L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. – Circe.
La mitologia è il mio mondo preferito credo da sempre. Dialoghi con Leucò comunica questo mondo in maniera diretta, servendosi del dialogo; un mondo che oggigiorno è, in realtà, più attuale che mai. E quando quest’ultimo è travisato dalla sensibilità di Cesare Pavese, allora si “rischia” di creare un capolavoro come “Dialoghi con Leucò”. Anche questa volta, lascerò che la recensione sia lunga, e mi premurerò di esaminare ogni dialogo nel dettaglio. Ognuno è intriso di simbolismi, di riferimenti biografici e mitologici, che rimandano ai vari cicli della cultura classica, a partire dal primo. Perdonatemi, dunque, se sarà tutto in flusso e potrebbe apparire confusionario.
Issione e Nefele fanno parte di questo enorme universo che genera incongruenze. Ecco perché non è possibile che costui abbia generato i Centauri da una nube. I Centauri già esistevano, sono sempre esistiti, ed è il tema dell’interferenza che regna, qui come nella mitologia. L’uomo non ha senso, non ha senso senza la gloria. Ecco che il vecchio Bellerofonte, senza nemici da combattere, sta perdendo sé stesso. Se vuoi vivere, desideri morire, perché la vita è tutt’altro che felicità. Lo dimostrano Marsia, Niobe e Aracne, menzionati da Sarpedonte con le azioni che hanno commesso: il satiro fu ucciso per la sua superbia, Niobe si suicidò dopo la morte dei suoi figli sempre per un atto di tracotanza, Aracne divenne ragno per aver creduto di poter superare Atena. Anche la storia di Tiresia rivela un’assoluta verità dell’animo umano: non ci sono momenti in cui gli uomini sono migliori o peggiori, ma ripugnano in primo luogo agli dèi, che non li sopportano. La duplice natura di Tiresia lo porta a sapere tutto del mondo e a renderlo il più saggio dei saggi, benché non ci veda. Da uomo arrivò a bramare gli uomini e da donna le donne, perché trovò impossibile un appagamento completo per gli opposti, vistone il giudizio diverso e la non conoscenza di sé e del proprio corpo. Quando s’invecchia, anche la gioia della dolcezza del sesso svanisce e diventa esperienza. Ed Edipo può solo apprendere da lui. Tutto il dialogo alla fine non è che un grifos, un indovinello, in cui la cecità di Tiresia lo rende aperto a tutte le cose e illuso al tempo stesso. Edipo prega che ciò non gli accada, e qui abbiamo la reticenza dell’indovino: sa cosa succederà al re di Tebe, che morirà cieco e solo con la compagnia di sua figlia Antigone, ma, come nel mito, Tiresia non vuole rivelare nulla sin quando non sarà necessario. La vita è declino, e nel terzo dialogo Chirone fa un riferimento velato a Esiodo: la decadenza dell’uomo tramite le età che qui non sono menzionate – oro, argento, bronzo, eroi, ferro – è ciò che il centauro ripete a Ermete. Per quanto buoni, i nuovi padroni (gli dèi, contrapposti ai Titani) hanno reso esseri come Centauri e uomini “mortali”. Quindi, la loro bontà ha un prezzo, e un dio come Ermete, tra la vita e la morte, che funge da psicopompo, dovrebbe capirlo più di chiunque altro nel condurre sempre le anime dei morti nell’Ade. Gli dèi, Ermete ripete, sono incoerenti: il Radioso, Apollo, amava Coronide, e per quell’amore accecante e tradito la uccise; il fratellastro ne ha solo salvato il bimbo, Asclepio, che, ritornando alle origini, avrebbe guarito i mortali, li avrebbe resuscitati – come farà con Ippolito – e per rabbia di Zeus sarebbe morto a sua volta per tale oltraggio. Perché Zeus, dopo che suo padre Crono sancì il tempo, ha decretato la morte. E si lega al quarto dialogo, dove la distinzione tra immortale e mortale è sempre più forte. Eros e Thanatos compiangono Giacinto: il destino di Elino, Dafne e Atteone si è compiuto anche per lui. Giacinto, nella sua bellezza e nella sua poca vita vissuta, aveva sentito i racconti di Febo Apollo come se gli avesse narrato di una meravigliosa vita famigliare, come se tutti i suoi amanti non fossero che un bel lontano ricordo. Giacinto ha vissuto all’apice della felicità da vivo e poi è morto: muore come tutti gli esseri umani. E c’è una cosa che separa mortali, immortali ed eterni: se gli uomini sono mortali, immortali sono gli