Giulio è un tredicenne gracile e appassionato di libri quando, in una lunga estate condivisa al campeggio, si innamora di Stella, figlia della nuova compagna del padre vedovo. Stella è diversa da lui: forte, raffinata, ribelle. Negli anni a venire, convivendo nella stessa casa, i due ragazzi passano dall’essere un po’ fratelli a fidanzati, ma non senza sofferenza. La famiglia li osteggia, in particolare il padre di Giulio, irascibile e deluso, che al figlio ha sempre preferito uno dei suoi amici: Bobo, veloce sulle moto e con le parole, che si sente un nuovo Rimbaud. Anche Stella è da sempre attratta da Bobo, ma il loro rapporto – intenso e altalenante – non si è mai trasformato in una vera relazione. Stella, alla perenne ricerca di qualcuno che la salvi da Bobo e da se stessa, pare aver trovato in Giulio il candidato perfetto. Eppure, a un passo dalle nozze, rinuncia alla tranquillità per inseguire l’emozione. Con una scrittura evocativa e insieme precisa, chirurgica, Francesca Zupin, bravissima nel dare voce a un io narrante maschile, sa sorprenderci nel raccontare la verità dei suoi protagonisti, senza mai fare loro sconti, immergendoli in atmosfere sospese tra nostalgia e disincanto. Il tempo, con le sue acrobazie e le sue accelerazioni, i suoi ritorni e i suoi rimpianti, diventa quasi un personaggio aggiuntivo che agisce e interagisce con gli altri: sfidandoli, deludendoli, ingabbiandoli, ma anche creando quegli squarci di luce e bellezza che sono possibili, forse, solo guardandosi indietro.
Non è necessario fare citazioni colte ogni tre secondi, lo trovo molto irritante, il testo finisce per essere un’accozzaglia di nomi e frasi a caso. E ritengo assurdo che dei ragazzini di 13 anni sappiano citare i versi di Rimbaud a memoria.
Quando decidi di leggere un libro fai un atto di fiducia: nei confronti dell'editore, della terza di copertina o dei consigli di qualcuno di fiducia. Per Salvamento io la mia fiducia l'ho riposta nell'autrice. Non perché la conoscessi in quanto tale, ma perché in una vita precedente per circa un anno e mezzo abbiamo condiviso tantissime ore in un ufficio di una dozzina di metri quadri. Inevitabilmente, quindi, la mia recensione di questo libro sarà di parte, perché conosco chi l'ha scritto e lo leggo in maniera, credo, diversa.
Francesca Zupin racconta una storia che ruota attorno a due luoghi, Trieste e Grado, che amo moltissimo. Grado in particolare è stata il centro delle mie vacanze estive da sempre. Seguiamo i tre protagonisti della vicenda, Giulio, Stella e Bobo, da quando hanno tredici anni fino alla soglia dei quaranta. La storia è raccontata da Giulio, divisa in quattro capitoli-anni. La narrazione non è sequenziale, partiamo in medias-res, per poi raccontare tutto ciò che è stato prima e ciò che sarà dopo.
Zupin scrive bene, benissimo, e il libro si legge molto velocemente. I protagonisti sono, ammettiamolo, tutti abbastanza antipatici, ma di quell'antipatico che durante l'adolescenza a ripensarci siamo stati un po' tutti: saccenti, finto-intellettuali e convinti di avere la risposta a tutto. Sono studenti del liceo classico e ne vanno fieri, fanno dei loro libri/strumenti/pennelli un'arma per trovare un'identità che continua a sfuggirli.
Le tre stelle sono perché non sono una grande fan del triangolo amoroso, per lo più mentale, che si crea tra i tre, dei loro confronti costituiti da parole e non da fatti.
Il libro però funziona, si legge in un baleno e sono felice che l'autrice sia riuscita a costruire un'opera prima così bilanciata e articolata.
