Nel 1945 la grande villa di campagna di sir Benjamin Drage diventa una residenza per i piccoli reduci dai campi di sterminio, venticinque bambini tra i quattro e i quindici anni accolti e accuditi grazie all’iniziativa e alla determinazione di Anna Freud, figlia del grande Sigmund, e di Alice Goldberger, sua collaboratrice. Ciascun bambino ha una storia diversa, terribile e speciale, ciascuno viene da un proprio personale inferno. Alice e la sua équipe lottano per restituire loro un’infanzia, dando vita per oltre un decennio a un centro dove le più recenti acquisizioni della psicologia infantile, della pedagogia e dell’arte vengono messe al servizio delle necessità dei bambini provenienti da lager, orfanotrofi e conventi o dai nascondigli dove i genitori li hanno lasciati durante la guerra, nell’estremo tentativo di salvar loro la vita. Lo sguardo dolce e professionale di Alice ci mostra come, nello scorrere delle stagioni, si allenti in Gadi la necessità di nascondere il cibo, si riducano gli incubi di Berl e la presenza della morte nei disegni di Denny e si avvicini per tutti, a poco a poco, l’obiettivo più recuperare la fiducia negli adulti. Titti Marrone scava nella Storia, apre gli archivi, incrocia documenti, foto, diari e lettere per trasporre in un romanzo la coraggiosa e commovente esperienza di Lingfield. La sua penna segue con delicata partecipazione l’incontro con l’infanzia di ciascun bambino, l’affiorare di traumi e ricordi dolorosi, il progressivo sciogliersi dei nodi più stretti. Fino all’inizio delle loro seconde vite.
C’erano solo pochi frammenti per ricostruire da dove venissero quei piccoli. Che cosa avevano visto, sentito, vissuto? Chi era la madre, chi il padre? La parte più delicata per i bambini di Lingfield stava per cominciare. E lei si sentiva pronta.
E’ un argomento sempre delicato, questo, per me. Non conosco i motivi per cui accade di immergermi totalmente in questa sofferenza che non posso nemmeno aver sfiorato e che reputo sia dell’Umanità intera. Sono attratta dai genocidi in genere, su questo Pianeta ce ne sono stati e ce ne saranno sempre. Sono attratta dai motivi scatenanti, perpetuanti, a volte rimossi da ogni coscienza e dunque in modo collettivo. Questo penso non abbia eguali, ma sono ignorante e ciò è certamente da evidenziare sempre. Per tanti motivi credo non abbia uguali e ciascuno porta all’altro e l’altro a un nuovo ancora. Complicato, c’è voluto Tempo e la presenza degli Ebrei in ogni Nazione. Complicato. Non si può che ‘sezionare’ (passatemi il termine), ogni singola parte di questa Storia e leggerne. In particolare, qui si narra di 25 tra bambine e bambini sopravvissuti ai lager e al lavoro di ‘recupero’ di corpo e psiche grazie a un progetto di Anna Freud e le sue collaboratrici, tutte psicologhe o con preparazione pedagogica. Attraverso le loro ‘voci’ bambine l’orrore, che così ancor di più terrorizza e fa da monito. Tra loro due sorelline italiane e un loro cuginetto, Sergio De Simone, che si scoprirà essere stato uno dei bimbi della scuola amburghese di Bullenhuser Damm: orrore nell’orrore, cercate, leggete, immaginate se potete l’ingenuità bambina che porta a perire cercando la mamma. Non dirò altro. Questo libro fa parte di una terna che dovrò ‘votare’ e conto sulla mia capacità di prendere sempre le distanze da tutto, di ‘passare la mano’: sugli occhi, sulle labbra, sul cuore.
Scelta come una delle ultime letture del 2022, avevo bisogno di una storia profonda in grado di toccare temi importanti. Nel periodo più consumocentrico dell’anno questo libro mi ha aiutato a rispolverare valori e necessità. Lo sviluppo delle varie storie, che si intrecciano e spesso si impastano all’interno della narrazione, è ben scandito e soprattutto ben documentato trattandosi di fatti reali. Risulta delicato e leggero nonostante il tema olocausto e bambini possa spaventare e proiettare l’immaginario in un clima devastante. Ottima lettura se interessati al tema e ben strutturata. Ho trovato lo stile di scrittura leggermente scarno e semplice in molti momenti rendendo difficile empatizzate per questo non assegno le cinque stelle ma comunque molto valido.
Ho finito di leggere "Se solo il mio cuore fosse pietra" di Titti Marrone proprio oggi, nella Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell'adolescenza. Non mi poteva accompagnare miglior lettura: Titti Marrone, con uno stile tanto sobrio quanto emozionante, ha raccontato l'abisso dalla prospettiva di chi guarda il fondo dal ciglio del burrone, dopo esserne miracolosamente uscito, nel precario equilibrio di chi prova lo stupore di essersi salvato, ma ha anche dentro di sé la vertigine del baratro.