dèi, che nascono ed esistono senza essere e senza morire. Eterni, invece, Eros e Thanatos, amore e morte, che ci sono sempre stati e hanno assistito alla continua evoluzione della storia come forze opposte e contigue. E assalgono i mortali; Endimione, come nota lo straniero, è imprigionato nella dolcezza di un’illusione: l’amore di una dea, di Artemide, l’ha reso pazzo. Testimonia l’uomo che pur di predire ciò che vuole arriva a pensarlo con tutto sé stesso, condannandosi a una bugia eterna che non gli rende chiaro neppure se sia vivo o morto. Si ha la perdizione di sé, ed essere un’altra non mi basta: se non posso essere Saffo, preferisco essere nulla. Un racconto struggente, che forse mi ha colpito più dei precedenti visto il legame che mi unisce a Saffo, o perché vedere menzionate e citate donne come Arianna, Fedra, Medea, Elena, Andromaca non ha potuto che commuovermi. Tutte queste donne hanno in comune il mare: c’è chi ha viaggiato per mare, chi è morta su delle isole, chi ha fatto del mare una parte di sé divenendo schiuma… Saffo è la decima musa, per quanto Pavese non ce lo dica esplicitamente: e i suoi versi, le sue opere, sono destinati a vivere in eterno, nonostante lei si sia suicidata. Il dialogo con Bitromarti testimonia quella sensibilità femminile che si esibisce nei versi; Saffo è insicura, ma conosce tutte queste donne tradite da uomini, ascolta le loro storie mediante le onde, e ne è totalmente partecipe riempiendo il pelago di lacrime. “Ma allora perché ci hanno ucciso?” “Perché vi han fatto, Meleagro”. Meleagro è uno dei miei personaggi preferiti della mitologia, e la sua tragica fine è segnata da due tragiche donne che lo amavano: sua madre, Altea, e la sua amante, Atalanta. Costei, da principessa cacciatrice, ebbe per prima ferito il cinghiale calidonio; quando Meleagro lo uccise ne ebbe la pelle, e lei promise di metterla sul loro letto di nozze. Meleagro è un uomo e non è nulla senza la sua donna, così come Atalanta è donna e non è nulla senza il suo uomo. Ma la donna crea l’uomo, ricorda Ermete. E allora Meleagro perisce nel sangue di chi lo ha generato, Altea, e di chi lo ha completato, Atalanta. Meleagro è morto nella sua ignoranza, Atalanta avrebbe sposato poi Melanione – o Ippomene – che l’avrebbe conquistata con l’intelligenza furba dell’amore. Restando su questo tema, Achille e Patroclo li conosciamo tutti: l’ambiguità della loro relazione, vista anche in Pavese, li rende probabilmente la coppia più nota della storia dopo Romeo e Giulietta. Achille per primo dice che saranno come Teseo e Piritoo. Rimpiangono i giorni che trascorsero insieme, e lo fanno perché quei giorni, appartenenti alla loro giovinezza, li avevano resi immortali. Di nuovo il paragone con Esiodo è d’obbligo, per me: più si va avanti, e più c’è un degrado del progresso, il che sembra un paradosso. Ma un adulto beve per dimenticare la morte, mentre un ragazzo, per quanto possa uccidere, non sa cosa sia la morte. E quindi, l’avventato Patroclo non è che un ragazzo che beve e Achille un adulto che non lo fa: entrambi, tuttavia, saranno immortalati come i gloriosi guerrieri che sono stati e continueranno a essere. Il mito di Edipo si riprende dalla sua cecità, dal suo smarrimento che è più interiore che visivo. È emblematico poiché, nel discorrere con il mendicante, viene fuori la vera essenza della depressione: non importa quanto si sta bene economicamente o quanto si è stati bene. La sofferenza può prendere tutti, e chi ha tutto, sentendosi vuoto, è come se non avesse né avesse mai avuto niente. Così il mendicante è più felice e più appagato di un Edipo che, dopo aver vissuto nel lusso, ha perso tutto, per prima cosa la dignità. Che cos’è la vittoria se non pietà che si fa gesto, che salva gli altri a spese sue? Il racconto tra Eracle e Prometeo conferma le mie opinioni sulla concezione esiodea di decadenza che pervade il racconto: la morte è arrivata con gli dèi immortali. Né gli uomini né gli dèi possono uccidere i mostri: essi non muoiono mai, ma svanisce la paura che incutono, ed è per questo che Eracle, da uomo, affronta i mostri senza alcun problema e finisce per liberare Prometeo, il quale