Gennaio 2015. Silvia viene ritrovata in casa da suo marito appesa al lampadario della loro camera da letto, ma non è morta, ha solo perso i sensi e Paolo fa in tempo a chiamare i soccorsi e a salvarle la vita. Quando però Silvia si risveglia dal coma nel reparto di Terapia Intensiva Neurologica, non ha la più pallida idea di come ci sia arrivata e cosa le sia successo. Inoltre l’incidente, come lo chiamerà sempre lei, le ha causato un ictus ischemico che ha ridotto notevolmente la sua capacità di movimento e quella della parola. Ma al contrario di ciò che tutti più o meno si aspettano Silvia, sicura del fatto che mai avrebbe potuto togliersi la vita, non si arrenderà all’evidenza dei fatti, né alla demolizione che ha subito il suo corpo. Accetterà di buon grado le cure, le sedute di fisioterapia, quelle con il foniatra e dallo psicoterapeuta, pur di riappropriarsi della sua vita e dimostrare a tutti che le cose non sono come possono sembrare e vogliono farle credere. Con l’aiuto di suo padre e della figlia Marianna cercherà in ogni modo di recuperare il pezzo di memoria che le manca e che contiene i ricordi che ha perso, proprio quelli che precedono il suo suicidio. Per farlo dovrà ricostruire gli eventi che le sono accaduti e andare a scavare nel suo passato dove, si renderà conto, affondano le radici del male che l’ha investita e che, pezzo per pezzo, la porterà a una verità che mai avrebbe potuto immaginare.
3.5/4⭐️ “È incredibile come a volte possa bastare tanto poco a creare legami impensabili che certe persone non riescono a stabilire neanche nell’arco di una vita intera.”
Inizia sorprendentemente senza titolo, con le parole in prima persona di quella immaginiamo sia la protagonista, Silvia, (che scopriremo più avanti essere colpita da una decina d'anni dall'artrite reumatoide), parole che a noi lettori arrivano attraverso un diario in cui la protagonista segna minuziosamente dati di natura pratica (terapie, tempi e modalità, dosaggi, iniezioni e poco altro). Ma nelle ultime pagine del diario, che sono quelle che leggiamo nell'incipit, il registro cambia: la protagonista afferma di voler scegliere lucidamente una morte pulita con l'impiccagione, descrizione piena di speranza che leggo in un gruppo Facebook dedicato a presentazioni letterarie. Già un'aspirante suicida piena di speranza sembrerebbe un ossimoro, tuttavia non fu quello che che contestai all'autrice Marta Minotti per sospetta mancanza di verosimiglianza. La morte per impiccamento lascia segni esterni inequivocabili sul collo (il cosiddetto 'solco cutaneo'), si perde la ritenzione sfinterica, la lingua si estroflette, il viso assume il tipico colorito cianotico, gli occhi strabuzzano, le vene del viso e dei globi oculari scoppiano, come pure si creano i famigerati "calzini e guanti di sangue" e via proseguendo per altre amene descrizioni che poco hanno di pulito. Alla reazione della Minotti, che negava recisamente, avendo tentato una sua amica il suicidio, sospendo il giudizio e proseguo la lettura. Silvia, dopo l'infausto gesto di cui non conserva memoria, la ritroviamo ricoverata in ospedale, in preda ad amnesia. L'unica cosa di cui è certa è di non aver compituo 'quella cosa'. Purtroppo, la lettura del suo diario, oltre a confermare di averlo lei stessa programmato lucidamente, le lascia una lacuna di un mese. “A volte a rubarti la vita non è una malattia né la morte stessa, ma il tempo.”, afferma Silvia, in un'amara osservazione della Minotti.
Per Marianna, la figlia avuta da Paolo, mai veramente amato da Silvia, innamorata invece del bello e impossibile Brando, conosciuto in tempi adoloescenziali quando le offrì di suonare la chitarra nel suo locale, la protagonista afferma “... la famiglia è rimasta in piedi, non ho voluto che spartisse la sua vita tra due case, che fosse obbligata a scegliere a chi volere più bene.” Molto saggio, ma anche manipolatorio. Se una donna sta male col proprio uomo, se si sente maltrattata o costretta in una qualche forma di oppressione psicologica, tenga bene in mente il motto per la sopravvivenza: via dalle violenze domestiche, prima che sia troppo tardi, coniato dalla Stefi Pastori Gloss in CORPI RIBELLI resilienza tra maltrattamenti e stalking. https://centrovirtualearte.it/2018/02...