"Quanto poteva sopportare la mente di un bambino?" Per quanto i diritti dei bambini siano calpestati e annullati anche oggi in molti luoghi, l'olocausto, per la sua sistematica e pervicace crudeltà, è l'emblema del Male e subire quel male ha prodotto, soprattutto nei bambini un trauma i cui strascichi hanno segnato intere esistenze. Ma questo è un libro che parla di cura e di salvezza possibile e di guarigioni, anche se con le cicatrici. È un libro in cui delle donne (Anna Freud, Alice Goldberger e le loro preziose collaboratrici) credendo fermamente nella cura come riparazione del danno e nella forza della psicoterapia e nel potere della relazione, giorno dopo giorno, nella "casa dell'accoglienza senza punizione" ricostruiscono 25 vite sostenendo le conquiste, e sopratutto i crolli, con amore e fiducia.
Io ne ho fatto esperienza, osservando il lavoro di tante mie colleghe e colleghi. Accoglienza, cura, relazione, tenacia, speranza; i bambini ne hanno diritto. Alcuni hanno diritto ad un risarcimento e per loro questi diritti valgono il doppio.
Titti Marrone è una giornalista e ha scritto un libro accurato nella ricerca, con la determinazione di illuminare il buio, ma che non è un saggio: ha il calore del romanzo e la delicatezza di uno sguardo, che cade su chi è arrivato, ma grazie alla potenza della finzione, anche su chi a Lingfield non è arrivato mai.
Ha scritto una storia, con dentro tante storie, che grazie alla Fondazione Premio Napoli sono state lette molto e da tanti ragazzi. E spero che i 25 bambini e Alice e Anna e Manna e Gertrud e Sophie e Sergio vincano il premio, perché ancora più persone possano conoscerli e non dimenticarli mai. Libr_ida_leggere
In questo libro ci viene raccontata la storia delle sorelle Bucci e di altri 23 bambini, tutti ospiti del cottage messo a disposizione da Sir Drage, presso il quale venivano accolti i bambini scampati ai lager nazisti.
Nel 1945 la grande villa di campagna di sir Benjamin Drage diventa una residenza per i piccoli reduci dai campi di sterminio, grazie all’iniziativa e alla determinazione di Anna Freud, figlia del noto psicoanalista, e Alice Goldberger, sua collaboratrice, che costruiscono un ambizioso progetto di accoglienza e terapia. Con la supervisione di Anna da Londra, Alice e la sua équipe specializzata danno vita per oltre un decennio a un centro multidisciplinare dove le più recenti acquisizioni della psicologia infantile, della pedagogia e dell’arte vengono messe al servizio delle necessità di venticinque bambini tra i quattro e i quindici anni provenienti da lager, da orfanotrofi e conventi o dai nascondigli dove i genitori li hanno lasciati durante la guerra, cercando di salvar loro la vita. Lo sguardo dolce e professionale di Alice ci mostra come, nello scorrere delle stagioni, si allenti in Gadi la necessità di nascondere il cibo, si riducano gli incubi di Berl e la presenza della morte nei disegni di Denny e si avvicini per tutti, a poco a poco, l’obiettivo più difficile: recuperare la fiducia negli adulti.Titti Marrone scava nella Storia, apre gli archivi, incrocia documenti, foto, diari e lettere per trasporre in un romanzo la coraggiosa e commovente esperienza di Lingfield. La sua penna segue con delicata pazienza l’incontro con l’infanzia di ciascun bambino, il progressivo sciogliersi dei nodi più stretti, l’affiorare dei traumi e dei ricordi dolorosi.
Cosa accadde dopo? Dopo Auschwitz, dopo Birkenau, dopo Terezin? Negli ultimi anni, soprattutto nel mese di gennaio, a ridosso della celebrazione della giornata della memoria, saltano fuori testimonianze e diari misteriosamente scomparsi e magicamente ritrovati in polverose soffitte. Tutti o quasi ci hanno raccontato la vita all'interno dei campi di concentramento. E dopo? Abbiamo mai pensato a cosa sia stata la vita per i sopravvissuti? Di alcuni di essi, per fortuna, abbiamo testimonianze dirette. Ma ci sono voci che sono rimaste silenziose, alle quali Titti Marrone dà spazio in questo romanzo. 25 bambini, tanti erano quelli giunti a Lingfield, in un cottage messo a disposizione da Sir Benjamin Drage per ospitare i bambini scampati ai lager nazisti. Un cottage nel quale l'analista Alice Goldberg, assieme al suo staff, si occupò di riportare alla vita questi 25 sopravvissuti. Per tre anni, Alice fece loro da psicologa, confidente, madre, punto fermo delle loro esistenze da ritrovare e ricostruire. Per tre anni combatte con incubi, scatti d'ira, lacrime, silenzi e rabbia. Per tre anni, e per molti di quelli a venire, Alice fu il loro tutto.
