“Il compito del narratore, a mio vedere, è anzitutto quello di rappresentare. Un libro che si apre è come un sipario che si alza: i personaggi entrano in scena, la rappresentazione comincia.” (Fausta Cialente)
Il teatro della rappresentazione – il centro del mondo - è il cortile di un sobborgo povero in Alessandria d’Egitto, su cui si affacciano case abitate da stranieri: italiani, greci, armeni, ebrei. L’arrivo di un ragazzo italiano piuttosto irrequieto creerà scompiglio e turbamenti in questo microcosmo.
Romanzo antico e moderno. Già negli anni dopo la fine della prima guerra mondiale, c’erano gli assalti ai negozi nel periodo dei saldi.
Vorrebbe dirlo alla fidanzata, lui … Ha proprio una gran voglia di dirglielo! Che preferisce vederla entrare nei piccoli negozi dell’Attardi, a comperare quel che c’è di meglio, come una principessa, e invece la vede entrare nei grandi negozi di lusso a comperare lo scarto e gli scampoli nei giorni di liquidazione, guardata dall’alto in basso da insolenti ragazze vestite di rasetto nero, pigiata contro i banchi di mogano dalla folla in sudore, avida e rabbiosa.
Dopo la mezza delusione de “Le quattro ragazze Wieselberger”, questo romanzo del 1931 mi riconcilia con Fausta Cialente, scrittrice ingiustamente dimenticata e recentemente riscoperta grazie alle ristampe di tutti i suoi romanzi. Una vicenda editoriale simile a quella di Alba de Cespedes.
Nonostante alcune lungaggini descrittive presenti nella prima parte, "Cortile a Cleopatra" si fa poi apprezzare nella parte centrale fino ad arrivare al capitolo finale: le ultime sessanta pagine, per il detto e il non detto, per l’uso moderno dei dialoghi, dei flashback e dei salti temporali, sono scritte quasi in stato di grazia.
Nei giorni che seguirono, il silenzio di tutti, come un’acqua, dilagando ricoperse ogni traccia di malumore e colmò i vuoti: poi stagnò, immobile. Ma lui sentiva la presenza di certi mostri che nuotavano là sotto, nascosti, senza agitare un’onda, né fare una bolla d’aria.