Alda Merini: «una donna che cerca di estrarre da un dolore inimmaginabile, immeritato e continuo, un amore incondizionato per la vita». Così la descrive Maria Grazia Calandrone nell’affrontare i chiaroscuri di una protagonista anomala del suo tempo, insieme straripante e involontaria. L’esistenza di Alda è composta come un mosaico di tanti tasselli, raramente armonici fra loro, spesso pervasi dallo scintillio della predestinazione. La madre bellissima e il padre che le insegna a scrivere prima di mandarla a scuola. La guerra, e gli amori che sono come guerre, e il matrimonio che è anche un modo per mettersi al riparo, di porre la realtà quotidiana di una moglie e madre come argine al potere dirompente dell’ispirazione. La realtà sbagliata e violenta, però libera, del manicomio dove affronterà ben venti quattro ricoveri. Le quattro figlie: ripetutamente perdute, date in affido mentre lei lotta con i suoi demoni e con le istituzioni. E l’epopea di un successo letterario, quello di una poetessa «nata due volte»: la prima nei salotti letterari milanesi del dopoguerra, e la seconda negli anni Novanta, con la consacrazione anche commerciale e la tossica ribalta mediatica. Leggerezza e intensità, sofferenza e passione, la capacità di leggere il presente e le persone, senza autoindulgenza né sentimentalismi: per tutto questo, Alda Merini è stata grande. La sua storia, ricostruita con acume e originalità, gronda verità da ascoltare e vita da godere. A partire dalla lezione della transustanziazione più necessaria: quella del dolore in amore.
” Pasolini ha, come sempre, visto giusto: quasi impossibile separare la poesia di Merini non solo dalla sua vita, ma dal suo corpo e dalle vicende che lo scuotono, siano esse erotiche o elettroconvulsive. “
Il corpo, la mente, l’anima di una grande poetessa.
Maria Grazia Calandrone, con una prosa ricca di immagini, ci accompagna nel mondo di Alda Merini.
La suddivisione in due macro-sezioni ci descrive già la doppia anima che Alda Merini ha rappresentato e rappresenta: un’Alda nella sua sfera privata ed un Alda nella vita pubblica.
Due strade parallele che a tratti si intersecano.
”Il 23 gennaio 1943, sotto il bombardamento di Milano, vediamo Alda aiutare la madre a partorire il fratellino Ezio. Una riga di biografia che equivale a una rivoluzione.”
Alda a dodici anni: c’è la possibilità che questa entrata impetuosa nei misteri della vita, sia stata una sorta di trauma?
La mamma viene poi ricoverata ma ci sono i bombardamenti che distruggono la loro casa ma lei:
”sa di avere dentro qualcosa di potente e di speciale, che la costringe a scrivere in ginocchio sulle pietre, con la matita e qualche foglio raccattato fra le macerie. Sono i momenti nei quali si decide un destino.”
C’è un concetto che torna in queste pagine e chi ha letto le poesie di Merini lo comprende meglio:
” La sua poesia è stata traduzione del dolore in amore”
Una sorta di urgenza che la fa entrare molto presto nei circoli letterari e che la destinerà a vivere un amore profondo:
” Grazie alla professoressa delle medie Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, che nel 1947 fa leggere alcune poesie di Alda al critico letterario Angelo Romanò, a sedici anni Alda entra nel vivacissimo salotto di Giacinto Spagnoletti, in via del Torchio 16, frequentato da menti argute come David Maria Turoldo, Mario Luzi, Luciano Erba e, soprattutto, da Maria Corti, che diventerà la curatrice dell’opera meriniana e la sensibilità raziocinante che per molti anni separerà l’oro dai detriti, nel profluvio poetico di Alda; infine, da Giorgio Manganelli, allora già affermato intellettuale trentenne, sposato a Fausta Chiaruttini e padre di una bambina. Ciononostante, è amore. E nonostante gli anni che li separano.”