non può non fare un riferimento velato agli Erga kài Emerai di Esiodo, in cui il lavoro solo è percepito come forma di libertà e giustizia. Giustizia che è stata fatta anche per Orfeo, che ha perso Euridice. Pavese ci rivela l’altra faccia di una storia mai raccontata del tutto: Orfeo, nello scendere all’Ade, non voleva ricercare la sua sposa, bensì sé stesso, per poi perderla. Ecco che, vedendola precipitare nell’oblio, ha perso sé stesso e non lo si riconosce: rinnega la sua esistenza tanto che la baccante decide di ucciderlo per la perdizione in cui è annegato, molto più che nella tristezza. Dioniso è il dio nato due volte che è tale diventato da che era uomo; Orfeo, invece, dopo aver provato le gioie di un immortale si ritrova a essere il peggiore dei mortali, realizzando che la tristezza si può provare solo per le cose vive, non per i morti. Ed è per questo che non piange sé stesso. C’è, dopotutto, una pace al di là della morte. Ed è una pace che tocca tutti: uomini, titani, animali… Licaone, trasformato in lupo per la sua crudeltà, non ne è esente. Soffre, e il suo nome è inchiodato nel destino che per lui hanno decretato gli dèi: quella forza maggiore, che punisce solo guardando alle nostre azioni, che ci ricompensa se ce lo meritiamo e ci condanna, come Atropo fa alla fine delle nostre vite, se la crudeltà supera l’umanità. Sono due facce di una medaglia che si ribalta a seconda dello spazio e del tempo: il dialogo tra Litierse ed Eracle testimonia il primo incontro tra una religione ctonia e ginocentrica con quella astrale androcentrica. L’Oriente contrapposto all’Occidente; l’Oriente patria dei mostri, che uccidono gli Occidentali rendendoli spighe di grano… e poi l’Occidente, effimero, con dèi astrali che sono nulla, senza pragmatismo, senza la minima utilità, ma più potente anche militarmente. Allora? Chi è più umano o meno umano di chi? Chi può deciderlo, se non il destino? Non sono poi diversi i Greci coi sacrifici umani: un padre uccide suo figlio, offrendolo agli dèi, per un peccato originale degli uomini verso i loro padroni. Fanno bene gli dèi a vederli soffrire, e se non ci fossero guardiani forse sarebbe meglio; eppure, la gerarchia ordinata dai celesti determina tutto, anche la fine degli innocenti… Quando non sei innocente, cosa sei? Mortale, certo, ma anche perso. Questo è Odisseo su Ogigia, mentre ad accompagnarlo una morta Calipso. Morta, perché la sua esistenza assume senso e concretezza solo con Odisseo. E lui? Lui è immortale perché non teme la morte, ed è uomo perché altrettanto la teme. La meta che lui cerca non è Itaca, ma è sempre stata dentro di sé, nel suo cuore. Odisseo, un uomo così intelligente, ha provato tanto piacere e si è posto tante domande, ma mai quella giusta. Finalmente è arrivata una risposta: deve ritrovare sé stesso, e lo può fare solo lasciando quell’effimera donna che lo ha trattenuto sette anni. L’immortalità non è poi così bella e lo sa Virbio, a suo tempo Ippolito, che pone un’esistenziale domanda a Diana-Artemide: è meglio vivere per sempre o essere felici per il tempo che resta? Meglio esser Virbio pensando al passato o l’esser stato Ippolito per il presente florido che si presentava? Ed eccoci al dialogo chiave, quello in medias res: Circe e Leucotea – Leucò – le streghe, coloro che sanno. Circe ricorda Odisseo: non l’ha fatto maiale, non lupo, non picchio… l’ha fatto ricordo. È il mortale che ha reso mortale anche lei, affibbiandole nomi su nomi, con l’esigenza di farla donna più che dea. E lei non l’ha ucciso come poteva, l’ha lasciato andare: perché l’uomo, nella sua stupidità, sa imprimersi con forza nella memoria di chi lo ha odiato e di chi lo ha amato. E Circe ha fatto entrambe le cose. Così l’uomo mortale desidera la gloria, come Teseo: non guarda in faccia a nessuno e conquista le cose per quel tipico greco orgoglio personale, che celebra l’io sul noi e l’uomo sulla donna. Ma Teseo è solo uomo e ha abbandonato un’Arianna dea, fatta di terra e di sole. Teseo è un uomo crudele e a suo modo stupido, come lui è Atreo e come Atreo gli Atridi e come gli Atridi Paride: per uomini del genere c’è bisogno di donne del genere, e una di queste