Dalla presentazione del libro, pensavo di incappare in un testo più scanzonato, forse anche superficiale, ma leggero. Invece, sono sì 11 monologhi dal più che lampante intento umoristico (l’autrice sembra che debba far ridere in ogni momento a tutti i costi, non fa prigionieri), ma sono anche permeati da un intento moraleggiante: da ciascun aneddoto si ricava un importante insegnamento ed ogni battuta un minimo caustica culmina con una generosa dose di buoni sentimenti. Forse Tesio ha preso un po’ alla lettera l’adagio "fa ridere, ma fa anche riflettere".
Devo confessare che in svariati momenti ho pensato di essere proprio io il target sbagliato, rispetto a quello cui sarebbe idealmente indirizzato questo contenuto, sia per età sia per tipologia di vita. Il senso dell'umorismo dell'autrice è molto distante dal mio: salvo le azzeccatissime citazioni (più o meno pop) sparse qua e là, non ho mai trovato divertenti le sue riflessioni, forse anche a causa della sensazione di forzatura che avvertivo costantemente.
Il tono è più adatto ad un blog o ad una serata di stand-up (in cui, mi sembra di aver capito, Tesio si esibisca); un podcast sarebbe una destinazione perfetta per i testi presenti in questo volume.
Il vero problema, a mio parere, però, è che non ci sia niente di nuovo. L’autrice rimaneggia concetti usati ed abusati, li sistema per renderli adatti al modello della donna un po’ scoppiata, un po’ tosta, puntando a garantirsi un consenso a furor di popolo. Mi infastidisce che si presenti come una paladina delle voci fuori dal coro, stile “qualcuno dovrà pur dire la verità”, e poi non aggiunga niente ai soliti stereotipi triti e ritriti (e ritriti). Per fare un esempio, vorrei tornare un attimo sul discorso della stand-up. I comedians curano i loro testi fin nei minimi dettagli, scegliendo con cura ogni singola parola, optando per i sinonimi con più consonanti dure per ottenere un certo effetto comico, o ripetizioni di vocali aperte per innescare un talaltro ritmo. Lo fanno persino gli amatori, è codificato nei manuali. Quindi, adesso, perché Tesio, una professionista in questo settore, mi fa una tirata sull’inutilità dei cambiamenti della lingua italiana, sottolineando come sia meglio la spontaneità del parlato e che bastino le intenzioni? Capisco che l’opinione più nazional-popolare sia avversa ai femminili professionali (esclusivamente per le professioni di prestigio, sia beninteso), ma davvero una persona, che conta quante T sia opportuno inserire in una frase, si fa così tanti problemi se qualcun altro usa gli asterischi?
[Mi riferisco a 11 monologhi, perché il dodicesimo capitolo non è altro che una scopiazzatura un tributo a Momenti di trascurabile felicità/infelicità di Piccolo, solo nella versione con la dicotomia fatica/riposo]