Partendo dalle testimonianze delle sorelle Tatiana e Andra Bucci, Marrone ci porta in quel "dopo" che molti di noi ignorano. I 25 bambini di Lingfield andavano dai 3 ai 15 anni e ognuno di loro portava con sé un carico oscuro spesso seppellito nella memoria. In questo romanzo ascolteremo, assieme ad Alice, le loro voci: racconti, episodi che riemergono pian piano, a volte a fatica altre come un fiume in piena pronto a straripare. Assisteremo, impotenti, ad atti di inaudita violenza e non potremo far altro che chiederci, durante la lettura, se mai questi bambini abbiano trovato pace e un posto nel mondo.
Attraverso la voce di Alice conosceremo le loro storie e scopriremo qualcosa in più del loro passato. Li seguiremo passo passo verso la crescita, ma scopriremo anche cosa accadde a molte delle loro famiglie.
Al centro di questo romanzo, oltre alle vite dei 25 bambini, troveremo il modo di analizzare il loro rapporto con gli adulti e seguiremo, per alcuni di loro, un processo di evoluzione che passerà dalla paura alla fiducia attraverso la diffidenza. Nel contempo, vedremo genitori decidere di non riprendere con sé i propri figli, in una sorta di rifiuto che risulta essere meno doloroso del ricongiungimento.
Il dolore travolgente di questo romanzo è perfettamente bilanciato dalla voce di Alice, sempre in grado di riportarci con i piedi per terra, esattamente come accade col suo staff, e di ricordarci che quei 25 bambini vanno ascoltati, aiutati e ricondotti nel mondo. Saranno proprio quegli intermezzi "analitici" a permetterci di riprendere fiato e non sopperire al dolore che questo romanzo si porta appresso. Intermezzi che, purtroppo, verso il termine della storia sfociano troppo nel cronachistico, facendo perdere un po' quelle emozioni provate durante la lettura.
Restano, al lettore, molte domande, ma una su tutte prevale durante la lettura: non abbiamo visto o non abbiamo voluto vedere? Com'è possibile che nessuno si accorse di cosa stava accadendo? Com'è possibile che milioni di persone siano state torturate e uccise mentre il mondo intero andava avanti con la propria vita? Come mai nessuno ascoltò il grido disperato di questa gente? Davvero Hitler riuscì a celare ogni cosa? O forse siamo stati noi a non voler vedere?
Ci sono storie che vanno raccontate e ricordate e quella dei 25 bambini di Lingfield è una di queste: lo è perché regala speranza, ma soprattutto perché ci ricorda che non sempre il lieto fine esiste e lo fa portando il nostro sguardo nel futuro di quei bambini, un futuro che non per tutti fu roseo e sereno, ma, anzi, spesso li portò verso esistenze disastrate, incapaci, ognuno a modo loro e nonostante l'aiuto e l'amore di Alice, di far davvero ritorno da quei campi che segnarono per sempre le loro esistenze.
E in tutto questo, quasi come un soffio delicato, appare Sergio, che di Andra e Tatiana era cugino e che da Auschwitz non fece mai ritorno. Sergio è tutti quei bambini che trovarono la morte, dopo atroci sofferenze, nei campi di concentramento. Sergio è quel volto che non dovremmo mai dimenticare, perché la sua vita, così precocemente interrotta, trovi, ancora oggi, spazio nei nostri cuori. Perché Sergio è tutti quei bambini che, ancora oggi, muoiono per mano della discriminazione.
Non commenterò - com'è ovvio - la storia, le storie in sé. Commenterò, se mi riesce, il prodotto finale. Più che un "romanzo", potrebbe essere il testo di un blog dedicato alle vittime del nazismo. Non c'è sviluppo dei personaggi, c'è solo la storia che conosciamo e che abbiamo sentito e risentito, peraltro scritta in modo piuttosto scarno e ripetitivo. Sarebbero due stelle e mezzo. Ne metto tre per l'ovvia validità (complessità, importanza...) del pezzo di storia che la Marrone ha voluto salvare dall'oblio.
