È uno di quei libri che non riesci a lasciare nemmeno dopo l'ultima pagina. Affronta il tema dell'emigrazione, che infiamma i dibattiti politici e l'opinione pubblica dell'Europa, ricordandoci che il cosiddetto problema sono esseri umani come noi, e non entità astratte, in fuga da guerre e in ogni caso da condizioni di vita inaccettabili.
Jenny Erpenbeck ha uno stile affascinante. La sua narrazione è incisiva e limpida, con un'attenzione assoluta ai dettagli e la capacità di coinvolgere ed emozionare con una scelta accurata delle parole, con dialoghi in cui anche i silenzi sono eloquenti, senza mai indulgere alla facile retorica cui l'argomento si presterebbe.
Richard è un professore in pensione con una brillante vita accademica alle spalle. Si ritrova ad avere tempo, tanto tempo e nessun impegno, nessuna scadenza. La sua quotidianità cambia. Dalle giornate scandite dal lavoro, passa a ore dilatate in cui è libero di fare quello che vuole. È un tempo a cui deve abituarsi, con i pensieri che continuano ad affollare la sua mente e la preoccupazione di impazzire. È un uomo chiuso al mondo esterno e ai cambiamenti. Ama il luogo in cui vive, fuori Berlino, in riva a un lago che vede dalla scrivania del suo studio. Vi è da poco annegato un uomo e quello specchio d'acqua è "Bello come nelle altre estati, ma quest’estate la cosa conta poco. Finché il morto non verrà ritrovato e portato via, è a quel morto che adesso appartiene il lago. Già per un’estate intera, e presto sarà autunno, il lago è appartenuto a un morto". Per fortuna c'è il suo giardino, dove si sente al sicuro perché lì il tempo è circolare, non muta col trascorrere degli anni: le stagioni si susseguono sempre con gli stessi profumi e colori. Non come il tempo di fuori, che influenzato dal tempo della Storia, fluisce in maniera vorticosa cambiando tutto quello che investe. Ha vissuto il dopoguerra, con l'occupazione russa, lo Stato socialista, la divisione di Berlino in due parti, e poi la caduta del Muro, che raddoppia improvvisamente lo spazio che conosce, abbatte la distinzione tra zona Est e zona Ovest e lo proietta in una Germania unita in cui fatica a ritrovarsi.
Un giorno, per caso, scopre l'esistenza di alcuni africani che manifestano in piazza per avere il diritto di rimanere in Germania e lavorare. Vengono da luoghi che non sa collocare geograficamente, di cui conosce ben poco, trascorrono le giornate senza poter fare nulla, e il suo universo diventa improvvisamente immenso.
Anche per lui il tempo di ogni giorno è cambiato, ma "Per capire in che cosa consista il passaggio da una vita quotidiana interamente occupata e prevedibile alla vita quotidiana aperta in ogni direzione, esposta per così dire alle correnti, ossia quella che conduce un profugo, Richard deve sapere come stavano le cose all’inizio, come stavano a metà e come stanno adesso. Là dove la vita di una persona confina con l’altra vita della stessa persona, deve pur rendersi visibile il passaggio che, ad un esame attento, di per sé non è nulla".
E per capire deve iniziare a fare domande, entrare in contatto con quegli uomini, sapere cosa facevano "prima".
Nel tempo dilatato di Richard si inserisce quello dei profughi, nei quali cerca di immedesimarsi, scoprendo realtà atroci e la rigidità di uno stato che non tollera deroghe.
Alla sua storia personale si sovrappongono le tante storie di guerra, massacri, fuga verso una speranza indefinita. Storie raccontate con semplicità, senza autocommiserazione, con la consapevolezza che la vita è "crazy". Si ricomincia, dopo aver visto morire tanti compagni di viaggio nel mare che li separava da una nuova esistenza, dopo essere stati ammassati in centri accoglienza in Italia ed essere riusciti a raggiungere la Germania. È la speranza a tenerli in vita.
"La guerra distrugge tutto, dice Awad: la famiglia, gli amici, il luogo in cui sei vissuto, il lavoro, la vita di tutti i giorni. Da straniero, dice Awad, non hai più scelta. Non sai dove stai andando. Non sai più nulla. Non riesco più a vedermi, non riesco a vedere il bambino che sono stato. Di me stesso non ho più alcuna immagine. Mio padre è morto, dice. E io –io non so più chi sono. Diventare uno straniero. Per se stesso e per gli altri. In questo consisteva dunque il passaggio".
Richard si scontra con leggi, burocrazia, uffici, funzionari. Adesso che sa, non può non tentare di fare qualcosa. Capisce che "Il tempo esercita un effetto sull’uomo, perché un uomo non è una macchina che si può accendere e spegnere. Il tempo, durante il quale un uomo non sa come la sua vita possa diventare una vita, riempie dalla testa ai piedi chi è costretto all’inattività".
È una lotta impari quella contro uno Stato che sembra aver dimenticato cosa sia una guerra. Forse va "ascritto a questi lunghi anni di pace il fatto che una nuova generazione di politici sembra credere nell’imminente fine della storia e nella possibilità di troncare con la violenza tutto quanto sfocia nel movimento? Oppure l’essere così lontani nello spazio dalle guerre degli altri ha provocato penuria di esperienza in coloro che non ne sono stati disturbati, così come altri soffrono di penuria di globuli rossi? La pace, che è sempre stata la massima aspirazione dell’uomo e che finora si è realizzata in così poche regioni del globo, ci impedisce dunque di farne oggetto di condivisione con coloro che da noi cercano rifugio e ci spinge a difenderla in modo così aggressivo da farla sembrare già quasi una guerra?"
E cosa dire della memoria? Come Richard, anche i suoi nuovi amici ricordano, ma sono immagini insopportabili e il futuro è avvolto in una nebbia pesante. È come continuare all'infinito a navigare in cerca di un approdo che non esiste.
"Proprio allora credo di aver compreso, dice Richard, che quanto riesco a sostenere è solo la superficie di tutto quanto non riesco a sostenere. Come in mare? domanda Khalil. Sì, in linea di principio, proprio come in mare".
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