Al centro della vicenda, realistica e allo stesso tempo singolare e imprevedibile, è Enzo Melchiorri, vecchio caratterista senza lavoro alle prese con i debiti causati dal vizio del gioco della moglie Licia. Implicato in una serie di ricatti, si rivolge a un vecchio amico regista sperando grazie a lui di trovare un impiego. La trama, ricca di personaggi inquietanti, tra cui la domestica Giovanna e un faccendiere determinato ad allontanare i due vecchi amici, getta luce su un interno famigliare avvolto in una rete ambigua di inganni e seduzioni, sacrifici e tormenti. Tra una villetta liberty di Bordighera, i casinò della Costa Azzurra e la Roma delle classi abbienti e della burocrazia Rai, la narrazione miscela con sapienza azione e suspense, regalandoci una vivace descrizione dell'Italia del boom, di una borghesia in declino e in mutazione.
Nato a Torino nel 1906, spentosi a Tellaro (La Spezia) nel 1999, studia in un collegio di gesuiti e si laurea in lettere nella città natale con una tesi di storia dell’arte. Esordisce nella scrittura con la commedia “Pilato” (1924), ma s’impone all’ attenzione della critica soltanto con i racconti di “Salmace” (1929): non mancano, tuttavia, riserve da parte di prestigiosi recensori - quali Giuseppe A. Borgese ed Eugenio Montale - sui temi affrontati in almeno un paio di occasioni (la novella che dà il titolo alla raccolta e “Scenario”, ambedue di argomento omosessuale). Nel 1929, su invito di Prezzolini, si reca a New York, ove resta sino al ‘31; dal suo soggiorno come insegnante alla Columbia University nasce “America primo amore” (1935), diario narrativo di straordinaria felicità, all’inizio pubblicato su "Il Lavoro" di Genova. Frattanto, inizia ad accostarsi al cinematografo, l’altra passione della sua esistenza, collaborando a varie sceneggiature, segnatamente per pellicole del suo amico Mario Camerini (da “Gli uomini, che mascalzoni!” a “Il signor Max”). Nel 1937 licenzia, con “La verità sul caso Motta”, uno dei suoi libri migliori, muovendosi con abilità tra i registri del mistero e del grottesco; nel 1940 dirige, adattando per lo schermo “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro, uno tra i suoifilm più suggestivi, che lo conferma anche nel cinema come “un romanziere dell’Ottocento con l’anima d’uno scrittore del Novecento” (C.Garboli). Le sue pellicole maggiormente significative - con l’eccezione di “Fuga in Francia” (1948), tra impegno sociale e neorealismo - sono trasposizioni di romanzi (“Malombra”, 1942, da Fogazzaro; “La provinciale”, 1952, da Moravia). E’ tuttavia l’attività di scrittore quella cui si dedica con continuità, avendo abbandonato nel ‘59 la regia. Ad interessarlo è il tema del peccato: derivante dalla sua formazione cattolica, è affrontato tuttavia con levità in virtù di un’intelligenza puntuta, vigile, ironica, che gli consente di descrivere i propri personaggi senza gravarli d’un giudizio moralistico. Così è, ad esempio, in due tra i suoi lavori più celebrati, “Le lettere da Capri” (1953) e “La sposa americana” (1978), storie d’adulterio scritte ad un quarto di secolo di distanza l’una dall’altra e contraddistinte da un talento narrativo inossidabile. Ma c’è, per soprammercato, un Soldati amante del “giallo” e propenso alla bonomia, quello de “I racconti del maresciallo” (1967), intrighi polizieschi - che sono innanzitutto ritratti della “più quotidiana provincia italiana, opaca e furba nella sua domestica banalità” (S.S.Nigro) - resi popolari dalla bella serie televisiva diretta da Mario Landi nel 1968. Cos’altro? Bisogna ricordare almeno i tre romanzi brevi di “A cena col commendatore” (1950) ove spicca “La giacca verde”, capolavoro che ha pochi uguali nell’ambito del nostro Novecento letterario; e le inchieste per la Rai "Viaggio nella Valle del Po" (1957) e "Chi legge?" (1960), reportage eccelsi, anticipatori del miglior giornalismo televisivo futuro. Il pianeta Soldati è immenso, quasi quanto la sottovalutazione che - colpevolmente e in tanti - hanno riservato al nostro.