Comincio a sospettare che questa Silvia sia perfettamente dotata di determinate specifiche cliniche.
“Ogni volta che guardavo mia figlia negli occhi...” Mia? Perchè non “nostra”? Silvia conferma i miei sospetti, svelando le caratteristiche psicologiche conosciute come quelle del 'narcisista perverso'.
“... medici e infermieri saranno le uniche persone che vedrò. Ma loro con me non parlano, e sono giunta alla conclusione che il motivo non risieda nella mia incapacità di rispondere ma nella percezione che hanno di me, di una che la vita l’ha disprezzata e probabilmente è anche indifferente alle cure che le stanno facendo. Nelle loro menti sono solo un impiccio, una perdita di tempo.” Terribile ammettere che, nella sofferenza, gli altri possano anche solo pensare questo di ciò che una persona stia passando. Silvia (cioè, la Minotti) è bravissima a farci sentire coinvolti. Altra tecnica tipica del 'narcisista perverso'.
Di Felia, sua estemporanea compagna di camera d'ospedale, che fantomaticamente vive di affitti, Silvia dice: “Ha il solito sorriso che abbaglia su quella faccia da ragazzina dove il tempo non ha messo le mani.”. Descrizione lusinghiera di una di fatto sconosciuta e che la Minotti mette in bocca ad una persona intelligente, sì, ma non arguta. Ulteriore caratteristica tipica del 'narcisista perverso'. Comincio a chiedermi come la Minotti ne sia così bene a conoscenza.
“Sono dieci anni di vita che si azzerano, un tempo buono che si fa da parte indulgente come un padre. Questo momento è una clessidra che si inceppa.” Parole che Silvia dedica al padre, quando la va a trovare in ospedale. La figura del padre è la sola veramenrte centrale della sua vita, come spesso accade alle donne 'narcisiste perverse'. Tutto si incastra perfettamente, brava Minotti.
Silvia è palesemente ancora innamorata di Brando, suo amore adolescenziale. Quando la va a trovare in ospedale, gli riserva una descrizione da cui traspare la sua infatuazione: “È cambiato pochissimo, i capelli sono un po’ più radi e c’è qualche ruga sul suo viso che sta lì solo a fargli un favore.” Sorprendetemente, conosce Felia. Annoto mentalmente e metto da parte.
Una profonda ma sintetica descrizione della crisi matrimoniale tra Silvia e Paolo, mi fa credere che la Minotti se ne intenda: “Non siamo più nel presente, siamo nella nostra vita di coppia, nel nostro matrimonio fallito, nei rancori mai dichiarati, nel folto di una forra sconosciuta e piena di notte.” A tal punto che Silvia non lo chiama più per nome, ma semplicemente con il pronome 'Lui', tecnica spersonalizzante del solito 'narcisista perverso'.
La Minotti ci permette di però ascoltare anche la voce di Paolo: “Trascorse quasi mezz’ora in quell’atrio in cui non c’era nessuno all’infuori di noi e quando ci accorgemmo del tempo che era passato, lei mi chiese soltanto se volevo il suo recapito, mi avrebbe dato volentieri un consiglio, qualora ne avessi avuto bisogno. Per un attimo, anche se avevo capito benissimo che il motivo di quell’invito era esclusivamente professionale, il mio orgoglio di maschio sfiorò vette che non raggiungeva da anni e subito dopo mi ritrovai a pensare a quanto fossi stupido e a quanto mi mancasse l’attenzione di una donna.(...) ero affamato di vita, d’amore, di qualcosa che fosse soltanto mio e che volevo tenermi stretto…avevo digiunato troppo, persi completamente la testa.”
Sara, infermiera di Silvia, che la Minotti ci farà gradatamente scoprire essere anche l'amante di Paolo, rivelandosi una mirabile orchestatrice di modalità e tempi, accusa Paolo della mancata morte di Silvia: “«Se quel giorno non avessi dimenticato il cellulare, se non fossi tornato indietro, a quest’ora lei sarebbe morta e noi saremmo liberi! (…) Sei un uomo senza spina dorsale, senza carattere, ora capisco perché lei ti ha preferito quell’altro, non vali niente, niente! Che cosa vuoi che faccia, che la tolga di mezzo con le mie mani? Guarda che ne sono capace, perché se credi che le lascerò rovinare le nostre vite…»” che torna più avanti, con una terribile affermazione: “E poi in ogni caso non ci saremmo mai liberati definitivamente di lei, sarebbe stata un accollo per sempre, disoccupata e malata com’è: era meglio sbarazzarsene ed eliminare così il problema alla radice, dovevo solo trovare un modo.”
