Verso la fine degli anni Novanta, l’epidemia causata da oppioidi era già una realtà in molte zone degli Stati Uniti. L’incremento di morti per overdose e di persone dipendenti (sia malati che utilizzavano farmaci con ricetta medica sia tossicodipendenti che ne abusavano in modo inappropriato) coincise con l’immissione sul mercato nel 1996 di un narcotico denominato OxyContin.
Nelle regioni colpite la stampa locale si occupava della crisi ormai da qualche anno, tuttavia l’interesse nazionale fu suscitato dagli articoli di Barry Meier apparsi sul “The New York Times” all’inizio del 2001.
Il 9 febbraio, in collaborazione con Francis X. Clines, il giornalista pubblicò sul quotidiano “Cancer Painkillers Pose New Abuse Threat” (“Antidolorifici oncologici espongono al rischio di abuso”), un pezzo che illustrava abusi e traffici illeciti in molte regioni – una situazione drammatica in termini sanitari e sociali. Poco dopo, Meier e la collega Melody Peterson si occuparono della retata antidroga in cui furono arrestate oltre duecento persone per possesso o vendita illegali di OxyContin: era il 1° marzo 2001, e da quel momento l’epidemia divenne notizia da prime pagine nazionali.
Nel corso dell’anno il “Times” continuò a pubblicare articoli sull’argomento ignorando le rimostranze e l’indignazione di Purdue Pharma (il produttore di OxyContin); ma quando, nel 2003, uscì il libro di Meier “Pain Killer: A «Wonder» Drug’s Trail of Addiction and Death”, la redazione del quotidiano cambiò improvvisamente atteggiamento – la testata stava subendo una crisi di credibilità a causa del comportamento gravemente scorretto di un altro reporter – informando l’autore che non avrebbe più proseguito con la stampa delle sue inchieste.
Dopo essere finito fuori catalogo, “Pain Killer” è tornato disponibile in una nuova edizione aggiornata al 2018.
La cronaca dei primi anni di emergenza, durante i quali medici di base, autorità e forze dell’ordine locali tentavano inutilmente contrastare il diffondersi dell’epidemia, è arricchita dal punto di vista di tre persone che ne furono direttamente coinvolte:
- Art Van Zee, medico di una cittadina rurale della Virginia occidentale, che assiste con crescente preoccupazione a una situazione che sta sfuggendo di mano; per non recare danno ai malati oncologici ritiene che OxyContin non debba essere ritirato dal mercato, ma si dà da fare in tutti i modi affinché Purdue Pharma modifichi la propria strategia di marketing e la composizione chimica del farmaco.
- Lindsay Myers, studentessa appartenente a una delle famiglie più ricche della zona, al secondo anno presso la Lee County High School e capitana delle cheerleader della squadra di football della scuola, che prova il narcotico a sedici anni a scopo ricreativo e si trova ben presto preda di una dipendenza rovinosa.
- Laura Nagel, agente della DEA promossa nel 2000 a capo dell’Ufficio Vigilanza sulla Diversione, la quale, pur contraria anche lei al ritiro di OxyContin, intraprende subito una lotta contro le resistenze della sua agenzia (e lo scarso interesse della FDA) per mettere l’industria farmaceutica di fronte alle proprie responsabilità.
Purtroppo nel corso della narrazione le vicende di Art, Lindsay e Laura sfumano perdendosi nell’evoluzione della cronaca con le rivelazioni successive alla prima edizione del libro; è probabile che nel frattempo la loro esperienza con OxyContin e l’epidemia si sia conclusa, ma non è dato sapere (in ogni caso l’autore li ricorda nella pagina dedicata ai ringraziamenti, sostenendo che senza la loro partecipazione e pazienza “questo libro non sarebbe mai stato scritto”).