Alcuni bambini sono sopravvissuti e Titti Marrone ci racconta il loro dopo guerra, il reinserimento nella società, terrorizzati dagli adulti, visti solo come nazisti o bugiardi traditori. Il tutto si svolge nella villa di campagna di Sir Benjamin Drage; Anna Freud ha appena dato un prezioso e delicato incarico ad Alice Goldberger: accogliere e aiutare i bambini sopravvisutti in arrivo da Terezín, da Auschwitz, dai nascondigli o i conventi e orfanotrofi. Sono bambini psicologicamente distrutti, orfani o abbandonati, che hanno visto la morte, alcuni nati e cresciuti nei campi, abituati alle punizioni dei nazisti. Sono bambini che custodiscono gelosamente il proprio cucchiaio, uno strumento tanto banale e che tuttavia nel campo faceva la differenza tra vivere e morire, abituati a una zuppa insipida e che non si fidano del cibo messo in tavola. Sono bambini diffidenti verso tutto quello che potrebbe dare felicità.
avrei preferito una maggiore analisi psicologica, invece dalla seconda metà del libro descrive solamente il lavoro e il luogo dove vanno da adulti questi poveri bambini
Sono stati quelli passati per Auschwitz i più fortunati? O quelli tenuti nascosti e lasciati soli? Esiste la possibilità di una graduatoria degli eventi scioccanti provocati dalla guerra? È mai accaduto prima a dei bambini quello che stiamo scoprendo adesso? A volte vorrei avere il cuore di pietra per non essere sopraffatta dal loro dolore.
Titti Marrone, giornalista napoletana, racconta la storia vera di venticinque bambini ospitati a Lingfield grazie alla magnanimità di Sir Drage dopo essere sfuggiti all’orrore dei lager nazisti o essere rimasti rintanati per anni in nascondigli di fortuna per la sola colpa di essere ebrei. Una delle protagoniste principali e’ Alice Goldberg che, insieme ad altri professionisti della cura e della psiche, cercò di aiutare bambini e ragazzini dai tre ai quindici anni a riappropriarsi della propria vita superando i numerosi traumi subiti. Tatiana e Andra Bucci permisero alla scrittrice di conoscere questa storia rimasta nascosta per anni e di iniziare una serie di ricerche in archivi e siti di testimonianze per raccontare le vicende dei protagonisti descritti nel suo intenso e doloroso racconto. La visita al lager di Terezin e la visione dei documentari dell’inganno che trasmettono ai visitatori per comprendere che cosa sia successo in passato mi ha permesso di comprendere ancora più a fondo il dolore e i traumi riportati dai bambini sopravvisssuti, descritti in maniera dettagliata e vivida da Anna Freud, in particolare quelli vissuti da “i bambini del cucchiaio”, fra i protagonisti del libro. La narrazione è drammatica ma coinvolgente, frutto di una profonda ricerca e sensibilità. Il dolore e l’orrore che ha caratterizzato ogni singolo gesto dei ragazzini è agghiacciante, ma vi è sempre e comunque una speranza nel futuro, nel riuscire a superare il male e l’odio. Un racconto necessario che dovrebbe essere suggerito dagli insegnanti ai propri studenti.
Nei primi tempi si pagava per andarci, cosa che potevano permettersi solo i “Prominenten”, gli ebrei ricchi, con lavori importanti, case eleganti, amicizie influenti. I nazisti li avevano convinti assicurando che lì si sarebbero salvati, pagandosi la sopravvivenza ed evitando così di finire nei campi della morte sicura. A Terezín, spiegavano i nazisti, avrebbero trovato uno stabilimento termale, una bella accoglienza, insomma una piccola città protetta, lontana dalla guerra. Per essere ancora più convincenti stamparono degli opuscoli che mostravano appartamenti luminosi tra cui si poteva scegliere. In cambio dovevano rinunciare a tutti i loro beni. Naturalmente non era vero niente. Era solo un imbroglio per prendere tutte le ricchezze di quelle famiglie e anche per mettere insieme in un campo di transito degli ebrei influenti, tenendo in sospeso la loro sorte prima di decidere se mandarli o no alle camere a gas. Perché forse potevano tornare utili, un giorno o l’altro. Incredibilmente, in migliaia caddero nella trappola del campo modello né li insospettirono le ciminiere di quattro grandi forni crematori che li accolsero al loro arrivo. Ma si era già al punto in cui, pur di non perdere ogni speranza, si arrivava ad aggrapparsi a tutto.
Non proprio una lettura leggera.. un romanzo intenso che parla degli effetti della guerra sui bambini. Nello specifico quelli sopravvissuti all’Olocausto, ai quali la guerra ha negato l’infanzia, e segnato la vita in modo indelebile.