è Elena. Castore e Polluce sono stanchi di riprendersela dal mare. È il destino che determina le loro sorti. Com’è vero che il capostipite Tantalo ha dato inizio a questa decadenza: da lui i figli e i nipoti sposarono donne crudeli. Ippodamia uccise l’auriga del carro di Pelope; Erope tradì Atreo col gemello Tieste; Clitemnestra avrebbe ucciso Agamennone; Elena, all’apparenza innocente, è la causa della morte di Achei e Troiani. Le donne fanno piangere gli uomini e viceversa. Capita quando si sentono dèi o credono di poterlo diventare per un momento: Giasone vecchio supera in saggezza quello giovane: ha avuto una donna che non piangeva mai, Medea, e che l’ha ucciso privandolo dei figli; ma lui l’aveva tradita. E così è destino che Teseo l’abbia in sposa, benché ella, moglie di Egeo, abbia tentato di uccidere anche lui. Ma la crudeltà che va con la crudeltà è come la bontà che diventa immortale: come Eracle, uno di loro, che divenne dio dopo che le donne lo fecero piangere. E Giasone cosa resta? Un uomo redento che si costringe al ricordo d’esser stato dio, né crudele né buono, ma semplicemente perso. Districato tra mortalità e immortalità solo Dioniso; Leucò, sua zia, lo sa bene: ed è per questo che è il dio che uccide ridendo, perché conserva la saggezza immortale e la stupidità mortale. La stessa che appartiene anche ad Arianna, disperata, che vuole uccidersi ma viene frenata. A quella poveretta altro attende, una rinascita, che avrebbe reso anche lei immortale grazie all’unione con un dio che nacque della sua stessa natura. Perché è facile conoscere l’immortale, l’iddio, e la bestia che cela dentro di sé; più difficile è conoscere l’uomo, Forza – Cratos – e Potere – Bia – lo confermano: saranno anche cose destinate a morire, ma nel profondo dei loro cuori c’è qualcosa che nemmeno Zeus può scoprire e scovare. Tutti, uomini e donne, sono il malanno di questa società di cui compongono la parte più complessa. L’uomo fatto Dio per eccellenza è Gesù, ma nulla sarebbe il suo culto senza che quello di Demetra e Dioniso, la spiga e la vite, fosse mai esistito. Prendono in giro i mortali: Demetra è vista come figlia di Rea e a volte confusa con Rea stessa, con Gea, con Cibele, con la grande Madre. Lei è il monte colmo di vita come Dioniso è la gioia che si ritrova nel vino. I mortali hanno necessità di crearsi religioni e illusioni perché devono dare un nome a ciò che li circonda, quando tutto l’universo non è che un grande organismo ed è improbabile che esista solo una verità. Ma cosa significa realmente morire? Morire significa non lasciare un ricordo, che a sua volta s’inchioda al destino. Quando una persona defunge – verbo che letteralmente significa “non svolgere più la funzione che si ha” – non è detto che sia morta. Non se il ricordo che si ha di lei si perpetua nei secoli. Il Satiro e Amadriade lo sanno: il diluvio universale diviene, dunque, il simbolo di chi vuole spazzare via tutto affinché non vi sia ricordo. Il simbolo della totalità della morte. Il penultimo dialogo è volto proprio a questo, a ricordare, e Pavese non poteva esemplificarlo meglio che sotto la figura di Esiodo che dialoga con Mnemosine, la memoria. Lei che tutto sa, che può essere chiamata come vuole perché tutti rappresenta, dà un’importante rivelazione: nulla muore mai, né gli dèi che smettiamo di venerare per il progresso, né l’uomo nella sua incoerenza: così, Esiodo, frutto di quella stessa decadenza su cui ha poetato, rinnega il lavoro dei campi, rinnega sé stesso, ma si sforza di ricordare l’uomo che è stato e la felicità che ha avuto nel passato, in tempi migliori. Traendo le conclusioni, alla fine, i dialoghi sono l’esaltazione e insieme la presa in giro dell’uomo: deridono la sua necessità di dare un nome alle cose e ai fatti, ma lo apprezzano per quell’ingenuità e quella purezza, quell’impurità, quell’intraprendenza, quelle sfaccettature che lo contraddistinguono. L’uomo lascia tanto di sé all’altro uomo e al dio, lascia la propria impronta e non resta mai anonimo. Solo così, solo in questo modo, l’uomo non muore mai, ma col perpetuarsi della storia diviene immortale ed eterno, da durare ed esistere nei secoli.