Ecco che in parallelo, sempre nel ’47, c’è il primo ricovero all’ospedale psichiatrico di Villa Turro.
«Il poeta è una persona sola, non una sola persona. Soffre di solitudine, ma dentro ha infinite altre persone. Tutto quello che racconto è vero, anche quando è falso, anche quando non è accaduto. Io non lo so cosa sia successo veramente. Io so quello che so quando parlo».
Già qui si capisce come questa sfera privata e pubblica siano due binari su cui rimane da subito incastrata.
Calandrone, difatti, ci parla di una Merini che spesso e volentieri ha dato diverse versioni di fatti accaduti a sé o a persone che le erano accanto. ”«mai avuto ricordi, / solo visioni acute, profezie».
Queste versioni sono attestate da interviste (la stessa frase che ho riportato fa parte di un’intervista) o apparizioni in tv.
Merini non è bugiarda ma ha un rapporto con la realtà divergente e per capirlo dobbiamo tornare indietro.
Nel 1965, dopo una crisi (di nervi) viene portata via in camicia di forza e sottoposta a TSO. Un ricovero non lungo ma la dose massiccia di psicofarmaci provoca il primo scollamento che la rende incapace di occuparsi delle figlie.
”Questo del 1965 sarà dunque il primo di una serie di andirivieni tra manicomio e casa che durerà appunto tredici anni. Merini arriverà al 1978 inutilmente «avariata» da quasi cinquanta elettroshock. Molti episodi scompaiono dalla sua memoria.”
Il manicomio è ora inferno, ora “oasi di pace”.
Un luogo dove approdano persone che non stanno alla norma; un luogo che – quando va bene- ti lascia un segno indelebile e dove il suicidio è spesso e volentieri incoraggiato (se lo fai ci togli un problema).
Merini ha prima paura dei “matti” poi empatizza ed impara la ricchezza insita nel prendersi cura degli altri.
Tornando allo scollamento dalla realtà, Calandrone ci riporta gli effetti indesiderati riportati nei bugiardini dei vari psicofarmaci che Merini assumeva: un elenco da brivido!
La scena horror dell’elettroshock sommata a massicce dosi di questi farmaci, ci danno la misura di una visione spesso distorta, di un offuscamento sul presente e come dice Merini stessa in Ballate non pagate
Questa situazione porterà conseguenze dolorose e prima su tutte l’allontanamento delle figlie (in tutto ne ebbe quattro).
Dunque:
”la poesia è l’atroce dolore di affacciarsi sul vuoto della propria anima sostenuta soltanto dalle parole.”
Nel 1978 Alda torna definitivamente a casa, grazie alla legge Basaglia. Torna ed è sola con il marito Ettore (le figlie sono affidate) che da lì a qualche anno morirà. È come se Merini avesse continue rinascite.
Ne è la prova il cosiddetto periodo tarantino. Lei quarantaduenne si innamora dell’ottantaduenne Michele Pierri, medico e poeta, per l’appunto di Taranto dove si trasferisce. Si sposano e vivono tre anni vivaci dal punto di vista intellettuale proprio per la connessione poetica che si ritrovano.
Altra figura importante è quella di Titano. Presunto pronipote di Antonio Porta, di lui si hanno notizie contrastanti sempre per via di quei ricordi che ogni volta M. rimaneggia. In ogni caso, lui è l’uomo che la protegge dalla solitudine più atroce, quella di madre, una solitudine della quale Alda si lamenterà per tutta la vita attestando quel bisogno di presenze concrete, passioni, affetti: qualsiasi cosa che riesca a tenerla ancorata a quel reale sfuggente.
C’è poi la vita pubblica che Alda Merini vivrà in tutto e per tutto. Tantissime interviste e soprattutto partecipazioni televisive dove diventa nota soprattutto per le sue vicende private legate ai ricoveri.
