In questo libro si ricostruisce la storia delle interpretazioni coloniali di Grande Zimbabwe, il più grande sito in pietra dell'Africa subsahariana. Da questa "storia delle storie false" emergono le diverse forme materiali e simboliche della sua appropriazione all'interno della storia dei coloni bianchi e della corrispondente negazione della sua appartenenza alla storia indigena. Tale ricostruzione si snoda lungo l'intera storia della colonia di Rhodesia (oggi Zimbabwe), dove il sito si colloca, da prima della conquista fino agli anni immediatamente precedenti la decolonizzazione, spaziando dalla "riscoperta" europea da parte di Karl Mauch nel 1871 fino all'estremo tentativo di Robert Gayre di negare l'ormai dimostrata origine locale del sito nel 1972 e oltre, fino alle più recenti, peculiari interpretazioni ufologiche fiorite dopo la decolonizzazione. Le complesse, benché del tutto false, interpretazioni coloniali del sito nella loro successione storica diventano così uno specchio in cui leggere le trasformazioni culturali, sociali e politiche che investono la Rhodesia, insieme al vicino Sudafrica, nel corso di circa un secolo, insieme alle diverse configurazioni materiali e discorsive assunte dalla "razza", la storia e la civiltà come strutture centrali del colonialismo, in un continuo intreccio con la storia transnazionale della colonizzazione dell'Africa, del razzismo scientifico e del suprematismo bianco. Attraverso questo caso di studio, e mediante la costruzione di un adeguato apparato teorico radicato nella concretezza del caso specifico, diviene così possibile trarre alcune conclusioni riguardo ai più generali fenomeni della negazione della storia e delle civiltà africane nella storiografia europea, del colonialismo d'insediamento e del razzismo coloniale.
Un testo interessante e accessibile che mette in luce i processi teorici del colonialismo e le loro conseguenze materiali e immateriali prendendo ad esempio l'emblematica storia di Grande Zimbabwe, a partire dalla "scoperta" del sito di Mauch fino a tempi recentissimi.
Se ogni tanto il testo può essere ripetitivo o particolarmente specifico nei dettagli riportati tuttavia non si perde il senso generale del discorso e le idee profonde del testo sono sempre ben presenti, grazie ai buoni capitoli di introduzione e conclusione.
Nel complesso un'opera interessante e soprattutto utile per rendere evidente la necessità di abbandonare la visione del razzismo come di un fenomeno dovuto ad un errore intellettuale (da attribuire all'ignoranza e dunque da correggere con l'istruzione) presentandolo invece come il prodotto necessario di un sistema culturale ed economico basato sullo sfruttamento, che per reggersi ha bisogno di strumenti pratici (il colonialismo) e teorici (il razzismo) strettamente interconnessi fra di loro e con un ruolo strutturale nel sistema piuttosto che conseguenze accidentali di esso. Il Testo di Paci dunque mette esplicitamente l'accento sull'importanza dell'intersezionalitá nella lotta alle cause profonde del razzismo, ovvero a quel sistema che ha bisogno del colonialismo e del razzismo per rimanere in piedi e che riguarda tanto le élite acculturate quanto le masse ignoranti.