Se ho accettato di raccontare ciò che ho vissuto, è unicamente per aiutare coloro che attraversavano il tunnel del dubbio a percepire la fiamma della speranza, per mostrare a coloro che hanno conosciuto l’umiliazione che il perdono è possibile. È questo il cuore della mia storia: il perdono offerto a colui che fu il mio carnefice.
Un libro di resistenza e perdono, come giustamente indica il sottotitolo, in cui la protagonista, Maiti, in maniera semplice, racconta la sua vita. La vita di una bambina cresciuta in una casa piena di musica e di affetti che all’improvviso si trova, all’indomani dell’occupazione tedesca della Francia, a soli diciotto anni, a entrare nella Resistenza e a rischiare ogni giorno la vita per salvare quella degli altri. Arrestata, torturata, si troverà alla fine della guerra a fare i conti con importanti rinunce, sopra tutte, quella alla carriera di pianista, perché fisicamente impossibilitata. Imparerà così a cedere ad un Altro, Dio, in compagnia del quale, però, apprenderà anche a suonare a quattro mani lo sparito del perdono. Perdono che dovrà “decidere” di offrire quando si troverà di fronte, molti anni più tardi, il suo aguzzino. Un libro che fa bene leggere, in questo tempo nel quale è fondamentale imparare nuovamente che cos’è veramente il perdono.
Maiti Girtanner decide di scrivere la propria storia quando ormai si sta avvicinando alla conclusione della suo passaggio in questo mondo ed è bellissimo che lo abbia fatto, lasciando così, a chi si accosta alla lettura di questo breve ma ricchissimo libro, una testimonianza lucida, cristallina di cosa può arrivare a significare il vivere la propria vita così: "Il mio dovere, dopo come prima, era rispondere al meglio alle circostanze che mi si presentavano, e dare il meglio di me" (pag 137) Maiti era nata in Svizzera nel 1922 e, allo scoppio della seconda guerra mondiale, si trovava, appena diciottenne, in Francia, proprio sulla linea di demarcazione. Comprese subito che, grazie alla sua età e al suo tedesco, avrebbe potuto fare moltissimo per aiutare tante persone, cosa che coraggiosamente fece. Sorprendente è il fatto che lei non si sia mai sentita un'eroina, ma che ritenesse di non poter fare altro che quello che fece: " Stranamente, fu la presa di coscienza della mia responsabilità che mi diede una sicurezza che conservai lungo tutta la guerra. Non direi di serenità, perché avevo paura, e la paura non mi ha mai lasciato, ma una sicurezza che veniva dalla certezza di avere un dovere da compiere a dalla fiducia in un Altro, in Dio, ovviamente". (pag 67) Con questa certezza affronterà l'arresto, le torture e la perdita di ciò che, per lei, era stato un progetto di vita: una carriera da pianista. Sempre domandandosi in che modo, nelle varie situazioni, potesse dare "il meglio di sé", arriverà anche a concedere il suo perdono a quello che era stato il suo aguzzino quando lui, dopo 40 anni, glielo domanda.
«Un giorno decisi che non avrei più rimpianto ciò che ero stata o che sarei potuta diventare, ma avrei amato ciò che ero e cercato ciò che avrei dovuto essere.»