Sorta di specchio ed equivalente dell’esistenza, il teatro di Testori affronta – forse più del resto della sua produzione – i nodi ineludibili della condizione umana e costituisce la chiave di volta che sorregge l’opera di questo autore. Nella Trilogia degli scarrozzanti ritroviamo, riscritte e trasfigurate, tre opere fondamentali della drammaturgia occidentale: Amleto e Macbeth di Shakespeare e l’Edipo di Sofocle. Prendendo spunto da queste tragedie, Testori ne distilla i motivi che percorrono e agitano da sempre la sua produzione: ed ecco quindi, nell’Ambleto, un discorso sulla sessualità e il potere portato all’estremo e il confronto con il mistero della nascita; nel Macbetto un tormentoso interrogarsi sul male e sul suo legame originario e inscindibile con la vita; nell’Edipus, infine, la parabola di un soggetto portatore inconsapevole di valori alternativi rispetto a quelli costituiti, manifestazione di un conflitto tra padre e figlio e di un anelito al ricongiungimento con il ventre materno, legato al ciclico rinnovarsi della natura. Per reinventare questo teatro, Testori inventa una lingua straordinaria, “gloriosamente e oscenamente viva, allestita con i resti di tutte le lingue morte o agonizzanti del mondo” – secondo la definizione di Raboni. È l’idioma degli scarrozzanti, appunto, compagnia itinerante di guitti, stracciona e sublime nella sua degradazione, che, insieme alle tragedie di Shakespeare e Sofocle, mette in scena se stessa e il proprio presente.
Giovanni Testori, critico d'arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è stato tra le personalità intellettuali più complesse del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo I segreti di Milano. Per il teatro, con la Trilogia degli scarrozzanti (L'Ambleto, Macbetto e Edipus), ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.
Testo complesso e decisamente controverso. Se dovessi analizzarlo come un documento del teatro sperimentale italiano degli anni '70 ci sarebbero moltissime cose da dire. Volendo, però, qui tenere traccia delle mie letture e della mia esperienza di lettura e non di critica mi trovo a dover ammettere che questi testi sono invecchiati e ad oggi cozzano in maniera eclatante con la sensibilità linguistica contemporanea. Sono testi violenti a livello verbale, volgari, che usano espedienti satirici e comici che stigmatizzano categorie sociali e sessuali. Sono testi misogini, omofobici e razzisti. E' chiaro che, nel momento in cui furono concepiti e rappresentati, la sensibilità fosse decisamente diversa dalla nostra. Enfatizzano elementi che erano già presenti, in nuce, nei testi originali della tradizione classica (Edipus) e Shakespeareana (Ambleto e Macbetto). Il tutto è condito da una forte vena di critica sociale e politica: sono dei testi politici, estremamente centrati nell'attualità che li ha concepiti e che, senza dubbio, hanno lasciato il segno nel loro momento clou. Oggi, per me, sono davvero invecchiati male.