Il digitale è davvero l’altra faccia del reale?
Questo saggio è stato molto illuminante e devo dire che varrebbe la pena leggerlo non foss'altro che per la chiarezza espositiva di Byung-Chul Han.
C'era una frase di Confucio che è stata un po' la frase guida durante gli anni in cui ho insegnato: “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.
Mi è ritornata in mente mentre leggevo questo saggio: se le cose sono col-legate alla memoria, così le non cose possono essere collegate alla dimenticanza.
Non a caso, infatti, Byung-Chul Han, nella prefazione, cita il romanzo di Yoko Ogawa "L'isola dei senza memoria" (di cui devo assolutamente recuperare la lettura!): "L’isola senza nome delle cose e delle memorie perdute assomiglia, per certi versi, al nostro presente. Oggi il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali quanto quelle voci incorporee. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo. E bandisce anche i ricordi. Invece di metterci alla loro ricerca, noi salviamo quantità immani di dati. La polizia del ricordo viene cosí sostituita dai media digitali che svolgono il proprio lavoro senza alcun ricorso alla violenza né grande dispendio di forze."
Se le cose sono tangibili, perché fatte di materia, le non cose sono eteree, perché esse altro non sono che informazioni, digit: "Già alcuni decenni fa, il teorico dei media Vilém Flusser osservava: «Le non-cose stanno penetrando nel nostro ambiente da tutte le direzioni, e scacciano le cose. Queste non-cose si chiamano informazioni». Ci troviamo nel periodo di passaggio dall’èra delle cose all’èra delle non-cose. Non sono gli oggetti, bensí le informazioni a predisporre il mondo in cui viviamo."
La logica del mondo è davvero solo binaria? La negazione del reale è davvero solo virtuale? Oppure tra reale e virtuale ci sono infinite sfumature che ci permettono di essere?
L'ipotetica risposta di Buyng-Chul Han alle mie domande sembrerebbe negativa: "Le informazioni non sono certo punti fermi dell’esistenza. Non è possibile indugiare presso di esse. Hanno una validità molto limitata. Si fondano sul brivido della sorpresa. Basta questa loro fuggevolezza a destabilizzare la vita. Oggigiorno, esse richiedono continuamente la nostra attenzione. Lo tsunami delle informazioni getta nell’inquietudine persino il sistema cognitivo. Le informazioni non sono un costrutto stabile: manca loro la saldezza dell’essere. Niklas Luhmann descrive cosí l’informazione: «La sua cosmologia è una cosmologia non dell’essere, bensí della contingenza»."
Eppure io non ne sarei tanto convinta. Perché la persistenza si può avere anche con le non-cose: dipende tutto da noi, da quanto permettiamo loro di perdurare dentro di noi: "Al contrario delle informazioni, la verità sfoggia una saldezza dell’essere. A contraddistinguerla sono la durata e la persistenza. La verità è fatticità. Essa resiste a ogni cambiamento, a ogni manipolazione. In tal modo, crea il fondamento dell’esistenza umana: «Concettualmente, possiamo chiamare verità ciò che non possiamo cambiare; metaforicamente, essa è la terra sulla quale stiamo e il cielo che si stende sopra di noi»."
Lo abbiamo sperimentato durante il primo lockdown: le cose erano veicolo di contagio (tanto che sono state messe in atto una serie di protocolli per le sanificazioni); le non-cose ci hanno permesso di superare quel tempo sospeso. Siamo stati, anche se non ci siamo toccati.
Sono così labili i confini tra: Essere - Avere - Esperire.
"In termini astratti, esperire significa consumare informazioni. Oggi vogliamo piú esperire che possedere, piú essere che avere. L’esperire è una forma di essere. Erich Fromm scrive in Essere o avere: «L’avere si riferisce a cose […] L’essere si riferisce all’esperienza». La critica di Fromm, secondo cui la società moderna è piú orientata all’avere che all’essere, oggi non funziona piú poiché viviamo in una società dell’esperienza e della comunicazione che preferisce l’essere all’avere. Non vale piú la vecchia massima dell’avere che recitava «piú ho, piú sono». La nuova massima dell’esperienza recita: piú esperisco, piú sono."
Come in tutte le "cose", occorre trovare il giusto equilibrio, per non tradire, perdere e rinnegare la nostra umanità, per non rinunciare all'alterità: "Il mondo odierno è molto povero di sguardo e di voce. Esso non ci guarda, né si rivolge a noi. Perde qualsiasi alterità. Lo schermo digitale che definisce la nostra esperienza del mondo ci protegge dalla realtà. Il mondo diventa irreale, viene derealizzato e disincarnato. L’ego che va potenziandosi non si lascia piú toccare dall’Altro: si limita a specchiarsi sul dorso delle cose. Il fatto che l’Altro scompaia è davvero un evento tragico. Eppure si compie in maniera cosí impercettibile che non ne siamo nemmeno consci. L’Altro come mistero, l’Altro come sguardo, l’Altro come voce scompare. Privato della propria alterità, l’Altro si degrada al livello di oggetto disponibile, da consumare. La scomparsa dell’Altro riguarda anche il mondo delle cose, che smarriscono il proprio peso specifico, la propria vita, la propria cocciutaggine."
Per questo occorre sapersi fermare e far silenzio dentro e fuori di sé: "Il silenzio è un fenomeno dell’attenzione. Solo la profonda attenzione produce silenzio, mentre le informazioni frammentano l’attenzione."
Come le cose a lungo utilizzate diventano animate, perché si trasformano nelle "cose del cuore", così accade per le non-cose, secondo me, dipende solo da noi, dall'uso/abuso che ne facciamo. Non c'è una sola teoria giusta/sbagliata. Ce ne sono tante, a noi scegliere quella che ci calza meglio, che ci permette di essere pienamente noi stessi. Sta a noi scegliere qual è il nostro calamaio o il nostro juke-box: "Le cose nascono, per cosí dire, morte. Non vengono usate, bensí consumate. Solo un lungo utilizzo dà loro un’anima. Solo le cose del cuore sono animate. Flaubert voleva essere sepolto insieme al suo calamaio. Il juke-box è troppo grosso per portarmelo nella tomba. Credo che abbia la mia stessa età, ma mi sopravvivrà di sicuro. Un pensiero grossomodo confortante…"