13/09/2020 (****)
Racconto che si legge in un'oretta. Tecnicamente, costruito veramente in maniera perfetta.
Lucio Elio Lamia è il protagonista, che France inventa a partire da un oscuro riferimento preso da Tacito. Sotto il regno di Tiberio, Lamia viene accusato di intrattenere una tresca amorosa con la moglie di una senatore e, per questo, spedito in esilio fuori d'Italia; passa molti anni in quello che oggi è il Medio Oriente, finché Caligola, succeduto allo zio, lo grazia e Lamia può far ritorno in Italia.
E' in Campania, nei pressi di Baia, quando per caso intravede su una lettiga un amico, un vecchio funzionario ritiratosi dalla vita pubblica e venuto in zona a prendere i fanghi per curare i suoi acciacchi e dimenticare la deludente conclusione della sua carriera: arrivato a diventare procuratore della Giudea (in realtà prefetto, France come Bulgakov nel Maestro e Margherita sbagliano grado), un miserevole ma assai turbolento distretto della ricca provincia di Siria, viene esautorato dall'incarico e invitato a ritirarsi per la cattiva gestione dell'ennesima ribellione di ebrei, genia che odia e maledice con tutto sé stesso.
Non servirebbe dire chi sia il vecchio e deluso funzionario: Ponzio Pilato, ovviamente.
I due vecchi amici si ritrovano quindi a cena e nella villa di Pilato rievocano i ricordi di quegli anni, con visioni diametralmente opposte. Pilato odia gli ebrei, disprezza profondamente la loro cocciutaggine, la loro cultura conservatrice e esclusivista, il loro persistente rifiuto a civilizzarsi secondo gli usi e le leggi di Roma: ritiene inutile governare tale razza di gente, l'unica responsabile del naufragio della sua carriera.
Lamia invece è meno categorico, più aperto alle influenze anche positive della cultura ebraica, che ha potuto conoscere a più stretto contatto dell'ex procuratore/prefetto, chiuso nei palazzi a dover dirimere questioni politiche di una cultura a lui estranea, senza capirla e con l'unico scopo, alternativamente, di compiacere e di intimorire, per prevenire nuove ribellioni.
Dopotutto, Pilato è un funzionario capace e tutto d'un pezzo, un ingranaggio della macchina burocratica romana, che deve governare il mondo; Lamia è un irrequito intellettuale, libero di muoversi e di osservare. I due non potevano vivere e vedere il mondo nello stesso modo.
Alla fine Lamia ricorda, e si perde al pensiero di una bellissima prostituta ebrea di cui si era invaghito e che aveva perso di vista poiché, smessa l'attività, aveva cominciato a seguire un giovane predicatore, uno dei tanti che affollavano quelle terre in quegli anni.
Così chiede a Pilato se si ricorda di quel taumaturgo, che fu crocefisso per un qualche delitto e che chiamavano Gesù il Nazareno. Pilato ricorda molte cose, fra cui gli innumerevoli processi a cui ha presenziato da massima autorità e nei quali condannava, senza capire, tutti coloro che i notabili e i religiosi ebrei ritenevano pericolosi, soprattutto in materia di fede. E mentre rievoca ricorda anche di quell'episodio in cui un pazzo - senza nome, nei suoi ricordi - gettò a terra i banchi dei mercanti nel grande Tempio. Ricorda le rivolte e i progetti urbanistici.
Ma riguardo a quel predicatore di cui Lamia gli chiede, dopo averci riflettuto un attimo, dice solo: "Gesù?" mormorò "Gesù il Nazareno? No, non ricordo.".
E così, seccamente, si chiude il racconto, costruito su una serie di dialoghi serrati in cui si attende sempre che quel nome lì, e solo quel nome, salti fuori prima o poi nei ricordi dei due vecchi amici, rimanendo delusi fino al colpo di martello conclusivo.
In 30 paginette France costruisce un racconto incalzante, perfetto nell'evoluzione, che può dare luogo a diverse letture. Di ordine storico, innanzitutto: in questo frangente il Cristianesimo appare ai Romani come un accidente del tutto marginale della turbolenta storia giudaica, l'ennesima setta sviluppatasi all'interno del mondo ebraico; considerare anche solo importante e degna di nota la predicazione di questo taumaturgo straccione appare senza senso. E infatti come una setta ebraica abbia potuto, fra le tante opzioni possibili, diventare la religione unica e ufficiale del più importante impero della storia del mondo, è effettivamente una delle più incredibili e inaspettate svolte che siano mai avvenute.
Poi c'è la lettura psicologica e umana, universale: l'importanza delle cose che avvengono intorno a noi non solo dipende dal punto di vista di chi le vive o le osserva (vale anche per gli storici), ma alle volte prescinde totalmente da questo. Così finiamo per concentrare la nostra attenzione su questioni che i posteri dimenticheranno subito, non vedendo l'evento più importante della storia dell'umanità, che passa sotto i nostri occhi senza quasi lasciare traccia. Da lì la conclusione che trae Leonardo Sciascia, traduttore e commentatore dell'opera, nelle note: il racconto è una presa d'atto dell'umana consapevolezza di non poter cogliere il fulcro delle cose, quel nucleo profondo che è l'unica cosa che davvero importa; da qui deriva l'impossibilità umana di vedere (e prevedere) il futuro, essendo troppi gli argomenti secondari di distrazione e troppo nascoste le poche cose decisive.
Così Pilato, uomo pur intelligente, fedele a Roma e devoto al lavoro, non vede nemmeno che sotto il suo naso passa la figura più importante della Storia e non può nemmeno prendere in considerazione la caustica e ironica profezia che Lamia a un certo punto gli fa (pensa Ponzio se un giorno il misconosciuto Dio degli ebrei arrivasse fino a Roma e venisse adorato da tutti: cosa direbbero di te i suoi adoratori, tu che hai odiato il suo popolo così profondamente, ben ricambiato?). Pilato è solo un uomo, e non può giungere all'essenza delle cose. Lì ci può arrivare solo una categoria di persone, i geni visionari, elite ristretta e inconsapevole del proprio dono.
Noi altri si vive la storia capendola solo in parte, al più da spettatori e qualche volta casualmente da protagonisti, incapaci di valutare fino in fondo le cose e di coglierne l'essenza, il fondamento. E proprio per questo, ripetendo sempre gli stessi errori, di epoca in epoca, di generazione in generazione.