Che brutta faticata, e che delusione. Inizio a leggere e fatico molto ad entrare in sintonia con il mood dei personaggi. Forse perché sono un po' piatti e non hanno un mood ben preciso. Non trovo la loro lunghezza d'onda. C'è una grande ridda di personaggi ma la quantità non fa la qualità, per lo meno non automaticamente.
Ad un certo punto mi imbatto in uno di quegli erroracci da dilettanti che fanno venire voglia di schiantare il libro contro il muro: siamo nel giugno del '42, tutta la famiglia è riunita intorno al grande tavolo; dopo le portate principali vengono serviti il biancomangiare e l'uva fragola... ma l'uva fragola in giugno?!?!? Va bene che in Sicilia il clima è più mite che altrove; mettiamo pure che l'estate del '42 sia stata la più calda del secolo, ma anche così, come si fa... è una vite o è uno sputnik? Per par condicio avrei dovuto abbandonare la lettura, così come dopo aver trovato un errore analogo avevo abbandonato il libro della Fusconi (là erano le more in giugno: ma 'ste scrittrici, hanno tutte la serra sul terrazzo? o gli spediscono la frutta fuori stagione dal Sud America?). Questo l'avevo scelto solo perché come al solito non so resistere alle sirene di un bel titolo che richiama il pensiero delle antiche magioni, e alle promesse di un'ambientazione fin de siécle. Ci ricasco sempre, sempre, sempre.
Dopo l'affaire dell'uva fragola ho perso la fiducia nell'autrice e nella voce narrante (in realtà le voci narranti sono quelle dei protagonisti stessi, ma oramai la finzione è usurata e mostra la tela sottostante), nondimeno vado avanti a leggere con un interesse tra il sufficiente e il discreto: per appassionarsi ad una soap in un week-end di pioggia ci vuol poco. Spezzettare la storia in più punti di vista e rapidi flashback e flasforward, questo è un gioco che funziona bene, punto a favore. Ma non basta per arrivare a punteggi alti. Si ripropongono stessi temi e stessi schemi de I Viceré, e insomma il confronto con i grandi capolavori non è mai facile. Durante la lettura ho ripensato spesso anche al Roccaverdina, anche in questo caso il confronto è impietoso: Capuana riesce a trasmettere più scosse, più emozioni, più paesaggi, più tempesta, più profumi, più tutto... adoperando meno pagine e meno personaggi. Ammetto comunque che attraverso i classici temi della famiglia, delle questioni di eredità e perché no, anche delle questioni di cuore, la Agnello Hornby riesce a sviscerare bene le psicologie dei personaggi. Forse non proprio di tutti, alcuni le riescono meglio di altri.
Verso il finale del romanzo, nella settima lettera di Carlino a Mariolina, trovo una nuova stupidata - forse anche peggiore di quella dell'uva fragola - in cui si sostiene che i siciliani trapiantati in continente cercano sempre di imitare l'accento del posto in cui vivono e lavorano, e usano parole del dialetto locale, mentre non accade mai il contrario. È la cosa più stupida che abbia mai letto in un romanzo, anche se detta da un protagonista giovincello. In Italia ci sono numerosissime lingue e dialetti e accenti, e forse l'unica sacrosanta verità è che uno l'accento non riesce mai a toglierselo del tutto, per quanto si impegni, e i vocaboli del proprio dialetto natale si continua ad utilizzarli per sempre, magari anche storpiandoli un po' ma non spariscono mai del tutto. Per non parlare, poi, dei difetti di pronuncia che con ogni probabilità hanno origine genetica, anche se c'è chi sostiene il contrario... vabbé, qui si potrebbe aprire una parentesi infinita, meglio lasciare in sospeso sui puntini.
Orientata verso le due stelle, porto a termine la lettura soltanto per la curiosità di sapere se ci saranno delle sorprese: le sorprese che il morituro annunciava all'inizio del romanzo, con ogni probabilità sorprese legate al suo testamento. Eppure nel finale siamo già negli anni cinquanta, il morituro è morto nel '42, cosa ci può essere ancora da scoprire circa le sue ultime volontà? E intanto mi sono sorbita la noia mortale di tutta la parte di lettere di Carlino a Mariolina: anzi, devo registrare che nei romanzi, ogniqualvolta si affaccia sulla scena Aleister Crowley, direttamente o indirettamente, ecco che il povero lettore annega nella noia mortale mentre lo scrittore ancora gongola perché convinto di aver acceso i fuochi d'artificio. Duh. Arrivo alla fine e delle mirabolanti sorprese testamentarie non c'è traccia, dunque tutto quel ripetere "avranno delle sorprese" era così, tanto per dire. In compenso una vera sorpresa c'è: aver trovato un romanzo in cui il tema dell'omosessualità viene trattato in maniera talmente banale e superficiale che manco un bambino di quattro anni. E fu così che le due stelle diventarono una.