L’immagine del poeta come essere solitario, ritirato, assente da ogni scena pubblica va a cozzare con la scelta di Merini di esporsi «di farsi divorare mentre lei stessa divora» nutrendo quella fame continua dell’essere amata e riconosciuta. Non sarà certo contenta di essere diventata una sorta di burattino:
”Come è amaramente accaduto a molti compagni, anche Alda avrebbe potuto morire in manicomio. Invece, è riuscita a strappare a quelle stanze di tortura una reliquia di se stessa, ma le pare che il pubblico abbia assassinato anche quella, perché successo vuol dire stereotipo, immagine immutabile, replica oziosa e stanca di una sola delle mille se stessa: il burattino della poetessa pazza.”
In ogni caso, sta al gioco.
Tra l’altro quello che fa scalpore è la sua libertà con le parole: Merini, classe 1931, va in televisione e parla liberamente di sessualità, malattia mentale, vecchiaia. Tabù che negli anni ’90.
”nel 2001, la foto di Grittini diventa copertina di un disco degli Altera, Canto di spine – versi italiani del ’900 in forma canzone, che contiene poesie da Cardarelli e Govoni, a Caproni e Pasolini, e nel quale possiamo ascoltare una poesia di Merini, Il canto, che inizia con la voce recitante di lei e si apre agli strumenti di Paolo Fresu e Manuel Agnelli. La foto è un seminudo di Alda Merini, ironico e dolce. In Alda non c’è mai niente di volgare e sconcio, di sgradevole e osceno. Perché è semplicemente tutta l’umana complessità che è. Chi ha il coraggio di essere libero viene odiato o amato, senza vie di mezzo.”
Insomma, un testo ricco anche di aneddoti succosi, forse maggiormente rivolti a chi già conosce i suoi versi e vorrebbe approfondire.
” scrivere è stato il più lungo amore della sua vita” ********************************************************** Ad Memoriam
” Nell’ottobre 2009 la figlia Emanuela è costretta a ricoverarla al San Paolo di Milano. La degenza dura solo due settimane, nelle quali Alda fa in tempo a esibirsi davanti a medici e infermieri in un concertino sulle canzoni di Renato Carosone. Ma, quando vede tutte e quattro le figlie intorno al letto, capisce che è il momento di congedarsi. La figlia Emanuela ricorda la mamma cantare con la maschera dell’ossigeno sulla bocca la strofa di Porta Romana, canzone popolare milanese che fa:
Ci sono tre parole in fondo al cuore: la gioventù, la mamma e il primo amore. La gioventù la passa, la mamma muore e restet cume un pirla col primo amore.
Così cantando Alda se ne va, il primo novembre. Ci avevamo creduto tutti, che fossi immortale.”
Un libro bello sia per chi sa tutto di Alda Merini, conosce le sue poesie e la sua vita, sia per chi non sa neppure chi sia (cosa difficile ma possibile…). La scrittura della Calandrone, poetessa lei stessa, ci restituisce una Merini privata nella prima parte, narrandocela senza tralasciar nulla ma entrando in punta dei piedi in una vita incredibile, drammatica e sopra le righe, e una Merini pubblica, con la sua esposizione, con le sue stravaganze, la sua sincerità disarmante, la sua semplicità che a tutti parla. Una lettura che scorre via veloce e che ti fa comunque venir voglia di ascoltar le sue parole…
nunca fui muito fã de biografia, sei lá porque, é uma coisa que em geral me interessa pouco enquanto leitura. aí quando li a outra biografia da merini, quis morrer. literalmente. ou melhor, quis ser analfabeta pra não sentir tanto ódio quanto senti lendo aquilo. fiquei indignada. sabe quando você gosta muito de uma coisa aí conhece alguém que também gosta muito e fica parecendo que vai dar tudo certo, afinal um gosto em comum!, e vocês gostam daquilo de modos tão opostos que te dá raiva. eu senti raiva lendo l'eroina del caos (não vou nem linkar essa merda), senti tédio, senti indiferença na maior parte do tempo, quase fiquei cega de tanto revirar meus olhos. me senti particularmente ofendida que alguém pudesse pegar uma