirà ad essere ammesso in udienza privata da Papa Pio X, al quale esporrà il grande progetto della sua vita. L’udienza, raccontata dettagliatamente in una delle lettere a Finbarr del fratello, è un capolavoro di comicità, anche se nella traduzione in parte si perde l’effetto comico dato dal fatto che il pontefice si esprime in un misto di italiano e latino. Con le anticipazioni sulla trama ci si può fermare qui.
Come spesso capita nelle traduzioni italiane, anche in questa è stato omesso il sottotitolo, che recita An Exegesis of Squalor: lo squallore è infatti la cifra che domina il romanzo. È squallida la casa di Mr Collopy, è squallido il cibo che vi si mangia, è squallido lui, sia nell’aspetto, minuziosamente descritto in uno dei primi capitoli, sia nel comportamento, spaparanzato come sempre se ne sta sorseggiando whiskey; è squallido padre Fahrt, difensore d’ufficio delle atrocità commesse dalla chiesa cattolica, alle prese con una psoriasi che lo costringe a grattarsi continuamente e dedito al vizio della pipa; è squallida Annie, che finirà per divenire una prostituta, ed è squallido anche Manus, che di fatto costruirà le sue fortune economiche con l’imbroglio.
Mr Collopy e Manus, i due personaggi principali del romanzo, rappresentano anche, nelle loro sfaccettature caratteriali, il collegamento tra lo squallore individuale e quello sociale oggetto della denuncia di O’Brien. Il primo è il perfetto rappresentante della ristrettezza mentale irlandese già denunciata da James Joyce. È un tradizionalista il cui nazionalismo si esprime in ambiti marginali e di facciata: si congratula con i nipoti per i loro nomi irlandesi, e poco dopo afferma che gli unici sport degni di essere praticati sono quelli tradizionali irlandesi. È politicamente strabico, tanto che i problemi della sua terra e della sua città – non si dimentichi che il romanzo è ambientato prima della conquista dell’indipendenza – si riducono per lui alla necessità di realizzare gabinetti pubblici per donne. È anche ipocrita, in quanto il fatto di dichiararsi privatamente, conversando con padre Fahrt, molto critico nei confronti della chiesa non gli impedisce di mandare entrambi i nipoti in scuole confessionali. Inoltre è significativo della pruderie irlandese del tempo che per tutto il romanzo egli alluda con circonvoluzioni semantiche al fatto che oggetto della sua battaglia sia la necessità umana di urinare.
Quanto a Manus, è proprio il suo essere un imbroglione che gli consente di divenire un imprenditore di successo, tanto più di successo quanto più l’imbroglio assume forme industriali, come visto sopra. A differenza di Mr Collopy, Manus è squallido ma spregiudicato, ed ha compreso appieno sia lo spirito mercantile del tempo sia la psicologia della gente comune. Per inciso, quanti Manus ci circondano oggi, sotto forma di aziende che basano la propria fortuna sulla circonvenzione delle loro prede, ovvero noi, utilizzando pratiche perfettamente legali, anzi fatte oggetto di distinzione in un mondo tardocapitalistico che fa della mercificazione di ogni aspetto della vita e della competizione sfrenata i pilastri della propria essenza ultima?
In una esegesi dello squallore irlandese (ma non solo) non poteva sicuramente mancare una dura critica alla chiesa cattolica, che emerge soprattutto, come già accennato, nei lunghi colloqui tra Mr Collopy e padre Fahrt, intervallati da generosi sorsi di whiskey. Collopy in queste sedute si fa latore di riflessioni che attengono all’ipocrisia di religiosi che esaltano la sofferenza (degli altri), al rapporto della chiesa con la riforma luterana, agli orrori perpetrati dall’inquisizione spagnola e dai Domenicani, alla contraddittoria storia dei Gesuiti, alla dissolutezza di papi e vescovi dell’antichità (solo di quella?). Le risposte di padre Fahrt alle obiezioni del suo interlocutore in genere non sono tali, in quanto si basano semplicemente sull’affermazione che siano false in quanto la chiesa è ed è stata intrinsecamente sempre nel giusto. L’intento dissacratorio di O’Brien nei confronti della chiesa emerge di fatto sin dal nome che egli attribuisce al gesuita tedesco, e raggiunge il suo climax nella figura di papa Sarto, che O’Brien delinea come un vecchio scorbutico, incapace di ascoltare le pur bislacche ragioni di Mr Collopy. Relativamente al nome irriverente attribuito al gesuita tedesco, una nota a piè di pagina informa il lettore che O’Brien sperava in questo modo di suscitare l’attenzione della censura per il libro, in modo da aumentarne le vendite, cosa che non si verificò; nonostante ciò il romanzo ebbe un immediato ottimo successo commerciale e di critica. Oggi invece pare che la critica tenda ad essere piuttosto severa con Vita Dura, sottolineandone in particolare i difetti rispetto alla precedente produzione dell’autore e il fatto che la sua critica alla chiesa sarebbe stata già fuori tempo massimo nell’Irlanda degli anni ‘60.
Se su quest’ultimo punto non concordo, in quanto a mio avviso ancora oggi la chiesa esercita in molti paesi di area cattolica un’influenza politica e morale attorno alle quali è sempre bene discutere, ritengo che in parte si possano condividere le critiche relative alla prosa di O’Brien, che come detto è piuttosto convenzionale; credo però che tale aspetto debba essere contestualizzato.
Come accennato, per la sua esegesi lo scrittore irlandese utilizza l’involucro di un nobile filone letterario: il bildungroman, de-costruendolo attraverso le memorie di un bambino/ragazzo che si esprime al passato, scrivendo quindi quando ormai è presumibilmente adulto. Egli però narra recuperando il suo modo di vedere le cose mentre avvenivano, in particolare tutta la sua innocenza, il suo stupore e la conoscenza solo parziale del mondo degli adulti. Ciò è particolarmente evidente sin dalle primissime pagine, che narrano il suo modo di percepire la morte della madre, e tale impostazione rimane coerente per tutta la narrazione. Se Joyce e i suoi Dubliners possono aver ispirato le atmosfere lungo cui si muove il romanzo credo si possa dire che O’Brien si sia rifatto soprattutto Charles Dickens, citato in una delle ultime pagine e come del resto il titolo lascia intuire. Il combinato-disposto di un modello letterario ottocentesco e di una narrazione affidata ad una penna infantile non poteva che portare, a mio avviso, ad una prosa più convenzionale rispetto agli sperimentalismi linguistici d’anteguerra, che peraltro avrebbero potuto - questi sì - apparire fuori tempo massimo rispetto ad un panorama culturale ormai profondamente mutato. Del resto, a riprova di ciò, e forse di un intento più commerciale dei suoi ultimi romanzi, giunti dopo un ventennale silenzio dovuto anche alla mancata pubblicazione de Il terzo poliziotto, una prosa analogamente piana la si ritroverà nel successivo L’archivio di Dalkey.
Pur con i suoi limiti Vita dura rimane un romanzo graffiante e godibile, supportato dalla bella traduzione di Daniele Benati, cui si può forse addebitare solo l’aver reso con un approssimativo effettivamente il seemingly spesso usato dalla laconica Annie.
Il romanzo si chiude, caso forse unico nella storia della letteratura, con il protagonista che vomita nella toilette di un pub, perfetta sottolineatura del fatto che, completata l’esegesi dello squallore, al giovane Finbarr non resta che tentare di liberarsi delle sue scorie, avviandosi verso un futuro che il lettore non conoscerà, ma che verosimilmente non sarà molto diverso da quanto lo ha preceduto.