Silvia scopre il tradimento di Paolo: “Se non fosse per mia figlia lo butterei fuori a calci in questo stesso momento. E Marianna lo sa, non è una stupida, lo avverte in un attimo questo veleno, le basta guardarci. “Io vado a vestirmi” – dice infatti ad un tratto scattando dalla sedia e dileguandosi in fretta. In un attimo se n’è andata lasciandoci soli nella nostra cucina ad odiarci.” La figlia, come sempre accade nelle famiglie che si auto distruggono, sottolinea quanto siano pretestuose le motivazioni di Silvia per salvare il matrimonio.
Il primo colpo di scena ce lo propone la stessa Silvia: “Le immagini ritraggono due persone, due donne per la precisione, una delle quali è indubbiamente lei, anche se ha i capelli diversi, più lunghi e di un altro colore. Anche l’altra la riconosco subito.”
Il secondo colpo di scena ce lo svela Brando: “Sua madre ne era completamente soggiogata e Sara riusciva a farle fare tutto ciò che voleva, in virtù della vecchia storia che l’aveva privata di un padre.”
Il terzo colpo di scena ce lo svela acora Silvia con la sua memoria che torna: “Sono piena di rabbia e allo stesso tempo ho paura. Sono sola in questa stanza senza telefono, lontana da casa e con il mio aguzzino ad un passo da me che sta curando la mia stupida ferita... (…) Tutto torna, tutto si ricompone in questo puzzle degli orrori il cui pezzo centrale sono proprio io.”
In effetti, con la mia prima osservazione critica circa la presunta compostezza della morte per impiccagione, avevo già intuito qualcosa di questo puzzle abilmente predisposto dalla Minotti. Ovviamente non rivelo null'altro per non spoilerare.
La chiusa del romanzo è commovente. Ogni cosa va al suo posto, anche il sentimento, rivelando una nuova scrittrice capace. Copertina da 'image bank' che dice tutto e niente, 4° stellina su Goodreads.
Consigliato agli amanti degli intrighi familiari, ai soliti giallisti, a chi come me è convinto che il male torni sempre indietro.
Mi dispiace senpre molto dover fare recensioni così negative, soprattutto se si tratta di una pubblicazione self, ma questo libro non merita più di una stella. L'ho acquistato incuriosita dalla copertina, dal titolo, dalla trama e soprattutto dalle numerosissime recensioni positive che ha su Amazon. Recensioni che ho scoperto essere fuorivianti. Persino molte di quelle che hanno una sola stellina dicono che è scritto bene e, ve lo giuro, vorrei proprio sapere cosa intendono. Perché per me non si può definire in questo modo un libro la cui autrice commette errori così grossolani. Mi sono venuti i brividi mentre leggevo e non per la suspense (dato che non ce n'è proprio) ma per le espressioni come "Mi sono stata zitta" oppure "Devo andare a studio" e tante altre che non sto nemmeno qui a ripetere. Ci sono anche errori che una persona che fa questo lavoro dovrebbe sapere, ovvero che la "e" maiuscola, quando verbo, è sempre accentata e mai apostrofata. Al di là di tutto questo, mancano le descrizioni, sia fisiche che dei luoghi; manca un intreccio di trama più funzionante; manca la cartterizzazione del personaggio. Insomma è un libro che non funziona sotto ogni punto di vista. Consiglio all'autrice di fare una lunga riflessione, di non farsi affascinare dalle 4mila recensioni presenti su Amazon e di valutare di togliere questo libro dal mercato e fare una revisione appropriata. Sono anche io autrice self e anche io ho pubblicato libri che erano in pessime condizioni e che ho tolto dal mercato, talvolta è necessario fare un passo indietro.
