Nella vita – dice una poesia di questa raccolta – siamo attirati da distanze che ci chiamano, che non vediamo e non conosciamo, come da un suono di campane lontane. È un suono remoto, misterioso, un battito originario, nei cui rintocchi la parola poetica nasce e ritorna, ogni volta, per dissolversi. Nelle campane – nella poesia – Silvia Bre cerca di cogliere ritmi che scorrono sotterranei alla vita ma che della vita, non solo individuale, sono la linfa nascosta. A volte è necessario un salto mortale, della percezione e della grammatica. Ma più spesso questa lingua poetica si affina per concentrazione, per elisione, per cancellazione di tutto ciò che è superfluo, nella tensione verso l’origine delle cose, nell’attenzione per i nessi che le legano, per l’attimo di senso quando si dilata e sembra eterno. Le campane non possono non avere anche un aspetto mortuario, commemorativo. E infatti, verso la fine della raccolta, le note assumono un tono quasi cimiteriale e il lessico si infoltisce di «polvere», di «scheletri», di «tenebre». Come se la vibrazione delle campane precedesse e oltrepassasse il rintocco della vita, e rivelasse infine un mistero siderale, l’annuncio di una «lingua celeste dello sparire».
“Il corpo è il rintocco della presenza,/vuole coincidere. Fossero qui, le campane./Invece l'essere in loro è così, disteso/in uno splendore che retrocede./Nel suono d'oro si dibatte la realtà/martella le tempie andandosene/tra le campane che si slegano in mondi/e chi prova a fermarle perde, perde/l'elusione scintillante che detengono./Andare andare via sulle onde/come dietro un'icona adorata/da ere più vaste di questa, di noi/senza missione nessun destino mai, e sai/che quel lontano è amare amare tanto./E stai, a sentirle da qui/avendo un posto, un albero maestro da obbedire/un campanile da far sbraitare il bronzo/mentre parli a voce bassa col morire. E dormi/nella guglia dello sguardo, sul ciglio/che inchioda gli storditi/chi ha contemplato il sole/l'alba del prima, il trono del reale”.
Fatico a comprendere la poesia, ma leggere poesia mi attrae moltissimo. Del resto gli studiosi confermano e i poeti insegnano che si ama la poesia se si accetta di non capirla fino in fondo. Silvia Bre scrive che il buio, questa non conoscenza che il lettore prova di fronte ai versi, è l'origine dalla quale sorgiamo, senza aver voce in esso, senza nemmeno possederlo, eppure è in contrasto con esso che ci illuminiamo. La poesia di Bre sta in ascolto della vita, tutta tesa a percepire i rintocchi delle campane, i battiti dell'esistere. Si tratta di una poesia a voce bassa, che dedica cura, fiducia e preghiera, non per detenere le cose, né per fermarle e decifrarle, ma solo per abbracciare, per rassomigliare, per pensarle incluse. Il corpo in Bre invoca una pace, eterna impossibilità della fuga, posto nel mondo e nome, spazio e aria che diminuiscano la pena, onesta e casuale pietà che in un canto silenzioso avvolga l'aldilà di chi rimane. Il dettato poetico è intenso e necessario; commuove, e domanda senso; ci sono versi slanciati e circolari, che suonano misericordia e contemplazione, e creano la conquista dell'istante, l'aria per poter nuotare nel naufragio. Bre rende in modo elegante la pienezza del tutto, e libera il lettore dalla cima che lo tiene attaccato a sé stesso. Siamo sempre tormentati dalla follia del reale e la materia risplende lentamente, mentre sempre aumentano tristezza, fragilità, disillusione. La poetica di Silvia Bre si esprime negli spazi intermedi che hanno un contatto profondo tra sé, laddove i poeti non sono nessuno di fronte al tragico del presente, e l'aurora si distende su un meridiano disadorno, come un pugnale in scala minore. Così si intuisce la solitudine irrevocabile, attraverso la poesia, si avverte la voragine e l'impossibile partenza, l'indizio presenta il bagliore, ma l'affanno traduce ogni cosa in congenita vanità; e io penso e ricordo, anticipando, nel riposo dei sensi, una coscienza inconfutabile e imperdonabile di una sensitività a condanna infeconda.
“In questo sonno raccolgo la mia polvere/se la mano distesa ancora manca/di franare nell'unica quiete/e la parola innata non significa/ma scendo sempre ancora/nel quieto darsi a lei del mio pensare/mentre dormo la vita ancora sogno/la quiete che mi accerchia e sta sospesa”.
È sempre molto difficile scrivere un commento a una silloge di poesie, fondamentalmente perché è difficile tradurre le emozioni. Silvia Bre è bravissima non solo per la musicalità che imprime alle sue poesie, ma anche per le stoccate spiazzanti che riesce a dare usando pochissime parole. Le campane possono suonare a festa, oppure restare lì, ferme, immobili, mute, oppure possono suonare a morto: nel loro perpetuo oscillare da un'eccesso all'altro, passando per l'equilibrio dato dal silenzio, la vita dell'uomo sta, nel suo divenire, dal nascere fino allo scomparire.
“La parola è un impiglio, poi crolla come ogni monumento e l’incontro si scioglie (nell’ingorgo dei suoni s’incaglia un attimo di senso e l’attimo nel suono pare eterno
smette quando di colpo lo convince la deriva del tempo lí attorno)
non esiste altro evento che questo
che la vita di ognuno apparsa nella croce che la toglie.”
“Trasmigra la pellegrina, si straccia, slitta nel dire il mare del rumore non la ferma. Entra in spianate brune un baleno d’archi con lance di lamenti stesi ad angelo: nulla che si accontenti di avvenire.
Cosí la nube ama in me consolarsi, la sua nebbia schiudersi in assoli, e io inferma violenza delle ore sono vocata a distinguere la soglia che lei sola, lei sola varca triste liberamente e a tutto un silenzio di raggi, al costellato confondere m’inchina lo sguardo, mi alza.”
“Tra gli eletti dal male a guarirlo nella lingua che lo dice, la cura del ramo spinato che urtato da un fiato sibila e ti tiene sveglio e ti addormenta, non sai quale madre detta la misura nell’azzurra lacuna da vedere se contro la luce della morte una navata canta la sua carità per questa gleba. Suonata a senso dalle campane per timone le tenebre mi ruota nello scheletro la nube di una luna, questa infamia fedele di beata.”
3,5? 4? È molto difficile per me recensire questa silloge. Amo come Bre sceglie e accosta le parole, sono potenti e graffianti. Purtroppo però faccio fatica a capire il senso di molti componimenti, a dargli un'interpretazione. Spesso, alla fine della lettura di una poesia, nonostante abbia apprezzato molto la scelta delle parole, la sonorità, il ritmo, mi sono chiesto cosa volesse comunicare l'autrice.
“Ti ho visto poi ti ho intravisto poi ti ho smarrito in me là fuori adesso sono te e continuo”
E ancora:
“ (…) cosmicamente la materia transita e l’efficienza furiosa degli atomi raduna la sua fame in un cieco, una tenebra condonata come un pane da passare a un altro nessuno, in alleanza. (…)”
Ora di iniziare a leggere un po' di poesia. Comincio con questa raccolta, che secondo molti è l'unica della Bianca che si salva negli ultimi anni. Ancora non posso giudicare il confronto, ma se questa è l'asticella la vedo dura... Intanto, il tempo.
Poetessa capace di precisione del dettaglio esistenziale e tormentato della vita, tradotto in una lingua intensa, esatta, mai scontata, vicina e senza concessioni al facile