Dei i protagonisti del libro pochissimi hanno avuto l’happy ending, quello di riabbracciare i genitori o riuscire ad andare avanti nonostante i loro traumi, gli altri hanno pagato per sempre le conseguenze emotive causati dagli eventi che hanno segnato la loro infanzia.
Romanzo che fa riflettere su che tipo di effetti avranno i bambini che oggi sono nati dove c’è la guerra, privati del loro diritto di essere bambini, spesso cresciuti senza i loro genitori, conoscendo solo quella triste realtà... Che adulti saranno?
Non sono brava a commentare, mi sono affezionata molto ai bambini e alle loro storie, mi fa così male pensare che abbiano sofferto così tanto e mi fa rabbrividire che tutto ciò stia succedendo ORA IN PALESTINA. La storia si ripete sempre e non insegna nulla.
ps. Apprezzo molto che l’autrice quando parlava dei bambini riassumeva una frase un loro tratto/situazione per capire di chi si parla essendo tanti bambini.
Con "Se solo il mio cuore fosse pietra" Titti Marrone si inserisce nella vasta letteratura sul tema dell'Olocausto. Tuttavia lo fa con originalità, spostando il punto di vista sul "dopo". La liberazione dai lager purtroppo non costituisce il lieto fine, ma l'inizio di un cammino tortuoso per tornare alla normalità dopo aver subito le cose più indicibili. Un cammino ancora più tortuoso e difficile se si è bambini e si ha conosciuto solo morte, sopraffazione e angherie. Non si ha più fiducia negli adulti dai quali ci si sente ingannati e abbandonati. Il libro sospeso in un sapiente equilibrio tra racconto e ricerca storica vuole narrare il percorso di rinascita di 25 di questi bambini accolti in una casa rifugio alla periferia di Londra, una casa fortemente voluta dalla famosa psicoanalista Anna Freud e gestita dalla formidabile Alice Goldberg. Nessuno sa cosa aspettarsi, la situazione è nuova per tutti e lo sconforto è dietro l'angolo. Sono bambini che provengono da situazioni diverse, chi dai lager, chi è stato tenuto nascosto in una soffitta completamente solo, chi abbandonato in orfanotrofio o in convento. Tutti hanno ferite profonde. La stessa Alice, dietro la sua tenacia, vacilla. L'unico modo per andare avanti è farsi guidare da quell'atteggiamento che pervade tutto il libro: la cura. Solo così Alice potrà tentare di restituirli alla loro infanzia e alla fiducia nella vita. Il libro è un pugno nello stomaco, ma l'autrice ha saputo raccontare una storia, già forte di per sé, con sobrietà, senza edulcorare o esagerare nei toni le vicende narrate, ma mettendo comunque in discussione il lettore e facendolo riflettere su qualcosa di fortemente doloroso. E soprattutto lo fa senza mai puntare il dito, nemmeno contro a quelle madri che hanno deciso di non riprendere il figlio con sé dopo averlo ritrovato. Ci si può chiedere cosa avremmo fatto noi al posto di questi genitori pur di salvare i nostri figli, ma la risposta arriverebbe senza tentennare anche solo per un attimo? La figura di Alice è fondamentale per questi bambini eppure la sua non è una presenza ingombrante nel romanzo. Sembra voglia accudire anche il lettore in questo viaggio alla scoperta di un pezzo di storia importante, senza imporre la sua voce per far spazio alla voce dei più piccoli. E' difficile commentare un libro che parla da solo in maniera così potente. Posso solo consigliare di leggerlo per capire che nonostante l'abisso infernale dentro al quale la malvagità umana è riuscita a trascinare milioni di vittime innocenti, tornare alla vita forse è possibile con l'aiuto e il sostegno di chi al male ha saputo contrappore amore, fiducia e speranza.
Leggere delle atrocità compiute durante la seconda guerra mondiale, parlare di sterminio, di lager, di olocausto, ha sempre un potere evocativo molto forte ed impone di non dimenticare gli orrori compiuti a danno di un popolo inerme i cui uomini sono stati ingiustamente privati della loro dignità e ridotti a bestie per il capriccio di un folle. Per questo romanzo Titti Marone ha scelto di focalizzare l’attenzione sui bambini (il che, se possibile, rende ancora più vulnerabile chi legge) e analizzare le conseguenze che hanno avuto su di loro la permanenza nei campi di sterminio, la separazione dalla famiglia di origine e l’impossibilità di poter ricostruire una vita se non attraverso l’elaborazione delle paure e delle atrocità subite. In questo contesto viene raccontato con un mix tra romanzo e saggio, il percorso di reinserimento sociale di venticinque bambini scampati ai lager e ospitati nella grande villa di Lingfield e affidati alle cure di Alice e delle sue collaboratrici, che mettono tutto il loro amore e la loro professionalità nel prendersi cura di queste piccole anime ferite per cui anche il ritorno ad una vita normale non è un’impresa facile. Si sentono il calore della casa, i profumi rassicuranti della cucina, i rumori dei giochi, ma si percepisce anche la diffidenza, la chiusura dei bambini verso il mondo degli adulti di cui devono tornare a fidarsi e si constata come per molti di loro i segni di quell’infanzia negata e oltraggiata rimarranno per sempre impressi nelle loro vite. Lo stile è fluido e la lettura è piacevole, tuttavia a volte non sono riuscita ad entrare pienamente in sintonia con i personaggi poiché spesso sono descritti con un’enumerazione di dati e di nozioni che si sommano togliendo un po’ di calore e di partecipazione alla narrazione.
