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Mia madre temeva soprattutto gli uomini, ma anche gli incidenti, i temporali, la frutta con il verme e i mali della vecchiaia.
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Mio padre non si preoccupò mai di vestire bene, credeva che l’eleganza potesse essere altrove, in cose più intime e nobili.
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Gli aneddoti si succedono gli uni agli altri e i personaggi entrano in scena senza un ordine apparente. Dico «senza un ordine apparente» perché c’è sempre qualcosa di sostanziale dietro al disordine. La memoria, nello scegliere quel che deve conservare e quello di cui deve disfarsi, non procede a caso.
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Laura scese i gradini fino al centro del campo deserto e da lì si rivolse a mio padre alzando la voce per sovrastare il rumore della pioggia. «È proprio sicuro che nessuna stella sia ancora viva?» Lui confermò categoricamente e scoppiarono a ridere nello stesso momento.
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Un amante aveva tentato il suicidio per lei, aveva un altro pretendente che parlava di costruire una città di vetro e oltretutto era innamorata del nero. La vita le sorrideva.
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Non gli interessava sapere che cosa facessi ma chi fossi. Sposato due volte, fallito, risposi. D’accordo, questo va bene quasi per tutti quanti, insistette, ma tu chi sei? Quale fallimento, tra tutti i fallimenti? Quello di vivere, gli dissi: uno che se ne va in giro, senza famiglia, senza nient’altro che un pugno di storie disperse. Un portatore di enigmi, un bandito di strada su una strada dove non passa nessuno.
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Quella notte mi sono fermato per scrivere qualche pagina che provasse a dirmi chi sono e che cosa mi propongo, ma ho fallito di nuovo come tutte le volte che affronto me stesso. Viviamo in attesa di qualcosa di grandioso e questo ci fa stare in piedi.
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All’improvviso la storia era diventata una passione di tutti. Volevamo sapere da dove provenivano i mali della patria e che cosa avremmo fatto di quella patria dopo la vittoria. Avevamo bisogno di trovare un passato glorioso che potesse governare l’avvenire.
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Stava per compiere trent’anni, ma quando era arrivato a Buenos Aires se n’era tolti cinque e non aveva la minima intenzione di riprenderseli.
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Un luogo comune che ha una sua saggezza dice che la vecchiaia ci rende uguali nell’umiliazione. Arriva un momento inesorabile in cui tutto cade, si riduce, si spegne.
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Parlava a rotta di collo e quando si rese conto che non ne stava facendo un buon ritratto tacque e mormorò: «Tuo padre? Era uno che stava sempre in attesa della prossima pioggia».
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Una buona narrazione arriva fino all’anima e lascia un segno. Se non è buona suscita soltanto indifferenza.
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[…] diceva Dalton Trumbo: uno scrittore deve sempre essere all’altezza dei suoi personaggi.
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Quello che scrivo non è quello che nomino, quello che vedo non è quello che guardo. Nell’Arte poetica, Boileau ha definito il problema con una sola frase: «Il vero a volte può non essere verosimile».
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[…] gli domandarono se davvero credeva ai miracoli, spiegò che c’è una differenza tra Dio e Gesù. Dio non s’intende di giustizia e ingiustizia perché si occupa dell’assoluto e probabilmente non ha compreso il calvario di suo Figlio sulla Terra e la gioia dei mercanti nel sapere che sarebbe morto sulla croce.
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Man mano che il tempo passa cominciamo a vedere l’infanzia come un paradiso perduto e la giovinezza come il tempo in cui non abbiamo saputo realizzare quel che sognavamo; dopo è troppo tardi, e qualunque sciocchezza la chiamiamo esperienza.
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Ma il passato ha un significato allegorico, è un racconto modellato dal desiderio. Lo ieri di una persona è sdrucciolevole e dubbio quanto quello di una nazione.
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Per qualche strano motivo certe parole, per quanto possano sembrare semplici, si dispongono in un determinato ordine soltanto una volta.
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Sono poche le cose personali e intime quanto i libri scritti da altri.
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Questi erano i miei sogni. Mio padre lo sapeva qual era il suo? Adesso credo di immaginarlo, senza riuscire a capirlo. Ormai era grande ma non era cresciuto.
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Da qualche parte Juan Gelman ha scritto che conoscersi è difficile, ma pensarsi è tremendo.
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Mi sono convinto anche dell’inutilità di raccontare tutto, di esaurire un argomento. Un romanzo è come una tempesta nell’oceano, passa e non lascia traccia.
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Credeva che il progresso fosse continuo e infinito, ma sbagliava in pieno. Era Beethoven, non Pascal, a essersi avvicinato di più al sole. Kafka, non Oppenheimer.
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Mi aveva chiamato artista e diceva che mi guidavano gli arcangeli. Come avrei potuto lasciarlo solo?
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Ho raccolto un po’ d’acqua fresca dalla pozzanghera e ho chiuso gli occhi per accomiatarmi da mio padre. Era lì, grande e allegro sulla sua Buick luccicante; agile e forte come il Corsaro Nero. Mi diceva addio e sulla sua bocca non c’era la smorfia della morte ma un bacio che volava e si congelava in aria come una stella appena nata. Ho stretto forte gli occhi per trattenerla, per conservarla dentro di me e poi li ho spalancati per presentarmi di nuovo davanti al mondo.
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