Le due stelle sono perché lo stile di Mario Soldati mi piace a dispetto di tutto il resto. La sua prosa è raffinata e, nonostante non ami i suoi personaggi (soprattutto quelli femminili che chissà perché sono sempre spregevoli), lo scavo psicologico è il cuore della narrazione. Comprensibile che un romanzo che si pone di riflettere sulla malvagità restituisca solo personaggi orribili. Tuttavia è incredibile come Enzo Melchiorri riesca a risultare la vittima grazie alla voce del narratore, che ci spinge a provare pena per lui, nonostante sia stato l'artefice del proprio male, di quello di sua moglie e delle altre donne della sua vita. Un uomo che a conti fatti molestava le cameriere. E sì, sicuramente il mio metro di giudizio del 2023 non è lo stesso di quello degli anni '70 del Novecento, ma non stiamo nemmeno parlando degli anni '70 dell'Ottocento.
La scrittura di Soldati, arrivata direttamente dagli anni ’70 del secolo scorso, sa affascinare per la sua scrittura pulita e ricca, di un’eleganza solida e senza cenni superflui, e che passa con naturalezza dalla pura narrazione della storia all’analisi dei personaggi, degli avvenimenti, del quadro sociale. Ci porta nei lati nascosti e privati del mondo dello spettacolo di cui anche lui - personalità assai eclettica - ha fatto parte, offrendoci profili umani patetici, deboli o scaltri che siano, e in tutto ciò si spinge ad osservare nel dettaglio l’origine di questa loro mediocrità il senso che ne traggono non volendosene affrancare. Perciò mette un altro mondo in relazione con quello dell’attore, ovvero quello del gioco d’azzardo, dei Casinò, della passione per le donne. Sceglie forse i vizi più emblematici e distruttivi di quegli anni. E dall’analisi di questa contestualizzazione nasce un’acuta riflessione sui meccanismi e su ciò che li muove. Non smitizza l’immagine dell’artista, che resta l’icona dei suoi ammiratori, e dei quali conserva il rispetto per il loro valore professionale, ma in qualche maniera la umanizza. Non lo scredita e non lo giustifica, ma lascia che a parlare siano i fatti e il contesto sociale e storico in cui avvengono.
Soldati es un aristócrata de la cultura, un señor que añora el pasado, desprecia todo lo nuevo y, por supuesto, tiene muchos puntos clasistas y racistas. Toda la novela va de un señor de cine que añora la vieja Roma, el viejo Cannes y critica la nueva televisión y escena de cine. La trama son estas quejas y la anécdota de cómo uno de sus amigos actores se quedó en el personaje. Por momentos la anécdota atrapa porque tiene chisme sexual, perversón e intrigas del juego, pero en general es una novela muy mediocre.
Llama mucho la atención que, así como es de aristócrata cultural, incluya un personaje llamado un personaje Umberto Eco, con el que trabaja para arreglar el guión de una telenovela. Un guiño irónico quizás, reconociéndose como un señor aristócrata, un apocalíptico a la manera de Eco.
La scrittura di Soldati, leggera ma ricercata, è il riflesso del figura stessa del grande intellettuale, capace di conciliare cultura "alta" e riferimenti popolari. La vicenda narrata, sorta di pastiche tra giallo, libro di memorie e riflessione sul mondo dello spettacolo, scorre agevole e cattura il lettore; le digressioni sul mondo del cinema e della televisione e sulla professione dell'attore sono sempre eleganti ed armoniche alla narrazione. Pochi personaggi, ma ben tratteggiati, un po' sfuggenti e sfumati, ma proprio in questo sta l'efficacia e la credibilità degli stessi. La conclusione del libro suona parecchio amara e sembra una sorta di omaggio a quel mondo dello spettacolo che l'autore amava: the show must go on...
primo libro soldatiano che leggo. che dire? ancora non riesco a capire che tipo fosse Soldati. inizialmente ho pensato fosse un intellettuale un po' degage; poi ho pensato ad una persona che pensava di fare del bene facendo lo stronzo; poi ad un onesto scrittore di gialli, sinceramente interessato alla bella letteratura; poi un semplice nevrotico che piange da cristiano dei suoi peccati e ama il mondo perché bello e comunque opera di dio. mi consolo che Montanelli ne desse un giudizio simile, per lo meno di insondabilità del Soldati persona (e (di conseguenza) del Soldati scrittore).
Il finale lascia l'amaro in bocca, speri in un lieto fine che non c'è. Personaggi per lo più fastidiosi, ma tutto molto credibile. Descrizioni bellissime.