Vorrebbe essere un saggio di antropologia, ma a me sembra un saggio di anti-antropologia.
Con un'incredibile messe di dati Harris mostra l'origine materiale dei tabù alimentari. In una cavalcata breve ma intensa, pesca da tutti i campi: biologia, alimentazione, ecologia, anatomia, economia, etologia, e tanto altro ancora. Il risultato: i tabù alimentari non trovano la propria origine nella cultura, bensì prima di questa, nelle condizioni materiali in cui gli uomini, nei diversi luoghi del pianeta, convivono con le (potenziali) fonti di cibo. La cultura è una razionalizzazione a posteriori di una mera questione di calcoli di costi e benefici: la vacca è sacra perché utile per tutto tranne che come cibo, il maiale impuro perché dannoso, gli insetti non si mangiano finché non si hanno a disposizione migliori fonti di cibo, e così via.
La spiegazione di Harris risulta convincente se non altro perché le spiegazioni concorrenti, alla Douglas per dire, secondo cui la bestia impura è tale perché "inclassificabile" non rendono conto delle variazioni regionali e temporali dei tabù alimentari: se il maiale è abominevole perché inclassificabile, perché non è tale in tutto il globo ma solo in Medio Oriente?
In tutto questo tuttavia rimane qualcosa di inspiegato, ovvero il salto dal "buono (o cattivo) da mangiare" al "buono (o cattivo) da pensare". Per quale ragione quel che dovrebbe essere un semplice calcolo razionale si trasforma in un tabù dai fortissimi connotati emotivo-viscerali, in cui il primo viene completamente nascosto e mascherato dal secondo, reso irriconoscibile se non in seguito a un poderoso scavo di pensiero come quello operato da Harris? Perché il calcolo razionale, quando entra nel sistema della cultura, perde la sua trasparenza e si trasforma in disgusto spesso intollerante, tanto che chi mangia le cose diverse dalle proprie è un "barbaro" da civilizzare, catechizzare o convertire a forza al menù del più forte? E perché il tabù riesce a mantenersi intatto e fortemente radicato anche quando cadono le sue ragioni materiali? Concretamente: perché il maiale rimane impuro anche secoli dopo il venir meno delle ragioni (addotte da Harris) della sua impurità? Il nocciolo della questione, qui, è il meccanismo psicologico di formazione del tabù e le ragioni del suo persistere. Personalmente ritengo che anche qui sussistano delle ragioni prettamente materiali, ma in questo caso non esterne, bensì interne all'individuo uomo, inscritte in profondità nei circuiti cerebrali che ci portiamo appresso, nella profonda stratificazione e nelle interazioni che vanno dalle strutture più arcaiche del cervello sino alla neocorteccia, là dove emerge l'attività simbolica dei sapiens. Ancora c'è da attendere uno Harris che voglia spiegare con piglio materialistico e senza astrattismi anche questo secondo corno del problema.