Milano detestata eppure mai lasciata, Milano di Feltrinelli, delle vie nebbiose percorse a piedi senza sosta da Bianciardi, che amava camminare e anche per questo era stato soprannominato Piedone. Nella città lombarda Luciano trova la miccia che fa esplodere la propria rabbia, quell’energia che lo legherà per sempre al luogo per lui difficile e tormentato. Luciano Bianciardi, un nome quasi parlante. Arriva prima la luce, subito definita dal cognome: è un chiarore bianco, mattutino. Eppure questa leggerezza è in contrasto col suo sguardo, col suo animo di lottatore in tumulto che si scaglia con rabbia contro le storture che vede intorno a sé: contro il lavoro da impiegato, contro lo sfruttamento, contro la vacuità, perfino contro Milano. Gaia Manzini ripercorre passo dopo passo una Milano fervente e in espansione, ritrovando nelle sue strade la “vita agra” di Bianciardi, le sue abitudini da bohémien, le sue lotte e i suoi furori.
Nata a Milano e vive a Roma. Ha esordito nel 2009 con la raccolta di racconti Nudo di famiglia (Fandango, finalista premio Chiara). Nel 2012 ha pubblicato il romanzo La scomparsa di Lauren Armstrong (Fandango, selezione premio Strega e finalista premio Rieti) e nel 2014 Diario di una mamma in pappa (Laterza), un viaggio sentimentale tra le rocambolesche avventure della maternità.
Luciano Bianciardi è un doloroso rimpianto, una fitta lancinante all’altezza del petto che spezza il fiato e ti lascia piegato in due, le lacrime agli occhi. È difficile parlare di un uomo e delle sue lotte, soprattutto se queste si combattono nell’intimità di una stanza, nei recessi segreti di un’anima alla ricerca di risposte, ma con troppe domande da farsi e da fare al mondo.
Si combatte anche senza armi, nella vita di tutti i giorni, in una città grigia e ostile come Milano, a cui non interessa davvero sapere chi sei, nelle cui strade nessuno ha mai tempo per fermarsi per un saluto. Si è soli anche quando della solitudine non si sa che farsene, anche quando la si cerca disperatamente per pensare e ci si trova invischiati nei suoi tentacoli viscidi, opprimenti, dai quali difficilmente si può scappare.
Bianciardi voleva che le sue parole avessero la forza della dinamite, facessero esplodere le fondamenta di una società borghese retriva e intrisa di capitalismo, dei meccanismi alienanti e subdoli capaci di annientare l’individuo, le sue particolarità, la sua spinta vitalistica. Dove sono l’amore, l’arte, la gioia di vivere e creare in una città piena di torracchioni e di gente di corsa? Avrebbe voluto essere compreso Bianciardi, non gli interessava davvero il successo o il denaro. Sperava che il suo sguardo e la sua scrittura potessero fare la differenza, incidere un solco profondo che segnasse il confine tra il prima e il dopo, tra l’assopimento della mente e il suo definitivo risveglio.
"Il vizio della solitudine, l'affinità sta lì. Quel tornare sempre a sé nonostante tutto, come sicurezza, come condanna. Quell'irrequietezza del cambiare sempre, e non arrivare mai. Lui che voleva la luna. Si, la luna: non quella degli astronauti, ma sempre e solo quella di Leopardi." (p. 30)
Avrei dovuto, per educazione, guardarvi passare e rimanere al mio posto. Ma il mio posto, dov’è? Impertinente, vi ho raggiunti. Se sul marciapiedi si cammina in due ci si può stare anche in tre, mi son detta. E ho affiancato Luciano. Ho strascicato i piedi tenendo lo stesso passo. Ho ascoltato, talvolta pensando: questo lo so! Ma che bello sentirlo raccontare ancora.
Bianciardi il cruccio di Ribolla e il grigio torracchione. Bianciardi i pugni in tasca e la solitudine nel cuore. Bianciardi i passi nella notte, la rabbia e lo sconforto, Bianciardi e l’amore. Bianciardi una stanza viola, il rumore di vetro, gli sbuffi di fumo. Bianciardi il ticchettare di una macchina per scrivere. Bianciardi una risata dissacrante, una battuta irriverente. Bianciardi e la città del boom, Bianciardi e i danè che non bastano mai. Bianciardi e Milano. Bianciardi la fuga e un treno che va. Bianciardi e la consolazione lontana. Bianciardi le traduzioni, i romanzi i giornali. Bianciardi la vita agra, Bianciardi che dice no. Bianciardi, un’esplosione che non tacerà mai.
Ogni giro di pagina è un atto d’amore. Meraviglioso viaggio cartaceo, vivo e pieno d’umanità nella Milano di Bianciardi che si perde in quella di oggi. Non ho resistito, mi sono guardata alle spalle: dietro di noi s’è formato un bel corteggio. Allora ho chiesto: Luciano, ti fa piacere, almeno un po’?
