"Un'amicizia" è un romanzo di Silvia Avallone che narra la vicenda di due amiche, ripercorrendone, come suggerisce il titolo, il rapporto amicale, a distanza, però, di "tredici anni, cinque mesi, quindici giorni": a raccontare in prima persona è, infatti, Elisa Cerruti che, il 9 luglio del 2006, la storica notte in cui la nazionale italiana di calcio sconfisse la Francia nella finale dei mondiali, ha visto la sua vita sfaldarsi.
L'espediente che permette i continui e lunghi flashback è la sparizione dai social di quella che era sua amica: Beatrice Rossetti, influencer di fama mondiale che si è consacrata all'apparire, imbalsamando la sua figura in foto pressoché identiche che, però, hanno il potere di rendere, ad esempio, un rossetto talmente desiderabile da fare sold out in pochi minuti.
La lettura è scorrevole, ma faticosa nel contenuto: sia Elisa che Beatrice sono personaggi con cui è difficile empatizzare, a mio avviso, perché entrambe, pur giustificate dalla dura vita che le ha plasmate sin da piccole, agiscono con un egoismo patologico, talvolta camuffandolo da amore per l'altra, soprattutto la prima.
Questo romanzo, insomma, riesce nell'intento di catturare il lettore, non svela immediatamente i retroscena - la tanto agognata spiegazione circa la loro rottura è intuibile, ma nemmeno troppo - né risparmia svolte inaspettate. Tuttavia, trovo che la semplice curiosità di sapere dove voglia andare a parare venga costantemente infiacchita e dalle accuse anaforiche, petulanti della protagonista nei confronti di Bea e dalle deviazioni del racconto che, pur necessarie per l'impianto narrativo - questa sorta di lungo flusso di coscienza/simil diario di Elisa - distolgono continuamente l'attenzione dal canvas principale, virate sul presente incluse.
Inoltre, credo che il finale non sia all'altezza dell'orizzonte di attesa del lettore. Mi spiego meglio: l'arazzo che Elisa s'impegna a tèssere è costellato di non pochi spunti di riflessione - e penso che l'intento dell'autrice fosse quello più di tutti - che insistono sul tema dell'eterna lotta tra essere e apparire. Mi permetto, a questo punto, di abbozzare un possibile finale che avrei trovato più coerente col personaggio di Beatrice.
Elisa è alla ricerca della vera essenza della sua amica, quella che nessuno conosce davvero perché lei è così impegnata a fissare dei momenti da escludere la verità, il suo passato, il dolore. Ebbene, c'è un passo in cui la protagonista viene come folgorata da una presa di coscienza (nel presente), tale da rivalutare la vicenda passata sotto una nuova luce. In realtà, poi, dà solo adito a un'ulteriore riflessione sull'apparenza. Ma se, invece, fosse davvero un elemento chiave?
Quando erano in quinta superiore, le due ragazze si ritrovarono a fare ricerche sugli etruschi per una tesina in previsione di quella della maturità. Mentre Elisa la dedica alla "nascita della siderurgia", Beatrice scopre "una cosa fondamentale": "«Nel 1857 Adolphe Noël des Vergers e Alessandro François entrarono per la prima volta nella tomba dei Saties, buttarono giù la prima pietra all'ingresso, illuminarono l'interno con le torce. Fatti la scena.» Passò una mano nell'aria come per ricrearla. «Venti secoli di buio e silenzio totali, poi questi entrano, all'improvviso, e si trovano davanti i cadaveri di guerrieri adagiati sui letti, identici a com'erano stati seppelliti: colori, vestiti, stoffe, tutto precisamente uguale, perfetto. E poi», s'interruppe, incredula. «nel giro di un minuto l'aria esterna entra e disintegra tutto, tutto! [...]»" (pp. 314-315)
Quando Elisa si ricorda di questa scena, pensa subito a quanto sia forte la correlazione fra una foto, un'immagine e la morte. Oziosamente, mi viene da pensare che la Beatrice del presente volesse scattare di sé un'istantanea che sarebbe rimasta per sempre uguale a sé stessa, sublimando le speranze e gli insegnamenti della madre Ginevra, che la voleva perfetta e le aveva insegnato che l'apparenza è molto più importante della realtà, che gli altri devono vedere quello che uno permette loro di vedere. E se Beatrice, invece di sparire dai social per un motivo "banale", si fosse suicidata per immobilizzarsi in un ultimo scatto? Una sorta di delirante, ma calcolata coronazione del suo sogno? Apparire e tale rimanere per sempre, come se la sua vita, che non era vita in fondo, fosse un'opera d'arte da completare così, a mo' di Bella addormentata, in una versione più macabra. Un'ibrido tra gli esteti del Novecento e il finale de "Il profumo" di Patrick Süskind.
Avrei trovato questa conclusione, ovviamente edulcorata dalle riflessioni di Elisa che apprende la notizia e ci ricama su, da brava letterata e scrittrice quale è, più degno per il ritratto che ci viene proposto di lei.
Poi, ho trovato come altri le evidenti analogie con la tetralogia dell'Amica geniale di Elena Ferrante, però non mi viene da gridare al plagio, visto che, a un certo punto, l'Elisa del presente c'informa che, sugli spalti, mentre suo figlio gioca a calcio, sta leggendo "La vita bugiarda degli adulti" della medesima autrice. Interpreto questo elemento come un voler rimarcare - oltre ad elogiare la Ferrante con affettuosa sportività - che la somiglianza è voluta e che, quindi, non bisogna fare una grande esegesi dell'opera, né fermarsi alla prima impressione, che la storia di Elisa e Beatrice sia la copia di quella di Elena e Raffaella.
Infine, mi sono interrogata sul perché del nome Beatrice. L'assonanza è scontata, soprattutto in questo 2021 che celebra il settecentenario della morte di Dante Alighieri, però il libro è uscito l'anno scorso e la sua gestazione risale molto probabilmente al 2019.
Forse sussiste una correlazione tra questa Beatrice e quella del Sommo Poeta perché il romanzo è saturo di riferimenti letterari, soprattutto ad autori e opere italiane, giustificati dalla laurea in Lettere di Elisa e dal suo lavoro come ricercatrice e aspirante docente ordinaria nella stessa università. E se l'associazione tra le due fosse una sorta di tenue critica? Che cos'è, dopotutto, la figura di Beatrice nel Paradiso, se non un'immagine, appunto? Bice de' Portinari della gioventù fiorentina di Dante è morta da tempo mentre lui compone la Commedia e Beatrice non è che l'idealizzazione del poeta, che ne esalta l'aura angelica, tanto da renderla sua guida per i cieli del Paradiso. La Beatrice di "Un'amicizia" cos'è se non immagine? Lei che, rifuggendo ostinatamente dal dolore, mentendo a sé stessa e agli altri, consacra la sua vita a diventare un'altra?
"La vita ha davvero bisogno di essere raccontata per esistere?"