La premessa della ricerca della verità sul tentativo di suicidio di Silvia è intrigante e preannuncerebbe svariate possibilità narrative di suspense, il finale con dialoghi inverosimili ma ritorna comunque un po' di suspense, in mezzo un romanzo rosa di spiegazione del matrimonio di Silvia con Paolo, del rapporto con la figlia Marianna ,dell'amicizia con Brando o Felia. Andava fatta una scelta netta sul tipo di romanzo, questa narrazione ibrida secondo me non accontenta chi si aspettava un thriller e forse neanche chi voleva un romanzo rosa
"Non mi ha mai sfiorato l’idea di stringermi al collo una cintura o qualsiasi altra cosa per farne un cappio di morte. Non ho mai, nonostante tutto, disprezzato la vita. Dovessi campare solo per quello riuscirò a dimostrartelo, e questa fermezza mi impone di scacciare il solito agghiacciante interrogativo che mi perseguita come uno spettro: ma allora che cosa è successo? “Ha tentato il suicidio, ma il marito è riuscito a soccorrerla in tempo… sono quasi tre mesi che è qui...” 🥺
Gennaio 2015. Una mattina come tante, Silvia viene ritrovata da suo marito appesa al lampadario della loro camera da letto, intorno al collo una sua cinta 😱 ma Silvia non è morta, ha solo perso i sensi e Paolo fa in tempo a chiamare i soccorsi e a salvarle la vita! E quando si risveglia dal coma nel reparto di Terapia Intensiva Neurologica, non ha la più pallida idea di come ci sia arrivata e cosa le sia successo... 🤔
"A volte a rubarti la vita non è una malattia né la morte stessa, ma il tempo. Tutto il tempo in cui ho dormito mi ha sottratto due mesi; sessantuno giorni tra brevi veglie e sonni profondissimi dai quali sono riemersa a fatica e con molte sollecitazioni. Nel frattempo, siccome i miei parametri vitali si sono stabilizzati, mi hanno trasferita dalla rianimazione alla terapia intensiva neurologica, e questo mi ha consentito di ricevere visite più spesso, cosa di cui ho estremo bisogno perché sono terrorizzata..." 😬
L’incidente, come lo chiamerà sempre lei, le ha causato un ictus ischemico, con il quale ha perso parzialmente l’uso della parola, oltre ad averle ridotto la capacità di movimento di tutta la parte destra del corpo 😰 Ma Silvia è determinata a tornare a camminare per conto suo e a parlare di nuovo, così piano piano grazie a faticose sedute di fisioterapia e logopedia riuscirà a muoversi da sola, iniziando anche a ricordare sempre più dettagli dell’ultimo periodo della sua vita! Grande aiuto arriverà soprattutto da suo padre e da sua figlia Marianna 🥰 non è sola! Silvia ricorda tutta la sua vita fino all'inizio di dicembre, poi il buio 😳 Riuscirà a capire cos'è successo il giorno del suo “incidente”?? Per farlo, Silvia dovrà scavare nel suo passato! Chi è Brando? 🖤
Wowww. Era da tanto che non leggevo un thriller psicologico così bello, intenso e coinvolgente... una storia letta tutta d’un fiato, piacevole e scorrevole. Ho provato immediatamente empatia per Silvia, da subito, ancora prima di capire cosa stesse succedendo 😱 Marta Minotti è riuscita a costruire una trama avvincente, sono rimasta incollata alle pagine fino alla fine... what? Cosaaa?? Il colpo di scena finale mi ha lasciata senza parole 👏🏻 "La prima volta in cui sono morta" per me, è un libro da leggere assolutamente. Consiglio 👍🏻
Libro strano alle volte lo avrei lanciato dalla finestra, altre è stato molto bello leggerlo. Sono contenta che alla fine ci sia qualcosa di lieto, e che si arrivi a capire tutto, con un senso. Avrei detto che l'amante di Paolo fosse una persona diversa, e non avevo collegato Sara e Felia come parenti quando c'è stata la scena in camera dove Felia finge di stare male. La parte iniziale secondo me doveva essere fatta meglio, noi che leggiamo dobbiamo capire se stiamo leggendo i veri pensieri della protagonista, se sono di altri, o se pensavamo fossero i suoi e farci capire o instillarne il dubbio, se no è come se la prima parte volesse essere una storia diversa da tutto il racconto.
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Un giallo che mi ha catturato pienamente grazie a una trama apparentemente lineare ma che poi rivela diversi colpi di scena. La protagonista tenta il suicidio e viene salvata dal marito, si risveglia in ospedale dopo un periodo di coma e non sa spiegare il suo gesto, né ha memoria di quanto ha compiuto. Con determinazione Silvia si applica con la fisioterapia per riprendere in mano la sua vita, decisa anche a scoprire cosa sia davvero successo. Attraverso personaggi che, a livello intuitivo, insospettiscono il lettore si arriverà alla sorprendete verità.
