4 stelline solo perché il libro è bello non c’è che dire. Ma lui non mi ha convinto per niente. Un uomo decisamente di destra (sconcertanti le sue parole sulla conquista dell’Annapurna: “notre RACE si décriée avait donné au monde le plus bel example de ses vertus immortelles”giusto per citare l’esempio più eclatante), che legge (considera punto di riferimento) Guido Lammer, alpinista austriaco sostenitore del nazismo, che apprezza moltissimo l’accoglienza del dittatore Peron (dittatore – lo definisce persino Terray stesso) quando sbarcarono in Argentina per scalare il Fitz Roy, borghese fino al midollo (fino a sentirsi superiore a Gaston Rébuffat praticamente solo per una questione di albero genealogico visto che non poteva aggrapparsi ad altro – terribile) ma che poi alla fin fine non si è risolto personalmente: non riesce mai a trovare il suo centro. Ripudia la vita borghese (per arrivare però a chiedere aiuto economico a suo padre, alla fin fine, per costruirsi uno chalet vero e proprio, per far felice la moglie – che tira in ballo solo per le questioni economiche, ovvero: pare una donna che lo mettesse sotto pressione per avere una vita più agiata ma nulla più, nel senso che non scrive mai che è contento di rivederla, che le manca o cose del genere), senza però mai riuscire ad essere veramente, pienamente soddisfatto della sua scelta vita (alla fin fine pare che lo sci fosse quello a cui avrebbe voluto dedicarsi interamente o l’agricoltura): trova sempre da lamentarsi, trova sempre i lati deboli di tutto quello che fa e che vive senza riuscire invece a fare di questi momenti i suoi propri punti di forza. Unico germe puro di toccante sentimento è la sua grande e sincera amicizia per Louis Lachenal. Una volta rientrati dall’Annapurna, una volta che Lachenal poi muore, è come se anche Terray avesse finito di vivere, come se la parte saliente della sua vita si fosse concluso.
Non mi è piaciuto affatto poi che la nube che avvolge la sua non partecipazione alla seconda guerra mondiale (aveva vent’anni, era nel pieno del suo vigore e lavorava come istruttore dell’esercito per le squadre di montagna. Davvero era sufficiente? Come mai non era al fronte?) così come non mi è piaciuto per niente che nel suo (bellissimo) capitolo sul mestiere di guida metta al primo posto dei ruoli/doveri di guida quello di INSEGNARE delle tecniche ai suoi clienti. No, non era perché “ai suoi tempi” era così: Rébuffat parla di emozioni da condividere, da incanalare, da far vivere ai clienti. Questo è quello che devono fare soprattutto le guide. Questo è quello che distingue una brava guida da una che non lo è. Questo è quello che fa di Lionel Terray un mediocre, oltre a tutto quello che ho scritto sopra. Non mi è piaciuto quindi nemmeno il suo considerare l’alpinismo un gioco o una “conquista dell’inutile”: queste definizioni indicano una volta di più il suo mancare il bersaglio, il suo non essersi ritrovato in quello che faceva. Il vivere la sua vita come un ripiego da quello che lui, in fondo, pensava avrebbe dovuto fare: l’ingegnere, il medico, l’avvocato, come tutti i membri della sua famiglia. A Terray manca l’introspezione, il viaggio dentro di sé. Non che non abbia viaggiato, non che non abbia osservato con passione paesaggi e soprattutto le persone del luogo che incontrava, ma alla fin fine le apprezzava a distanza, da dietro un obiettivo. Non che non si sia posto domande su di sé, sul senso della sua vita, ma le risposte sono molto vagheggianti, molto enfatiche, molto eteree – perché non sue, ché solo in questo modo sarebbero solide. Mi viene da dire, parafrasando il grande Bonatti, che Terray la montagna più alta, quella che è dentro di noi, non l’abbia mai veramente scalata.