Un uomo e una donna, due ex militanti rivoluzionari, probabilmente non più giovani condividono una camera, una condizione claustrofobica e soprattutto un letto, trasformato in un luogo della memoria, che lui non abbandona praticamente mai, ”Siamo una cellula, un’unica cellula clandestina segregata nella stanza, con un’uscita controllata e circospetta per la cucina o il bagno”. Mentre lui vuole dimenticare, lei, che è anche la narratrice, ricorda: una vita fatta di organizzazione politica, di analisi, ma anche di carcere e tortura, una vita in cui è prevalso il pubblico fino alla morte del figlio che ha decretato l’irruzione del privato e la fine della militanza.
La segregazione nella camera, come forma di isolamento, è un po’ un’uscita dalla Storia; da un lato, dimenticare è cedere al “Patto dell’oblio” che ha accompagnato la transizione dalla dittatura alla democrazia, ”Non puoi dormire, dici, ma non fai altro che dormire come se il mondo fosse già finito e non avessi nessun obbligo eni suoi confronti”, dall’altro, ricordare è anche fare i conti con i fantasmi del passato: gli errori, gli scomparsi e i morti senza nome. Fantasmi che provano a condividere lo stesso letto dei ricordi, ”Sono qui, quasi stremati sul pavimento e nonostante il loro stato catastrofico tentano di infilarsi nel letto con me, la terza cellula non mi ha ancora perdonato.”
E i fantasmi, come i ricordi, appartengono a un tempo dilatato, indefinito, crudele nel mostrare illusioni e fallimenti, ”Ormai sono trascorsi, in qualche modo cinque decenni (no, no, no, mille anni), Cinque decenni che si sono trascinati senza offrire altro che un calcolo assolutamente precario del tempo, del mio, del nostro tempo. Intrappolati negli ultimi cinque decenni che hanno dovuto contenerci. […] Così è, dato che dentro, nella miseria di ciascun decennio o nei loro effimeri fati e persino nelle loro aree più amorfe, ci siamo radicati in modo così scarso, ma così scarso, da risultare indecifrabili. A dire il vero abbiamo schivato la realtà di ciascun decennio, abbiamo potuto soltanto far parte del suo perimetro come infimi roditori perennemente in fuga.”
E chissà che non siano anche lei e lui delle presenze fantasmatiche, lei che non riesce a capire se il piede o la gamba siano suoi o appartengano a lui, quasi come ossa senza nomi degli scomparsi, ”Mia, ti dico, la gamba è mia, il ginocchio il suo osso e la caviglia che termina dove inizia il piede, la sensazione di avere una gamba ogni volta che si verifica un movimento, la certezza di giacere con la gamba nel letto. No, mi dici, è la mia e lo fai con un tono che sfiora la supplica, lascia tranquillo il mio corpo, sono così stanco, lasciami in pace, lasciami perlomeno questa gamba che ancora mi appartiene”, lei che forse è morta di parto, ”Morimmo durante un parto atroce. Non riuscii a dare alla luce il secolo che arrivava. Il bambino, il mio, nacque morto dopo la mia morte. Un parto sterile” o forse morta per mano di lui, ”ti ha ucciso con una tremenda bastonata sulla testa che ti ha spaccato il cranio, poi ti ha spezzato le mani.”