Un romanzo carino, scorrevole. Silvia si risveglia in ospedale alle prese con le conseguenze di un tentato omicidio, del quale però non ricorda nulla, soprattutto di aver mai pensato di togliersi la vita. Assieme a lei cercheremo di fare luce negli ultimi mesi fino a scoprire cosa è successo. Credo che la trama potrebbe essere sviluppata meglio, in alcuni momenti è anche scontata. Questo non toglie piacere alla lettura, perché senza dubbio è ben scritto.
Dopo mesi che avevo lasciato in parte la lettura, ho deciso di ricominciare proprio con questo libro.... incredibile in ogni sua parte...falsi sentimenti, false amicizie...tradimenti sia nel lato amoroso che quello dell'amicizia.... molte volte gli occhi non vedono realmente quello che si ha davanti
Ammetto che ho scelto il libro dalla copertina senza neanche leggere la trama. Iniziato ho pensato che fosse il classico libro introspettivo di questa donna che aveva tentato il suicidio. E invece... Molto bello e piacevole
Ottimo libro che ti lega a leggerlo. Inizi a capire qualcosa a metà ma le sorprese arrivano tutte insieme verso la fine. Mi è piaciuto il fatto che ci sia anche un epilogo che racconti come prosegue la storia, senza dover immaginare nulla
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Niente male, affatto! Letto in un attimo molto intrigante, forse sono un pelo di manica larga con 4, ma mi ha intrigato parecchio. Avrei voluto un capitoletto in più, ma già dall’ultimo lascia intendere il proseguimento, quindi va bene così.
Attirata principalmente dal nome della protagonista, ne esco soddisfatta al 98%. Lettura molto scorrevole e coinvolgente. Non raggiunge le 5 stelle solo ed esclusivamente perché sono riuscita a capire un po' troppo presto come concludesse, ma è una lettura che ripeterei molto volentieri.
Un libro che si legge tutto d'un fiato, intrigante, fluido, e scritto molto bene. Se questo è l'esordio di Marta Minotti, si può affermare che è nata una stella nel firmamento della letteratura italiana.
Era da parecchio che volevo leggerlo, sostava nel Kindle, e adesso è arrivato il suo turno. Un bel thriller al cardiopalmo. Trama: un ultimo messaggio scritto sul diario, lasciato sul comodino, freddo, distaccato, calcolato, dopo di che Silvia si risveglia nel reparto di terapia intensiva, non ricorda nulla di quello che è accaduto, ma qualcuno dice che ha tentato il suicidio impiccandosi al lampadario della sua camera. Non è morta per un soffio, suo marito l ha trovata in tempo. Ma qualcosa non torna, davvero ha fatto una cosa del genere, non è da lei, non l avrebbe mai fatto, ma quell' ultimo messaggio l ha scritto proprio lei... Una serie si vicende intricate che porteranno velocemente alla fine senza passare per il via. Se vi piacciono questi tipo di thriller, è super consigliato.
Tre stelline per un thriller che, per quanto coinvolgente in alcuni momenti, mi è sembrato un po’ inverosimile. A tratti mi ha ricordato quei film che passano su Canale 8: ti tengono lì, ma non ti sorprendono davvero. La lettura è stata piacevole per buona parte del libro, anche se alcune sezioni erano decisamente più lente. Quello che però mi ha delusa è stato il finale: troppo sbrigativo, veloce e senza neanche un briciolo di suspance. Peccato, perché con un po’ più di tensione avrebbe avuto tutto un altro impatto. Forse sarebbe stato meglio accorciare un po’ la parte sulla riabilitazione di Silvia in ospedale, che alla fine rallenta solo la narrazione, e dare più spazio a una chiusura più solida. Detto questo, la scrittura è molto scorrevole e il libro si legge facilmente. Una lettura leggera se non si hanno troppe pretese.
Se si potesse dare un voto più basso, lo farei. Scritto male, banale e privo di un intreccio efficace, fallisce anche nell'approfondire i personaggi e le loro relazioni. Per di più, banalizza temi importanti come la salute mentale. Il movente della villain è banale e la sua relazione con la vittima assolutamente irrilevante.