Il libro narra la storia vera di un’iniziativa di Anna Freud e della sua collaboratrice Alice Goldberger nata per dare un rifugio sicuro e tentare di ridare dignità, sostegno psicologico e possibilmente anche una famiglia ai bambini e alle bambine sopravvissuti/e ai campi di concentramento o ad altre situazioni di abbandono durante l’Olocausto. Il libro percorre le storie di 25 bambini e bambine ospiti nel centro di accoglienza di Lingfield, fino alla loro vita adulta. La storia è molto intensa, perché sottolinea le privazioni e la disumanizzazione subita già in tenera età ma, a mio avviso, lo stile di scrittura fatica a far emergere questa drammaticità. La narrazione è infatti incentrata per buona parte del testo sulle attività quotidiane svolte all’interno della villa che accoglie i piccoli ospiti (la riappropriazione di un pasto caldo, di un letto e della cura degli adulti, che qui non sono spettrali come le figure conosciute nei campi di concentramento). Lo spazio dedicato all’analisi psicologica del trauma è limitato (se ne parla soprattutto nella seconda parte del libro ma in modo un po’ frammentario). Mi aspettavo un maggiore approfondimento di questo aspetto. Se volete approcciarvi a questa vicenda poco nota (o comunque meno nota rispetto ad altre testimonianze dell’Olocausto) vi consiglio la lettura, che risulta scorrevole, nonostante la tematica. Per questa semplicità trovo questo libro adatto anche ad un pubblico più giovane, per comprendere quanto accaduto in quel tristissimo e disumano capitolo della Storia.
"Lei sapeva bene che rammentare è come rammendare, cucire gli strappi, inclusi quelli interiori. Ripararli sapendo che i segni sarebbero restati comunque indelebili e visibili."
Se solo il mio cuore fosse pietra - citazione da La strada di Cormac McCarthy - è anche il pensiero ricomparso più volte durante la lettura, quasi a voler schermare il dolore che si forma ed esce fuori da queste pagine attraverso la genuinità, la purezza, la totale mancanza di filtri dei 25 bambini di Lingfield di cui Titti Marrone vuole raccontare storia, passato, traumi e speranze. Ma cosa è accaduto dopo la liberazione di Auschwitz e la fine della seconda guerra mondiale? Quale futuro per i bambini sopravvissuti alle camere a gas e agli abominevoli esperimenti di Mengele? Titti Marrone scava nella storia ripercorrendo memorie e testimonianze dirette, sfogliando archivi e dati lontani, rincorrendo vecchie tracce e riscoprendo nuovi dettagli di una verità, forse, poco conosciuta, ma che merita di essere ricordata. Ricordato il valore di chi ha dato la propria vita per questi bambini, dedicandosi a loro completamente senza lasciare nulla di intentato, niente indietro, prendendosene cura come fossero figli propri. Viene insegnata loro la fiducia e l'aiuto reciproco, viene rivelato o fatto conoscere di nuovo l'essenza stessa dell'amore incondizionato di una madre, viene consegnato nelle loro mani la possibilità di una seconda vita. E proprio attraverso una penna delicata ma decisa arriviamo a conoscere il dopo Lingfield, passando attraverso racconti che stringono il cuore, che sanno fare male, che bloccano il respiro tanto è il dolore testimoniato e provato sulla propria pelle da creature così innocenti, pure, inermi.
