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Tato

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140 pages, Paperback

Published January 1, 2021

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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
Profile Image for Agnieszka Grajcar.
80 reviews3 followers
June 9, 2023
*3,5
Opowieść napisana i zredagowana nawet sprawnie. Porusza ważny, co sugeruje tytuł, temat życia "pozagórskiego", jednak... za dużo jęków.
Profile Image for Clara Mazzi.
777 reviews46 followers
March 25, 2022
“Marcin “Yeti” Tomaszewski (1975)” come da sito CAMP, “è uno dei moderni esponenti della grande scuola alpinistica polacca. È l'uomo delle big wall rocciose ad alto tasso tecnico, dove con determinazione d'acciaio ha firmato alcune delle scalate più impressionanti degli ultimi anni.” Mi fermo qui perché il “tasso tecnico” è tale che per menzionare le sue vie più famose, dovrei riportare tutto il capitoletto a lui dedicato e mi sembra eccessivo: io voglio parlare del suo libro, di “Tato” che in polacco vuol dire: papà.
Lo scritto di Marcin infatti verte tutto sul suo travaglio interiore nel cercare la serenità e l’equilibrio tra l’essere un climber e anche un padre affezionatissimo, nello specifico, probabilmente cerca di diminuire il rischio delle sue imprese per non morire e abbandonare i suoi figli.
La diminuzione del rischio, però comprende (come nel caso narrato in questo libro) la rinuncia che lui vive molto male: si sente un perdente e cerca in ogni modo di convincersi che in realtà ha fatto una scelta matura – convinto, inoltre, della gratitudine dei suoi figli per non averli lasciati orfani.
Yeti (è il soprannome di Marcin) ritiene che questo sia l’atteggiamento giusto – eppure ci rimugina su per un libro intero. Pagina dopo pagina, sembra volersi autoconvincere, ma in fondo in fondo non sembra poi così convinto (a costo di risultare un po’ ripetitivo e inconcludente). Sembra che il sostituire “rinuncia” con “compromesso” ancora non colmi il vuoto interiore.
Yeti, probabilmente, sta crescendo, sta maturando: dal ragazzino scavezzacollo, al padre responsabile. È un passaggio faticoso perché richiede tante energie e non è mai definitivo: oggi l’abbiamo finalmente raggiunto, ma domani ci scivola di nuovo via tra le dita. Le pagine di Marcin dimostrano che lui ci si sta mettendo per davvero ma che ancora non è riuscito (per lo meno: al momento della scrittura di questo libro) a distinguere per esempio tra “pericolo” e “difficoltà”, ovvero: se quando si è giovani (senza stabilire alcun limite perché si tratta di uno stato), il pericolo e il rischio sono molto ambiti perché fanno sentire immortali (ricordiamo qui il bellissimo libro di Manolo, intitolato appunto: “Eravamo immortali”), invincibili, più forti della morte stessa (e comunque non è così per tutti: ricordo Lynn Hill, per esempio, o la Catherine Destivelle che non hanno mai amato questo “flirting with death”) e sono loro a determinare il fascino e il valore di un’impresa, quando si matura, invece riusciamo a sminuire il fascino del pericolo e a valorizzare invece la “difficoltà”, commisurata alle nostre capacità. Un progetto quindi è appassionante, coinvolgente e ammirevole non perché si è battuta la morte, ma perché si sono superate le difficoltà intrinseche della sua realizzazione tra cui anche quelle di dover o modificarlo o di doverlo riprendere più volte.
Il passaggio quindi dall’adolescenza alla maturità consiste nel trovare parole (concetti) più adeguati: non pericolo ma difficoltà, non rinuncia ma flessibilità. Ma Yeti non sembra sentirsi ancora a suo agio con queste parole nuove.
Marcin poi è molto incentrato sulla gratitudine dei suoi figli – per aver rinunciato a qualcosa che lui reputa farlo felice, essere la sua stessa essenza. Da genitore con figli un po’ più grandi di Marcin, mi permetto con tutto il tatto possibile, di suggergli di non imboccare questo sentiero (che piace moltissimo a tutti i papà e le mamme) perchè oltremodo fallace. Innanzi tutto, dal momento in cui non esiste un “genitore perfetto” tanto vale optare per essere un “genitore felice” (nei limiti del possibile): non solo questo aiuta molto nella genitorialità ma verremo anche ricordati come figure contente, sere. Quindi rinunciare a qualcosa che ci fa stare bene non è vantaggioso. In secondo luogo, illudersi che i figli un dì ce ne saranno grati, beh, ecco, auguro di tutto cuore a Marcin di non sentirsi mai dire dai propri figli: “Ma io te l’ho mai chiesto?” perché se questo dovesse malauguratamente accadere, la brutale schiettezza di questa battuta, lo riporterebbe a doversi riconfrontare di nuovo con quelle che sono le “sue verità” e non quelle che lui cerca di attribuire ad altri. Se lui ha giudicato quella via sullo Jannu fatta con quelle condizioni non adatta a quella che era la sua vita in quel momento, ha fatto benissimo a non farla perché per lui c’erano altre cose che lo rendevano più felice di quello. Detto così sembra molto facile, lo so, ma questa riflessione richiede quelle energie di cui sopra: Voytek Kurtyka ci ha messo una vita intera – ma non ha mai rinunciato a sé stesso (infatti ha avuto anche due o tre mogli). Quindi, più che pensare che i figli gliene saranno grati o che lui non può morire in montagna perché non li vuole deludere, forse può pensare che lui (partire sempre da sé, così non si sbaglia mai) ha voglia di poter amare ancora a lungo i suoi figli, indipendentemente da quanto loro ameranno lui.
A tratti mistificatore, a tratti sincero, è un libro che comunque prospetta un vero travaglio interiore cui ci confrontiamo più o meno tutti nella nostra vita e che credo troverà grande seguito in chi ha ancora i figli piccoli. Purtroppo l’ho letto dopo “La via” di Zlapotnick che tratta dello stesso argomento ma ad un livello decisamente più alto: Yeti l’ho trovato spesso un po’ noioso e convinto di fare della grande filosofia su argomenti comuni a tanti e che lui per di più non risolve nemmeno.

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