Per me è un grande no.
Premessa: l’obiettivo dell’autore è quello di raffigurare la vita di Charles Baudelaire, eccessiva in ogni sua parte. Lo sappiamo, una vita dissoluta da ogni punto di vista possibile. Ma:
il punto di vista è prevalentemente quello di Charles, tramite indiretto libero – salvo poi far sì che emerga il giudizio dell’autore in maniera anche abbastanza significativa (ad esempio, attraverso i vari modi di riferirsi al poeta protagonista, tipo «tossicomane stravagante», che indubbiamente non possono essere giudizi che appartengono a Baudelaire stesso e che veicolano una interpretazione).
Il tono misogino e razzista adottato – giustificato dal punto di vista di Charles, appunto – è, più che disturbante, semplicemente irritante.
Il ritratto che salta fuori è sì eccessivo, ma non di quell’oltraggioso ribelle e rivoluzionario, quanto francamente deprimente. Quale che sia l’intenzione dell’autore, il risultato è un racconto urticante, che può – vuole? – indisporre.
Certo, intervallare la prosa con i versi de I fiori del male aiuta a capire essi siano direttamente generati da questo stile di vita votato all’hashish, al sesso a pagamento, al bere e a mille altre cose. Ma questo non è stato abbastanza per convincermi.
Il riassunto del mio giudizio sostanzialmente è: Charles Baudelaire è al di sopra di ogni moralità – io no.
L’effetto finale che ho provato è il disgusto.
Ah, piccolo dettaglio:
A pag. 123 si utilizza il termine “cellulite”: direi a dir poco ante litteram, dato che ci troviamo nella metà del XIX secolo.
Non ho capito se è stata una svista del correttore di bozze, che non ha corretto il termine, o se invece sia stato utilizzato volutamente in un romanzo ambientato almeno settant’anni prima della nascita del concetto di cellulite.
Se dovessi credere alla seconda interpretazione, dovrei dedurre che c’è una volontà di trasportare l’oggettificazione moderna in un periodo storico ancora più misogino di quello attuale? Non credo, non ne colgo il senso.
Devo pensare allora a un tentativo di modernizzare la narrazione? Ma allora a quel punto è come se venisse a decadere l’intento mimetico dichiarato che giustifica le volgarità gratuite di tutto il romanzo.
C’è qualcosa che non mi torna.