A volte sono i libri che non ti piacciono, quelli che ti annoiano a morte e ti fanno alzare gli occhi al cielo, a spingerti a riflettere. Non per loro merito, ma nel distaccarti da loro, nel porre tra te e quell’ammasso di parole la più grande muraglia che il tuo intelletto può erigere.
100 Boyfriends vuole essere una sprezzante e divertente critica alla vita dei maschi omosessuali delle grandi città. Per quanto mi riguarda, può credere di essere ciò che vuole: rimarrà comunque nei miei annali personali come un testo superfluo ed evitabile, uno spreco di carta, inchiostro, tempo e risorse.
Ci vuole talento anche nel riuscire a rendere noiose 190 paginette piene spesso solo a metà. Purnell ci è riuscito alla perfezione con la decisione di raccogliere questi “racconti” - le virgolette sono d’obbligo, poiché in alcuni casi si tratta di mazzolini mal legati di paragrafi inconsistenti – tutti interscambiabili di uomini gay vuoti in cerca di qualcuno che gli riempia di cazzo e di droga. Vorrei poterlo dire in modo meno volgare, ma questo è: omosessuali privi di profondità intellettuale, tutti presi da questi irrazionali pruriti intimi, che cercano bulimicamente qualcuno con cui scopare per passare il tempo e la noia. Tutto ciò, che di certo non è cosa nuova nella narrativa gay, è stato sopportabile forse per i primi dieci episodi, poi m’è parso solo voluttuario. Avrebbe avuto senso se ci fosse stato un solo protagonista, approfondito anche nei suoi momenti di non-intimità [intimità è un termine erroneo, in questo caso, poiché gli incontri raccontati si puntellano su mera vicinanza corporea, ma lo uso lo stesso] sessuale, raccontato nel suo sfilacciarsi nei ritmi e nelle spinte disgreganti della vita metropolitana. Così, non è niente. Di certo non critica sociale, tutt’al più una fotografia che si fa fatica a guardare nel suo essere voyeristica e macabra. Il corrispondente erotico del ritratto di un cadavere in decomposizione.
Ciò che mi ha spinto a riflettere, portando il mio sguardo all’insieme, è il fatto che questo volume abbia vinto un Lambda per la categoria Gay Fiction. E che, leggendo le quarte di copertina dei vincitori per Gay Romance, LGBTQ Erotica e Gay Memoir, tolta la patina commerciale di questi testi scritti da terzi per una loro più efficace targetizzazione, tutti questi libri trattino sempre e solo di uomini gay ipersessualizzati nelle loro disavventure erotiche.
Non c’è altro, buon Merlino, nella narrativa gay? Certo, il sesso, pure nella sua più estrema scabrosità, è sempre stato presente in quasi tutte le opere degli autori omosessuali del passato, ma era una componente (una rivendicazione sentita e necessaria, è indubbio, contro la morale eteronormativa) non la totale sostanza. Come ci siamo finiti, qui? Dopo decenni in cui gli scrittori gay hanno lottato affinché le loro opere venissero valutate nella loro complessità, al di là del genere biologico dei partner sessuali, come si è verificato questo appiattimento tematico che, in un certo senso, ha confermato le premesse segreganti da cui si cercava di scappare? Mi sembra un tema su cui ci si dovrebbe interrogare e per il quale sarebbe utile un po’ di documentazione e ricerca.
Poi, ovvio, molto probabilmente il problema sono io, ben lontano da questa ipersessualizzazione asfissiante (che a me pare pure un po’ machista e tossica). Ma è un crimine chiedere che un autore gay, con la sensibilità tipica di chi ha vissuto nella costrizione di questa specifica minoranza, scriva qualcosa in cui il sesso sia secondario, lasciando spazio ad altri temi?