Fra i libri del mio adorato Fenoglio, forse quello che mi ha convinto meno.
Ora non mi si fraintenda, questi racconti si leggono sempre con piacere anche se il risultato, come per tutte le raccolte di racconti, è discontinuo.
I racconti partigiani mi hanno, in questo caso, convinto più dei racconti langaroli che solitamente amo.
Fenoglio ha, infatti, avuto il grande merito di raccontare come pochi altri quel che davvero è stata la guerra civile in Italia, senza idealizzazioni né falsi eroismi. Descrive, sì, l'eroismo quando c'è. Descrive gli ideali. Ma descrive anche il freddo, le pulci, i ladri, quello che si è fatto partigiano solo perché ci andavano gli amici, le mani che tremano quando si sta andando a morte. Descrive ragazzi e tanta, troppa gioventù spezzata da una parte e dall'altra. Descrive - e benissimo! - il senso di smarrimento che si prova nel tornare alla pace, alla vita quotidiana in famiglia, dopo aver trascorso mesi o anni da partigiano sulle colline. "Io comandavo venti uomini!", dice Ettore, ma cosa te ne fai di venti uomini quando devi tornare a lavorare in fabbrica? E anche la vita quotidiana, in tutta la sua durezza e barbarie. Una vita quotidiana spesso violenta, si pensi al destino di "quell'antica ragazza" o la vicenda di Ugo e della sua fidanzata o ancora quella del protagonista de "L'odore della morte". Una vita alle prese con povertà e miseria, che non si fa fatica a definire "barbara" ed ecco perché il titolo "Racconti barbari" sarebbe stato azzeccatissimo.
L'incipit del primo racconto, "I ventitré giorni della città di Alba", è probabilmente uno dei più folgoranti della letteratura italiana del Novecento.
Tuttavia, penso che Fenoglio abbia scritto di meglio. Questi racconti, in particolare, rispetto ad altri mancano del suo peculiare slancio linguistico e della sua inventiva in tal senso. Probabilmente in vista della pubblicazione Fenoglio preferì attestarsi su un linguaggio più "tradizionale", a scapito di quello che è il suo maggiore punto di forza.
Rimane comunque un caratterista eccezionale, che pennella un mondo intero con pochi essenziali dettagli. La sua scrittura è cinematograficissima. Si vede quello che si legge. In questo senso, il buon Beppe è l'ideale per immergersi nella vita di un'Italia che non c'è (quasi) più e per rendersi conto di quanto davvero i tempi siano cambiati. E di quanto siamo fortunati a vivere in un'Italia che, con tutti i suoi difetti, almeno non è ancora, di nuovo, sotto le bombe.
E lui, timido e apparentemente un po' burbero, rimane sempre una persona che avrei voluto conoscere.
(Ritorna inoltre, sempre, la gioia di leggere Fenoglio e i suoi partigiani e di avere in mente ogni volto e pecurialità perché li si è letti altrove e li si è visti in fotografia. Penso a Set, "il monello delle Langhe", e al fatto che si riconosca Nord senza che venga nominato per nome, solo per quel certo tipo di divisa che indossava. Ogni volta è come tornare a casa, fra vecchi amici.)