pessoa que eu acho tão fascinante, tão magnética em tudo, e transformar numa coisa tão sem graça, tão vazia, tão rasinha e bege se jurando arco íris em tempestade. por um tempo inclusive achei que o problema fosse a abordagem. "a poeta da alegria", me deu uma raiva tão grande que eu quis ir lá na casa da mulher e falar pra ela "você não tem vergonha não de ser assim ridícula?". eu quis dedicar um capítulo inteiro da minha dissertação a falar mal da abordagem da briganti. mas eu to há um tempo, ironicamente, querendo falar menos do que eu desgosto e mais do que eu gosto. então, quando peguei pra ler essa biografia, fiquei com receio de passar por algo assim de novo. mas "uma criatura feita pra alegria" não é o mesmo que "a poeta da alegria", essa leitura vazia da briganti. feita pra alegria parece que carrega justamente toda a vitalidade apesar de tudo que a escrita da merini tem. uma criatura vê essa coisa essencialmente humana dela, que permeia tudo, é quase uma contaminação, não dá pra separar o que é ela e o que é a poesia, tudo é bagunça, caos, liberdade. tem também uma diferença muito importante de escrita mesmo, de como a briganti enquanto jornalista cultural afetada escreve e como a calandrone escolhe falar da vida da merini. "biografia poética", mas ela não se coloca por cima da merini em nenhum momento, não é uma poseia dela, é uma leitura poética da vida, é um tentar entender mais, um ir além mesmo. é pegar um evento da vida da merini e pensar naquilo. pegar um poema, uma piada, um aforismo, um diálogo, uma foto e transformar em leitura, em expansão. eu to muito feliz com essa porra, cara. é como se até agora eu tivesse me afogando e aí do nada areia nos meus pés. a calandrone também fez uma parada que ficou interessante nessa construção de 'leitura' da biografia e das entrevistas que é não reportar quase nada. não tem entrevista, tem o que ela acha que a entrevista diz e acrescenta ao livro, à biografia. ela também coloca a merini como uma escritora política apesar de não abertamente política, de não ser militante. ela coloca a merini num ângulo mais complexo mesmo: não o que ela diz, mas o fato de dizer; não o que ela faz, mas o fazer mesmo. e nisso, uma coisa que me incomoda há um tempo e tá no livro da briganti, que é dizer que a merini não se dava bem com outras mulheres. acho que pra toda mulher isso é uma questão, e me incomoda porque é como se o fato de não se dar bem com mulheres fosse algo que tornasse ela "menor", "conservadora", "difícil". só que... ela não se dava bem com um monte de gente? era uma pessoa claramente difícil de se conviver, era irreverente, não cedia, naturalmente ficava de fora das convenções (po, a foto dela de chinelo e camiseta estilo "feliz ano novo" ao lado de dois grandes escritores da época todo elegantes, e ela conversando de igual pra igual? numa sociedade como a italiana, muito mais de aparências que a nossa, tem gente que acha isso insuportável; ela deixar editor pro lado de fora de casa pra ver se a pessoa deixa de ser arrogante?; ela discutir no mesmo tom com as lavadeiras do naviglio e com o papa?). então, pra mim sempre teve isso, não são mulheres que não gostam dela e ela delas, é gente. e eu curto muito que a calandrone faz uma parada tipo "não, olha, vou te mostrar então um monte de mulher falando como era a relação delas", que é um jeito muito elegante de dar voz a outras mulheres e, ao mesmo tempo, encerrar uma discussão boba e - militei - patriarcal, que quer mulheres rivais pois não suportam o sucesso uma das outras etc etc. me empolguei demais, mas é isso. é um jeito interessante de pensar uma biografia. ainda mais de uma pessoa que teve tanta exposição midiática, é um jeito novo de fazer isso.
Donna incredibile! Voglio leggere tutto ciò che ha scritto, voglio andare a visitare la sua casa (che purtroppo è stata spostata) e voglio andare a trovarla al cimitero!