In poco più di un anno, è stata tradotto il grosso della pubblicazione di Mark Fisher. Dato che con "Spettri della mia vita" rimane più poco da pubblicare (uno scritto sul post-punk e una raccolta postuma), questo può essere un buon momento per parlare a tutto tondo del suo pensiero - anche perché, comunque, il suo lavoro è così strettamente interconnesso che difficilmente è comprensibile preso a sé stante.
Fisher, in "Realismo capitalista", forse il suo scritto più cupo, parte da una costatazione che, da lì in poi, sarà il panorama in cui tutte le sue riflessioni si muoveranno: "la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l'unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche immaginare un'alternativa coerente". Il There is no alternative della Thatcher, su cui Fisher torna ossessivamente per tutto il testo, è la pistola fumante con cui l'ideologia neoliberista è riuscita a imporsi come unica visione della realtà. E' più facile immaginare la fine del mondo, che la fine del capitalismo, a un certo punto afferma Fisher - affermazione così fondamentale da essere ripresa anche in "Spettri della mia vita". Il Realismo Capitalista è, quindi, la narrazione dominante che si è fatta egemone, così egemone da riuscire a far credere che la narrazione sia la realtà, che la carta sia il territorio.
Se, "Realismo Capitalista" può essere considerato il punto zero della riflessione di Fisher, in "The Weird and the eerie", ma soprattutto in "Spettri della mia vita", Fisher la amplia e va oltre il semplice, seppur necessario, j'accuse verso il Capitale. "Spettri della mia vita" è una raccolta di saggi usciti precedentemente su diverse riviste e specialmente sul blog culturale che teneva Fisher. Ogni capitolo è dedicato all'opera di un artista musicale (qualche rara volta a un film), e sono riuniti lavorando più sull'assonanza, sulla comunanza ideologica, più che su una strutturazione sistematica del pensiero di Fisher. Anche perché, comunque, il pensiero di Fisher, nella sua radicalità e importanza, è piuttosto chiaro: "il ventunesimo secolo è oppresso da un soffocante senso di finitezza e sfinimento. Non si ha affatto l'impressione di trovarsi nel futuro. [...] Siamo ancora intrappolati nel ventesimo secolo". L'effetto principale del Realismo Capitalista, ovvero dell'imposizione di questa para-realtà da parte del Capitale nel corso del ventennio '70 - '80, ha di fatto cancellato il futuro. Ha mandato fuor di sesto il tempo. "Spettri della mia vita" è una raccolta che è ossessionata dal tempo e dal suo scorrere/avvolgersi. In particolare, sono due i termini che si affacciano per tutti i saggi, più o meno implicitamente: nostalgia e hauntologia.
Fisher identifica la modalità nostalgica che caratterizza la narrazione capitalistica come "un'adesione formale alle tecniche e alle formule del passato, una conseguenza della rinuncia alla sfida modernista di innovare le forme culturali adeguandole all'esperienza contemporanea". Il capitolo dedicato alla nostalgia parla di "Life on Mars", serie tv inglese ambientata negli anni '70. Ma, siccome ora (ormai da un po') la nostalgia si è spostata agli anni '80, basta sostituire, che so, "Stranger Things" a "Life on Mars" e risulta immediatamente comprensibile l'iconocizzazione del passato di cui parla Fisher: "appena la macchina da presa li inquadra, la carta da parati kitsch e i pantaloni a zampa d'elefante si trasformano in citazioni stilistiche". La narrazione pop contemporanea, incapace sia di rappresentare il presente sia di riuscire a immaginare un futuro - che, a questo punto, possiamo sempre e solo immaginare come accelerazionistico, ultra-tecnologico, ultra-capitalistico - si rifugia nel passato, o meglio, in un'idea glamour del passato.