Lo stile di scrittura di Titti Marrone è semplicemente stupendo!!!! In questo suo romanzo, l'autrice affronta il delicato tema della sopravvivenza dei bambini durante il periodo della seconda Guerra mondiale presso un istituto di accoglienza per piccoli sopravvissuti,guidato dalla dolce quanto professionale educatrice Alice e da un insieme di persone estremamente dedite alla causa e molto competenti,sia dal punto di vista professionale,sia da quello umano ed emotivo. In queste pagine si seguono le vicende di alcuni bambini sopravvissuti alle brutture della guerra,rimasti senza genitori,vittime di traumi psicologici, paure,ansie,timori e comportamenti problematici e preoccupanti. Si seguono i pensieri e le riflessioni degli operatori della struttura, i loro interrogativi e la loro forza di volontà per regalare ai bambini quell'infanzia che, fino a quel momento,non hanno mai avuto e vissuto. Ci si commuove con le crisi di taluni e ci si arrabbia per le sorti di altri; si condivide la speranza di un lieto fine e ci si rammarica per ciò che dovrebbe accadere e che,invece,non accade. La scrittura è estremamente semplice e scorrevole ed è proprio in questa sua semplicità che si nasconde la meraviglia e la genialità. Davvero un testo consigliatissimo anche per chi,come me,non ama particolarmente questo genere di letteratura: nonostante i miei gusti personali, però, queste pagine risultano estremamente delicate e dolci.
Per me il libro vale 3.5. Confermo comunque il 4 per l'attenta ricerca effettuata dall'autrice sulla vera storia che hanno vissuto i 25 bambini ebrei fulcro di questo romanzo sopravvissuti ai lager nazisti, sulle educatrici e psicologhe che dal 1945 in poi li hanno accompagnati a recuperare un'infanzia degna di questo nome e che li hanno preparati a diventare adulti. Mi sarebbe tanto piaciuto che il profilo caratteriale dei diversi personaggi fosse stato delineato meglio, capisco la volontà dell'autrice di voler dare voce a tutte le singole storie che si alternano tra campi di concentramento, conventi, fattorie e altri nascondigli per sfuggire dal nazismo incalzante, il rischio è però di non dare il giusto peso che le singole storie meritano. Per il resto l'idea di raccontare l'impegno e la dedizione degli educatori della casa di accoglienza per bambini ebrei di Lingfield (Londra) a valle della Seconda Guerra Mondiale mi ha colpita e incuriosita, conoscere le conseguenze dei traumi (parola ritenuta all'interno del romanzo non sufficiente per descrivere gli orrori vissuti) nei comportamenti e atteggiamenti dei bambini mi ha aperto la mente a tematiche nuove. È inimmaginabile quanto male hanno vissuto questi bambini nei primi anni di vita, ci è voluto il resto della loro vita per recuperare la fiducia nei confronti degli altri e in alcuni casi, per fortuna non tutti, anche tutta la vita può non essere sufficiente per credere che esista un mondo in cui è bello vivere.
Alice si avvicinò a Edith, allungò un braccio verso di lei, le sfiorò la spalla, avrebbe voluto stringerla a sé ma la timidezza celata sotto l'apparente severità la bloccò. Sapeva bene che ognuna di loro aveva il proprio dolore ad accompagnarla, lei stessa aveva il proprio dolore ad accompagnarla, lei stessa aveva conficcato in petto quello per il fratello e la sua famiglia inghiottiti dal lager."
" Lei sapeva bene che rammentare è come rammendare, cucire gli strappi, inclusi quelli interiori. Ripararli sapendo che i segni sarebbero restati comunque indelebili e visibili"
" ... nel momento del distacco dal padre non ci furono lacrime né struggimenti né addii. L'imperativo categorico era diventato già da tempo quello di sopravvivere.."
#sesoloilmiocuorefossepietra di #tittimarrone , finalista nella sezione narrativa al @premionapoli è un romanzo che parla dei piccoli reduci che dai campi di sterminio vengono ospitati e accuditi nella residenza inglese di Lingfield e che grazie all'amore di Alice e all'iniziativa di Anna Freud, figlia del grande Sigmund , andranno incontrò pian piano all'inizio delle loro nuove vite. Un romanzo che è un colpo al cuore , che scava nell'anima, nato da una chiacchierata con le sorelle Bucci sopravvissute ad Auschwitz, che porta con sé tanto dolore ...un romanzo che dovrebbe essere letto da tutti perché racconta in modo incredibile una storia vera un qualcosa che realmente è accaduto e che non può e non deve essere ignorata
Se il mio cuore fosse pietra di Titti Marrone edito @feltrinelli_editore è un libro commovente e straziante dove L'autrice riesce in maniera incredibilmente emozionante e accurata a raccontare le storie di alcuni bambini sopravvissuti ai campi di sterminio, in particolare quello di Terenzìn, nato nel 1944 per propaganda nazista, dipingendolo come un posto in cui gli ebrei potevano vivere in maniera dignitosa e felice. Ma era solo una grande bugia! In realtà le condizioni del ghetto erano terribili, dilagava la fame, il terrore, le malattie la miseria e la paura per i continui trasferimenti ad Auschwitz e Treblinka. In questo romanzo, Con grande sensibilità e delicatezza, vengono descritti alcuni avvenimenti raccapriccianti attraverso i ricordi dolorosi dei piccoli protagonisti che, grazie all'impegno della terapeuta Alice Goldberger e Anne Freud, tentano di riappropriarsi di quella serenità che gli è stata strappata e di ritrovare una stabilità e un'infanzia con la speranza di un futuro senza paura.