Giulio, ovvero del perdono. “Salvamento” di Francesca Zupin
Giulio e Stella convivono da diversi anni e stanno per sposarsi. La loro quotidianità è serena e infelice. Perché è nella natura di Stella essere infelice. Ma anche perché qualcosa è cambiato. Sembra sia tutta colpa di un pesce, anzi di tre pesci che, emblematicamente, portano i nomi della Trinità. Tre pesci condannati allo stesso destino: quando muore il primo, gli altri due lo seguono a distanza di poche ore. Tre pesci, che sono una prefigurazione del destino di Giulio, Stella e…Bobo. Questo evento, questo lutto che sembra quasi ridicolo per quanto è doloroso porta Stella a svelare il motivo della sua infelicità, del suo non volere più le nozze con Giulio: Bobo sta per avere un figlio. Ma chi è Bobo? Ed eccoci catapultati indietro nel tempo, nel 1992, quando la storia di Stella e Giulio ha inizio, quando entrambi non erano altro che dei ragazzini orfani di un genitore costretti a vivere insieme, sotto lo stesso tetto, e quando, fin da subito, la loro storia si intreccia a quella di Bobo. Tre ragazzini, tre destini, tre pesci nel vasto mare dell’esistenza le cui vite sono indissolubilmente legate, in un gioco di sentimenti contrastanti e complementari e di strade che si intrecciano. Il romanzo che la Zupin ha imbastito è la storia della crescita parallela di due ragazzi del nostro tempo, nati a cavallo dei due secoli, e ha una struttura in qualche modo chiastica: diviso in quattro parti, sono le due centrali che narrano dell’infanzia e dell’adolescenza di Giulio e Stella. Una doppia formazione, dunque. Una riuscita e una no. Sebbene tutta la narrazione sia infatti filtrata dagli occhi di Giulio, è Stella la vera protagonista, il vero fulcro, il Sole attorno a cui tutti i personaggi ruotano, attratti nella sua orbita come satelliti, ma è anche un Sole pericoloso, capace di distruggere chi le si avvicina troppo. Questa è Stella, e non solo Giulio sembra risentire della sua aura distruttiva, ma anche lo stesso romanzo, che si attorciglia a spirale attorno alla protagonista femminile. La sua psicologia è contorta e instabile, e la Zupin la mostra bene attraverso i comportamenti atipici della ragazza, comportamenti che nella maturità tenderanno a sclerotizzarsi. Tuttavia, Stella è tanto pericolosamente luminosa quanto fragile, e questa sua tenera fragilità si svela pian piano nell’arco della narrazione, man mano che Giulio racconta la loro storia, ma soprattutto si svela nei suoi monologhi, capitoli ricorrenti che portano il nome di I cinque minuti di Stella. Il suo dolore profondo pervade tutto il romanzo, ma ad esso fa da contraltare un altro dolore, un dolore che è riuscito a diventare rinascita: quello di Giulio. Questo ragazzo silenzioso, che per tutto l’arco narrativo sembra non fare altro che prestare la voce al suo Sole, a quella donna che è il suo amore e la sua ossessione, trova, infine, la sua strada, i suoi cinque minuti.
Tra la storia d’amore e di crescita, tra i cunicoli oscuri della psicologia di Stella e le manie ossessive e ricorrenti dei personaggi, dietro le pieghe deformanti dello sguardo di Giulio, che cela una consapevolezza inconsapevolmente analitica, ci sono le parole. Sono quelle che costituiscono davvero il romanzo, sono quelle la vera cifra di Giulio, e sono la vera origine di ogni storia, perché
“[…] qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure, invece verba volant – ma certe parole no, certe rimangono scolpite nella testa, e te le porti dietro per anni, che se le racconti nel modo giusto possono diventare secoli, e allora nascono i miti.”
E quelle certe parole diventano nel romanzo della Zupin un paragrafo, una digressione di Giulio narratore, costituendo tutte insieme un piccolo dizionario, un dizionario del dolore e del salvamento. Il salvamento di Stella, della sua storia, della famiglia, sua e di Giulio, e di Giulio stesso. Soprattutto di Giulio, in realtà, perché è tutta sua la vera salvezza, il vero salvamento. E avviene tramite l’unico gesto che veramente può essere strumento di salvezza, con cui davvero si può salvare sé stessi e gli altri: il perdono. Salvamento, per quanto siano visibili i forti echi sveviani e pirandelliani, non è un romanzo dalle alte pretese letterarie. Originale nella sua costruzione, si configura tuttavia come un buon romanzo d’esordio, che può risultare gradevole al vasto pubblico in cerca di un libro dalla trama interessante ma non troppo impegnativo.
Personaggi poco credibili, narrazione non approfondita in certi punti, in altri eccessivamente prolissa. Non ho apprezzato tutti quegli intermezzi in cui a partire da una parola, elencava una serie di espressioni, l’ho trovato davvero un vezzo non funzionale alla storia. Peccato, spiace sempre parlare male di un libro ma in tutta onestà, non lo consiglierei.