L'opposto della nostalgia fasulla è l'hauntologia. Hauntologia è un termine coniato da Deridda e che con Fisher e Simon Reynolds si è imposta sempre più come categoria di lettura e interpretazione prima di un certo tipo di musica e poi della realtà stessa. L'hauntologia "sembra avere a che fare con il dolore seducente di un futuro appena fuori dalla nostra portata. [...] è ossessionato da ciò che c'era una volta, che avrebbe potuto esserci, e che - più cupamente - potrebbe ancora succedere". To haunt in inglese vuol dire infestare, ma gli spettri, in questo caso, non sono soltanto il passato che non scompare, ma anche il futuro che non si è avverato. In particolare, Fisher indica come anno fondamentale la fine degli anni '70. Caratterizzati dal welfare state e da quello che definisce un modernismo popolare (in pratica prodotti culturali sperimentali sovvenzionati dallo stato con l'idea di essere diffusi in massa), sono crollati con l'avvento del Thatcherismo e della Terza Via blairiana poi. Quello che sembrava avviarsi verso un futuro di modernizzazione e sperimentazione, si è avvitato su se stesso: il futuro è letteralmente morto. Ora, piccolo inciso, quella che potrebbe degenerare in nostalgia verso i vecchi tempi andati è accuratamente evitata da Fisher ricordandoci quanto comunque fossero tempi bui a livello di uguaglianza di genere e razziale e così via. Un'opera come Red Riding - romanzi neo-noir ambientati negli anni '70 e '80 - ha proprio lo scopo di ricordarci che "l'oggetto del desiderio dell'hauntologia non è un particolare periodo, ma il recupero dei processi di democratizzazione e pluralismo [...] Ciò che dovrebbe ossessionarci non è il non più della socialdemocrazia reale, ma il non ancora dei vari futuri che il modernismo popolare ci ha preparato ad attendere e che non si è mai materializzato".
Fisher, oltre che un teorico, è anche un critico culturale, soprattutto musicale. La sua lettura della realtà è imprescindibile dalla sua analisi di film, album e libri. In lui, analisi critica e analisi sociale si alimentano a vicenda, e molto spesso non si riesce bene a capire quale delle due origini l'altra. Per comprendere l'hauntologia può essere utile infatti guardare alle due categorie che Fisher utilizza per aggiornare il perturbante freudiano: il weird, lo strano, e soprattutto l'eerie, l'inquietante. Il weird è l'esterno che irrompe nella sfera dell'interno. Le creature di Lovercraft, un viaggiatore del tempo, così via. Insomma, il weird è tutto ciò che esiste quando non dovrebbe esistere. L'eerie, invece, è il fallimento di un'assenza o di una presenza: qualcosa che ci sarebbe dovuto essere/non essere e invece è il contrario. L'eerie è facilmente identificabile proprio con quella nostalgia per i futuri mai verificatisi che, come spettri, infestano la nostra realtà. Ma d'altronde anche il weird, in fondo, ne è una versione. Per Fisher, insomma, l'hauntologia può essere vista, forse, come una specie di declinazione del weird e dell'eerie.
L'importanza dell'hauntologia è che un'apertura verso l'esterno, intesa come spettro o come squarcio che permette di guardare fuori. Immersi come siamo nella narrazione del Realismo Capitalista l'hauntologia allora è come una terapia d'urto, come una rottura con l'ambiente rassicurante e anestetizzante, che ci circonda e che ci è imposto dal Capitale. Privati del futuro, di ogni futuro, l'hauntologia, con la sua cifra stilistica fatta di suoni che sembrano provenire dal passato - ma a questo punto anche con il weird e l'eerie in generale - "rappresenta un rifiuto di rinunciare al desiderio di futuro. Tale rifiuto conferisce alla melanconia una dimensione politica, perché equivale alla rinuncia ad adattarsi agli orizzonti limitati del realismo capitalista". L'hauntologia non è rassicurante, tutt'altro. E' un passato che rifiutiamo di far morire, che ci torna ad ossessionare, a infestare il nostro presente. In uno dei saggi, Fisher utilizza l'hauntologia per parlarci di legami famigliari e di come saremo sempre infestati dai nostri padri e di come infesteremo i nostri figli. Eppure, l'hauntologia è la risposta che Fisher oppone al Realismo Capitalista e alla sua nostalgia formale: "consiste nel rifiuto di adattarsi a ciò che le condizioni attuali definiscono - anche se il prezzo di tale rifiuto finisce per farti sentire un reietto nella tua stessa epoca".