Nel 1945 una grande villa in campagna accoglie, grazie all’iniziativa e alla determinazione di Anna Freud, figlia di Sigmund, e di Alice Goldberger, sua collaboratrice, venticinque piccoli reduci dall’orrore nazista, ciascuno con il suo personale inferno. Alice e la sua équipe lottano, attraverso le più recenti acquisizioni della psicologia infantile, della pedagogia e dell’arte, per restituire loro un’infanzia combattendo contro i ricordi violenti e traumatici che perseguitano i più piccoli nei loro incubi e nei loro disegni, ma anche nei loro comportamenti. Titti Marrone, attraverso una profonda, sentita ed accuratissima ricostruzione storica ci racconta il difficile e straziante percorso di questi bambini. La narrazione è così intima ed accurata che ti sembra quasi di averli davanti questi esseri umani indifesi, ognuno con il suo speciale e personalissimo album dei ricordi, pronto a mostrartelo solo se saprai accostarti senza giudizio e con amore. Questa testimonianza storica è veramente delicata ed intensa ma anche, purtroppo, estremamente attuale. ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️
L'olocausto è stata una piaga immane nella storia dell'umanità. Lo sterminio di milioni di persone concretizzato in modo così lucido e sistematico è qualcosa di umanamente inconcepibile. In questo libro si focalizza l'attenzione sui bambini scampati a questa atrocità e, se possibile, la lettura strazia ancora di più il cuore. Leggere di giovani vite spezzate dalle violenze subite e dal terrore provato è molto doloroso. Per tutto il tempo mi sono chiesta quale sarebbe stata la vita di questi bambini se non avessero dovuto affrontare tutto questo.
Questa è una storia che merita di essere raccontata e Titti Marrone l’ha fatto nel migliore dei modi. Leggendo la storia di ogni bambino, di ogni piccolo mondo, il mio cuore si riempiva di tristezza per ciò che hanno vissuto questi piccoli…ma anche di tanta speranza per il lavoro straordinario fatto da Alice e tutte le persone che lavoravano a Lingfield. Ho divorato questo libro perché la scrittura di Titti è in grado di farti entrare nella storia, facendoti provare ogni emozione sentita dai personaggi. Consiglio questo libro da leggere almeno una volta nella vita🤍
Non discuto il contenuto, parte di un pezzo di storia sugli esiti delle deportazioni che sinceramente non conoscevo così bene. Appassionante, interessante e a tratti doloroso. Invece non sono convinta della costruzione del libro, per mio gusto personale. A volte forse ho avuto la sensazione che alcuni pezzi delle varie storie fossero state raccontate frettolosamente, a volte prese e lasciate rapidamente per poi essere riprese successivamente in un modo un po' dispersivo. Comunque lettura stra consigliata per dare il proprio posto a un pezzo di storia poco approfondito.
Un "docu-libro" che si fa leggere come un romanzo sulla storia dei 25 bambini sopravvissuti ad Auschwitz e Terezin e restituiti alla vita dal gruppo di Alice Goldberger e Anna Freud di Lingfield House n Inghilterra... Una lettura che scuote e che allo stesso tempo fa bene, per nel dolore indicibile che affronta.
Letture molto interessante e affascinante. Non avevo mai pensato a questo terribile aspetto della fine della seconda guerra mondiale ovvero come rieducare e reinserire in società bambini sopravvissuti ai campi di sterminio o alla segregazione dovuta al tentativo di nascondersi. Lettura molto consigliata Il pensiero del destino del piccolo Sergio mi graffierà il cuore forse per sempre .
Libro bellissimo. Scritto con passione e amore. Mi sono affezionata ad ogni personaggio, emozione che non ho provato per anno; è una storia che per quanto tratti di un tema sempre caldo e doloroso si legge con piacere e tanti sorrisi tra le pagine. Lo consiglio a chi ha cuore e voglia di leggero, ma vi assicuro che tocca nel profondo. Un libro che non dimenticherò mai.
il miglior libro che io abbia letto sulla seconda guerra mondiale. riesce a farti comprendere il decadimento del dopo guerra riflettuto sull’ingenuità e la fragilità dei bambini. interessante, una lettura leggera ma accattivante. una lettura che ti cattura facendoti provare tristezza, curiosità, malinconia e alle volte ribrezzo. vale la pena leggerlo