Una delle cause dell’epidemia è individuata nelle informazioni scorrette (o non suffragate da prove scientifiche) contenute nel foglietto illustrativo di OxyContin, colpevolmente approvate dall’ente federale preposto (FDA), vale a dire l’affermazione che il prodotto avesse una minore capacità di creare dipendenza.
Inoltre, e diversamente da quanto affermato dal produttore, il farmaco in realtà non era molto diverso da altri antidolorifici oppioidi in commercio: infatti, la reclamizzata cessione graduale del principio attivo fu subito neutralizzata da molti utilizzatori, che avevano imparato a frantumare le compresse per sniffarle o scioglierle per iniettarsele (un procedimento già sperimentato dai consumatori col prodotto precursore, MS Contin, e ben conosciuto dai vertici della casa farmaceutica nonostante i continui dinieghi).
Un’altra tesi sostenuta dall’autore è quella che OxyContin – che se non fu l’unico responsabile della crisi vi ebbe certamente un ruolo di primo piano – non avrebbe avuto un tale successo se alla sua immissione sul mercato non avesse trovato un ambiente favorevole, un terreno preparato da decenni di campagne pubblicitarie mirate a stravolgere il concetto di lotta al dolore da parte delle aziende di settore appartenenti al variegato impero della famiglia Sackler.
A tale scopo è riassunto nel libro il lavoro del giornalista John Lear, che tra il 1959 e il 1962 su “The Saturday Review” pubblicò inchieste che mettevano in evidenza la crescente interdipendenza tra produzione e promozione dei farmaci – e ne auspicavano un controllo e una regolamentazione. Lear indagò anche sul conflitto d’interessi nelle varie attività dei fratelli Sackler ma non riuscì mai trovarne le prove (quarant’anni dopo le evidenze processuali avrebbero dimostrato che aveva ragione). E Meier gliene rende merito: “I suoi articoli […] sull’industria farmaceutica sono ormai un classico e dovrebbero essere letti da ogni giornalista e in ogni corso di educazione civica. Uno dei vantaggi di aver lavorato a questo libro è stato la possibilità di scoprirli.”
Secondo l’autore, un testo fondamentale per inquadrare l’opera di preparazione dei medici e delle masse al consumo di narcotici è “The American Connection” di John Pekkanen (1973), di cui viene citato un estratto illuminante:
“Tutta la campagna dell’industria farmaceutica negli anni Sessanta per i farmaci che agiscono sul tono dell’umore mirava a dilatare fino all’assurdo la definizione della malattia, arrivando a includere ogni nervosismo, ogni seccatura, ogni sia pur vago problema si incontra nella vita quotidiana. Ognuno di noi era un candidato pronto a diventare un consumatore.
[…] La campagna pubblicitaria sulle riviste mediche puntava a coprire qualsiasi problema potesse essere riportato al dottore durante una visita: tensione, ansia, spasmi muscolari, perfino una situazione chiamata «intervalli», definita come quello stato d’ansia in cui ci si chiede cosa di male possa accadere in futuro. Tachicardia, prostrazione, dispnea, irregolarità mestruali, vampate, timore e depressione erano tutti candidati ideali per l’assunzione di tranquillanti, stimolanti, sedativi o antidepressivi, o tutti quanti.
C’era una soluzione chimica per ogni cosa.”
Se le autorità preposte avessero prestato maggiore attenzione agli interrogativi suscitati da più parti è molto probabile che gli oppioidi sarebbero stati utilizzati soltanto da chi ne avesse avuto realmente la necessità e milioni di persone non sarebbero decedute o rimaste intrappolate nella dipendenza.
Ma John Lear e John Pekkanen facevano parte di un ristretto novero di persone che si trovò a sfidare una potenza farmaceutica; il loro lavoro fu facilmente reso ininfluente e inutile.
E così un entusiasta Raymond Sackler, uno dei fondatori dell’impero finanziario proprietario di Purdue Pharma, poté dichiarare:
«OxyContin è il nostro biglietto per la luna.»