Una biografia dei luoghi e delle strade della Milano di Bianciardi, nel senso che lo scrittore della vita agra si ritrova nella città, intorno al quartiere degli artisti, Brera centro del mondo, tra porta Ticinese e porta Garibaldi, dove alzando gli occhi si vede il torracchione che era venuto a far saltare dalla sua Grosseto. Ma è anche un'occasione per ripassare e rivedere i personaggi, gli artisti e i letterati, il ghepardo Feltrinelli, Tadini, Manzoni ( Piero), il mondo dei pittori e delle osterie, il Derby e Jannacci. E rimbalzi, pelote e romantici a Milano, una città che accoglie e resta indifferente a tutti, moderna e funzionale, necessaria come il tram e i colleghi pokeristi delle targhe alternate.
"Quando cammino per Milano, nella luce del crepuscolo mi sembra di incontrare Bianciardi, procede sonnambulo, come chi ha perso le coordinate, la città lo ha confuso, lo ha fatto girare su sé stesso così tante volte che ha smarrito ogni direzione."
Io Luciano Bianciardi proprio non lo conoscevo. Non conoscevo il suo viso, la sua voce, il suo pensiero. Non conoscevo la sua rabbia, la sua malinconia, il suo riserbo. Non conoscevo le sue opere, i suoi scritti. Eppure ora, dopo aver girato l'ultima pagina di questo libro, mi sembra di conoscerlo fin troppo bene.
Luciano Bianciardi è un toscano innamorato della sua Maremma, un ultimo romantico che ha cercato con tutto se stesso di lasciarsi affascinare dalla bella Milano senza mai riuscire ad abbandonarsi tra le sue braccia. Luciano è un idealista appassionato, uno scrittore in tumulto, un uomo sempre "contro" che per tutta la vita ha lottato per i propri ideali, "contro il progresso, contro il lavoro impiegatizio e gli stenti di chi lavorava a cottimo".
Ma anche la mente più fervente, se circondata dalla fitta nebbia lombarda, perde il suo calore rifugiandosi in un freddo angolo dell'anima. Milano è stato questo, per lui: il nemico, la solitudine, il grigiore, il potere che sovrasta chi resta indietro. Milano è la frenesia che non lascia tregua, il progresso che calpesta, ma è anche arte che brulica, novità che sorprendono, idee che germogliano.
Quello tra il giornalista e la città è un rapporto di amore-odio fatto di grandi delusioni e piccoli riscatti. Bianciardi impara a conoscere ogni strada di Milano e ad accettarla come casa propria, nonostante la nostalgia per la sua terra natale non esiti a tormentarlo. Ma la sua solitudine ovattata è scalfita dalla Brera degli anni '60, piena di idee, artisti, colori, bar di fiducia. E' Milano che gli fa conoscere Piero Manzoni, Feltrinelli, Jannacci, decine di artisti. Milano che ha un animo ancor più complesso e oscuro di Bianciardi stesso, a onor del vero. Dalle parole dell'autrice scopriamo una città contraddittoria: stimolante e sfiancante, accogliente e distaccata.
"Milano ti supera sempre. Non si ferma a guardarti, non si appassiona, neanche se sei bravo. Difende i suoi valori, valori borghesi, resiste alle contaminazioni. Si fa sorprendere, ma non sedurre. E' mossa da curiosità, da timida ammirazione, ma poi si dimentica di te; ha troppo da fare, troppo da correre. L'empatia a Milano va conquistata negli anni, coltivata dentro piccole cerchie; ma è difficile provare la sensazione di respirare insieme, all'unisono."
Gaia Manzini ha saputo disegnare il ritratto in bianco e nero di un uomo ricco di sfaccettature. In poche pagine ha fatto nascere in me il desiderio di scoprirlo più a fondo, di perdermi in questa rabbia letteraria, di fare mia la sua anima sfuggente.
Sfuggente, perché io alla fine me lo ricorderò così: "c'è solo lui che siede nella sua stanzuccia, tra il fumo delle sigarette e l'odore di umido, e scrive, traduce, fa seguire parole a parole; non gli piace quasi niente di quello che ha intorno, tranne il lavoro, anche se mal pagato".
Non avevo mai approcciato Bianciardi, prima di questo libro. Gaia Manzini è stata maestosa. Trasporta il lettore tra le strade di Milano, quella che oggi tutti conosciamo e quella vissuta da Bianciardi. Questa sovrapposizione di un amore e di un odio per la città che, in qualche modo, creano una sorta di equilibrio. Il bello e il brutto, la gioia e la tristezza vissute in quella Milano di una volta. Una Milano che non esiste più che, grazie alle parole di entrambi, esisterà per sempre.