Qualche mese fa sono emerso da una delle mie peggiori esperienze di lettura del dopo covid, una roba pluri propagandata di Einaudi che non cito nemmeno: ha contribuito in modo radicale a spezzare la mia fiducia nei premi letterari in generale e nei candidati allo Strega in particolare. L'oggetto del libro era la solita, stra usata, dilagante saga familiare che cercava di riempire il vuoto di idee con tonnellate di effetti facili a basso prezzo.
In quell'occasione uno dei miei più assidui e graditi frequentatori ebbe a commentare che non era tanto il tema della saga familiare il problema, quanto l'idea che sta a fondo di questo struttura e lo sviluppo che ci si costruisce sopra. Questo "Piano Nobile" dimostra che aveva ragione.
Piano Nobile è una saga familiare scritta bene: poggia su una ambientazione spaziale e temporale che ha molto da dare, supporta una serie di eventi tutt'altro che inconsistente, è vissuta da personaggi caratterialmente coerenti e ben sviluppati. Il tutto reso da una scrittura che come sempre nella Hornby rece a trovare un sapiente equilibrio tra la sonorità delle espressioni dialettali e la necessità di scrivere in (impeccabile) italiano.
La Sicilia. Se non sapessi che l'isolanità è una componente irrinunciabile di tutti i romanzi della giurista anglo/sicula, avrei detto che ti piace vincere facile. Ci vuole impegno pr scrivere un romanzo scialbo ambientato in mezzo a questa bellezza scandalosa ed a questa miseria altrettanto scandalosa: c'è troppo di tutto. Troppi colori, troppi profumi, troppo mare, troppo sole nemico che secca una terra che si spacca come la creta. Troppi sapori antichi come il mondo. E poi il Barocco della val di Noto, quella loro cultura così antica e così grassa, allo stesso tempo vanto e catena che impedisce uno sviluppo. Questi temi qui, senza essere invadenti, ci sono tutti.
E poi il tempo. Il 10 Luglio del 43. L'invasione americana e la caduta del fascismo. La rete di relazioni tra mafia, invasori, chiesa cattolica, antica nobiltà in rovina e nuovi imprenditori che finisce col cambiare tutto perchè nulla cambi, in una rigenerazione strozzata. E' impressionante come i drammatici giorni che portarono alla guerra civile siano stati vissuti in Sicilia in modo assai meno caotico che, per esempio, in Emilia. Qui tutti sapevano cosa fare e cosa dire, perchè qui il fascismo non era mai davvero arrivato del tutto. Si andava dal Barone Sorci a prendere ordini, non dal gerarca.
E in mezzo a così tante cose ci sono i personaggi della famiglia Sorci, condannata alla decadenza dopo la morte del vecchio Barone che tutto aveva saputo tenere insieme. Uno più bello dell'altro. Non mancano la psicopatologia anche violenta e l'omosessualità. Come sempre, verrebbe da dire, e invece no: perchè qui tutto è sviluppato da una penna sapiente in mano ad una donna che ci ha riflettuto, e si vede. Non sono buttati lì per far volume, per riempire pagine bianche o perchè vendono.
Eccellente la lettura di Iaia Forte, che sta portando con grande talento tutti i romanzi della Hornby in formato audio. E' un libro che mi ha fatto fare pace con le saghe familiari, ma Missiroli continuerò a non leggerlo. Oops lo ho scritto.
La Hornby non delude mai. Una saga familiare tra la Sicilia dal '45 agli anni '50, potente, angosciante e dolorosa. Dentro troverete delle atrocità, la guerra, la mafia, violenza familiare e amore, purtroppo però non è il mio preferito dell'autrice. Rispetto a questo consiglio di più "Caffè amaro"
Sono entrata nelle vite dei personaggi di questo romanzo in punta di piedi, sono molti e collegarli tutti non è stato semplice, ma una volta entrata a far parte della famiglia, ho potuto seguire, apprezzare e vivere negli anni lo sviluppo di questi rapporti tra parenti di ogni genere e grado che cambiano con il cambiare dei tempi. Come sempre, la scrittrice regala emozioni delicate ma profonde.
Il romanzo è di tipo corale, la storia è intricata così come nel primo capitolo della saga, “Caffè amaro”. Di questo romanzo – come per il precedente – ho apprezzato molto la dimensione storica, che accompagna le storie dei personaggi e che si sviluppa per molti decenni della storia siciliana. Non vedo l’ora di leggere il terzo capitolo!
La lettura di "Piano nobile" non mi ha entusiasmata ed è risultata particolarmente faticosa, anche a causa di un numero spropositato di personaggi, animati da ambizioni e desideri diversi. Il racconto, corale ma al tempo stesso intimo e personale, scorre lento e si rivela molto prolisso. Le mie aspettative sono state deluse.