Non esistono le famiglie felici né quelle completamente infelici.
Esistono i legami, quelli che legano marito e moglie, padre e figli, madre e figli, fratelli tra loro: e questi legami sono connessioni complesse di amore e incomprensioni e gesti e parole che non sempre si dicono nel modo giusto, in modo da non ferire l'altro.
E quando una famiglia è tra quelle in cui l'infelicità ha la meglio sulla felicità, perché la maggior parte dei legami sono compromessi e le figure genitoriali vengono meno, allora il rapporto fraterno si espande e occupa quei vuoti lasciati dai genitori, che per un motivo o per un altro non ci sono più.
Così è successo a Paolo e Antonio, due fratelli di ventidue e diciannove anni che restano soli dopo la morte del padre violento e la fuga della madre.
E il dolore della doppia perdita, li rende uno il prolungamento dell'altro.
Ma come si fa a sanare il dolore delle violenze subite e quello della perdita? Come si fa a vivere bene con un passato così pesante che pende sul collo come quello di una ghigliottina su un condannato a morte?
"I suoi genitori se ne erano andati. Una chissà dove a rifarsi una vita, uno al Creatore con il cranio sfondato. Ed era giusto così. Di questo Antonio era certo. Dolori inutili. Dolori inutili. Dolori inutili. Se lo ripeteva, sì, ma non riusciva a lasciarli andare. Del dolore non ci si può mai liberare del tutto. Ogni sofferenza è un parassita che lascia delle tracce, e quelle tracce, scorie velenose, si ammonticchiano sempre di più e sempre di più e sempre di più fino a ostruire tutto, i capillari e le vene e le arterie. Saturano tutto. Non lasciano spazio a nient’altro."
Dei due, Paolo era quello più pericoloso, perché era una mina vagante di rabbia compressa pronta ad esplodere. E alla fine così è stato, corsa accelerata lungo una discesa senza ritorno, senza via di uscita, senza scampo, senza più vita.
Avevano provato a ribellarsi a tutta quella violenza. Avevano provato sì, e forse ci erano riusciti. Oppure si solo illusi di farlo. "Pensò ai suoi genitori, a quando suo padre non si ubriacava e sua madre non scappava e insieme passavano le domeniche al mare. «Però le cose belle le abbiamo trovate lo stesso. Insomma… alla fine, se ci pensi, siamo riusciti a trovarle e a vederle pure se tutto fa schifo, no?» Si fece più giù nella vasca. Paolo adesso aveva l’acqua alla gola. «Sì, siamo riusciti a trovarle. Ma forse non le abbiamo mai capite davvero» disse."
E davanti all'irreparabile c'è poco da fare. È un continuo "Mi manchi" senza sosta, senza scampo, senza fine. Così, come il canto di Antonio: "Mi manchi, Paolo. Ti parlo nella mia testa tutti i giorni. Eravamo malati di desiderio. Scintille nel buio, abbiamo illuminato la notte e siamo bruciati di incanti e meraviglie. E di questa certezza vivrò per sempre."
Un romanzo d'esordio intenso, duro e strappacuore nel finale.
Tra 4 e 5 stelle.