Tommaso voleva fare l’ingegnere ed era già avviato a una brillantissima carriera quando ha scoperto di avere un desiderio ancora più grande e irrefrenabile: fare il figlio. Un’aspirazione tutt’altro che ordinaria per chi, come lui, è stato abbandonato in tenera età e non ha mai avuto genitori. Ma quando si ha un talento come il suo, perché arrendersi.
Il figlio recidivo, l’ultimo tassello della Quadrilogia della famiglia, è una commedia che esplora le profondità dei legami genitori/figli da un punto di vista inconsueto, attraverso le divertenti e appassionanti vicende di Tommaso, un quarantacinquenne senza famiglia. Orfano dalla più tenera età, il protagonista è animato dall’incontrollabile bisogno di sperimentare, in modo compulsivo ed estroso, quelle emozioni che la sorte gli ha negato. Bartolomei racconta il dramma dell’abbandono creando un personaggio dalla struggente umanità che si condanna a rivivere senza sosta le gioie e i dolori dell’essere figlio. Una vita segnata, destinata a segnare e sconvolgere altre vite.
La vicenda è una delizia. Ma la chicca è il teatrino di chi ascolta l’interrogatorio/racconto, interviene, commenta: deliziosa commedia.
Fabio Bartolomei inanella romanzi e novelle - come questa, l’ultima della cosiddetta “quadrilogia della famiglia” – che rimangono sospese tra verosimile e fantasioso, tra reale e surreale.
E continua a regalarci storie con personaggi teneri, bisognosi d’affetto, in cerca d’amore –più spesso filiale, come anche in questo caso, oppure fraterno, o amichevole, o più appassionato – esseri umani che conoscono la solitudine.
E seguita a metterli in scena, sulle pagine, con scrittura lieve e semplice, con tono gentile e affettuoso. Con un sorriso. Ho letto tutto quello che ha scritto, e non mi sono mai pentito.
Fabio Bartolomei continua a inventare ambienti fantastici eppure realistici. Bella, questa quadrologia della famiglia, che certo è un po' tetra - ci sono un sacco di morti, accidenti - o forse è un misto di malinconia e poesia. Come tutte le sue opere, anche questa mi è piaciuta, insomma, ma spero che la prossima opera mi riporti in un mondo folle e allegro com'è quello di We are family (che pure lì la morte non mancava, a dire il vero).
In questo quarto volume l'autore affronta il tema dell'abbandono giovanile e non. Rendendo il romanzo Delicato, commovente e divertente allo stesso tempo, e soprattutto riflessivo.
Ultimo volume della quadrilogia,questo breve testo vede come protagonista un giovane uomo che, senza una famiglia alle spalle e senza affetti a cui aggrapparsi,si inventa un lavoro molto particolare: assistere alcuni anziani occupandosi di loro e avendo,come unica regola,quella di essere considerato un figlio e,di conseguenza,di comportarsi come tale . Tutto ciò lo porterà ad avere alcuni problemi con le forze dell'ordine che, insospettiti dalle varie eredità a favore del giovane uomo,ritengono possa essere un truffatore o un individuo pericoloso. Nonostante la brevità del romanzo,questo è probabilmente molto più interessante e curioso dei precedenti proprio perché non si distacca eccessivamente dalla realtà e perché racconta di qualcosa che potrebbe effettivamente accadere. Lettura leggera ma gradevolissima.
Il migliore della tetralogia della famiglia, un piccolo romanzo che racconta di come Tommaso, rimasto orfano in tenera età, non smette mai di cercare quell'amore che gli è stato negato sin da piccolo, e lo fa in un modo piuttosto particolare. Un piccolo dramma raccontato dall'autore con grande ironia, umorismo e tenerezza facendo riflettere su come certe mancanze possano comdizionare profondamente un'intera vita.
Sempre in bilico tra surreale e verosimile, anche in questo quarto capitolo della “quadrilogia della famiglia” Bartolomei parla di lutto, di perdita e di fare le cose al momento giusto con estrema sensibilità, intelligenza e una sottile ironia.
Carino, intrigante, divertente... tutto sommato un libro che ha il suo perché. Forse un po' troppo piacione; non mi stupirei se finisse tra i candidati a qualche premio. Quattro stelle.