Prenditi cura di te! Migliorati! Accetta te stesso! Questi imperativi gravano costantemente su ognuno di noi. Dai manuali di crescita personale ai documenti di identità, dalla vita sociale alle relazioni intime, siamo costantemente chiamati a essere noi stessi. Ma da dove viene questa ossessione di essere qualcuno? E soprattutto: cosa ci rivela sull'ordine del mondo in cui viviamo? Diventare padroni di se stessi significa assoggettarsi alla «polizia dell'essere» che delimita e sorveglia il nostro posto nel mondo. Tracciando un percorso storico e filosofico intorno alle idee di "sé", "soggetto" e "persona", Laurent de Sutter decostruisce la grande illusione che chiamiamo "io" attraverso una riflessione provocatoria e liberatrice. Fra essere migliori ed essere se stessi, ciò che appare più problematico è essere.
Laurent de Sutter (born December 24, 1977 in Brussels), is a French-speaking Belgian philosopher. He is a professor of law theory at the Vrije Universiteit Brussel (VUB). He also directs the Perspectives critiques collection at the Presses Universitaires de France (PUF) and the Theory Redux collection at Polity Press in London4. He is also a member of the Scientific Council of the International College of Philosophy
Ok, è un libro di @edizionitIon ma l'ho letto in cartaceo e non ci ho lavorato personalmente. È un libro che mi ha aiutato a unire i puntini rispetto a molte cose che studio da anni (il concetto di persona, l'identificazione con sé, la "crescita personale" e la positività tossica). Per me un bel saggio scorrevole a cui continui a pensare anche dopo settimane dalla lettura.
Contrariamente a ciò che spesso si pensa, il “sé” non è un concetto appartenente alla tradizione filosofica millenaria occidentale. L’individuo –nel senso politico e filosofico del termine– è un invenzione del 17esimo secolo, figlia di un contesto ben preciso (e.g. un contesto in cui il concetto di stato nazione diventa fondamentale). E Locke ne è tra i maggiori responsabili. In quell’epoca infatti, si sviluppa un lessico nel quale aggettivi e pronomi –che fino ad allora erano serviti a tradurre la riflessività di un’azione– vengono sostantivati (Locke è il primo a parlare del “self”).
Nella Grecia e nella Roma antica, non esisteva un concetto del sé, di un’identità che tenesse insieme le nostre sensazioni e emozioni. Infatti, la “cura di sé” della Grecia antica tanto cara a Foucault, “epimèleia heautoù”, dovrebbe essere tradotta con il termine “curarsi” (i.e. l’azione riflessiva della cura). All’epoca esisteva solamente un concetto di individuo in quanto “prosopon”, la maschera-volto del teatro che determina diversi personaggi o figure (e che, per esistere, dipende sempre dallo sguardo dell’altro), attribuendo loro uno spazio nella società condivisa: la città dell’antica Grecia. In altre parole, si operava una politica del luogo per quanto riguarda l’individuo; non era concepita nessuna interiorità, nessuna essenza profonda, ma solo l’esteriorità di un ordine sociale. La cura di sé non era altro che un tentativo di adeguarsi a delle norme ben precise. Per gli antichi romani invece, il concetto di persona era strettamente legato alla funzione, al ruolo sociale di un individuo (che determinava una certa capacità d azione) e alla dignità ad esso collegata. In altre parole, “la persona era una funzione del diritto, una figura astratta, indipendente dal corpo fisico di un individuo, alla quale era possibile attribuire un certo patrimonio di beni, che costituiva la base giuridica che autorizzava, ove opportuno, una particolare azione legale".
Diversi secoli più tardi, alla ricerca di un’essenza del “sé”, Locke lo assimila alla coscienza; così facendo, determina il concetto di “persona”. In questo momento cruciale (e troppo spesso dimenticato), si crea un malinteso assai problematico, afferma Sutter. Fino ad allora, il termine “persona” era stato un concetto puramente giuridico (sviluppatosi nel diritto romano), e che non si poteva quindi che intendere in quel contesto. D’altronde, Locke –che ne era ben cosciente– afferma che la persona è il prodotto non tanto della storia della filosofia ma di quella del diritto, in quanto questa era l’unica disciplina ad essersi interessata, fino ad allora, al concetto di “persona”. È fondamentale comprendere le radici di questo cambiamento, perché è a partire da qui che iniziano ad affermarsi –in quanto aspetti essenziali dell’identità– altri concetti burocratici come il nome, la firma, e più tardi la carta di identità. Non solo questi concetti non sono sempre stati determinanti dell’identità, ma sono soprattutto nati da una volontà di controllo degli individui, al fine di determinare “chi è chi”.
Oggigiorno, siamo bombardati da messaggi che ci spingono a migliorare (o, più recentemente, di accettare) noi stessi. Con l’ondata di pratiche New Age, la cura di sé è atterrata nel mainstream, fino a diventare quasi un’ossessione. I principali eredi di questa falsa e problematica tradizione filosofica sono, secondo Sutter, i manuali di crescita personale. Proprio come qualsiasi altro approccio alla cura di sé, questi fanno inconsciamente uso di un vocabolario del controllo, della polizia. Usando un linguaggio normativo, forniscono una lista di pratiche che devono essere eseguite per ottenere determinati risultati. Anche i manuali di anti-crescita personale, che ci incalzano ad accettarci per quello che siamo (i.e. delle merde), in realtà adottano lo stesso identico metodo: forniscono degli esercizi per riconciliarci con le merde che siamo (per di più, oltre a sentirci ripetere ad oltranza che siamo delle merde, rischiamo di non riuscire neanche ad essere delle “buone merde”, delle “merde soddisfatte”, raddoppiando così la nostra disperazione).
In un primo momento, nella pars destruens, Sutter traccia una genealogia dell’essere sé stessi, tentando così di ricostruire la storia del concetto del sé, del suo lessico dimenticato, della categoria di diritto di “persona” –per fare un po’ di ordine. In conclusione, “l’essere sé stessi” non sembra altro che un dispositivo di controllo, poiché non permette al soggetto di essere mobile, di appartenere a più categorie.
Nella pars construens, l’autore suggerisce di sviluppare un altro vocabolario, un altro immaginario dove sia possibile liberarsi, o per lo meno rendere meno tossico questo lessico del sé, meno “agito”. D'altronde, si sa, quando si apre la bocca non si parla ma si è parlati. L’autore lo ripete diverse volte: non ci sono pretese di liberazione, ma piuttosto una richiesta di ridare una certa percezione alle parole, un significato "nostro" e non imposto dall'esterno. Sutter considera la possibilità di un'esistenza, del sé, al di fuori del dispositivo normativo della legge; un’esistenza anarchica (i.e. al di fuori degli schemi). Propone così una forma di negoziazione, di trattativa con la tradizione per trovare uno spazio al di fuori del senso giuridico di "persona". Questa parte si rifà anche alla tradizione filosofica orientale, specialmente a quella del Taosimo. Invece di essere qualcuno o qualcosa (i.e. una merda), perché non essere chiunque, qualunque? Essere un "divenire". Un lasciare andare che apra uno spazio di potenzialità, senza limiti; un “può-essere”. Un’apertura a tutta una serie di cose che, in fondo, sono più importanti di noi. Ma nella pratica, cosa comporterebbe questo approccio? Che si possa diventare un albero? Un sasso? In un’intervista, Sutter invoca lo sviluppo di un’etica, di una pratica del “può-essere”, di una dimensione della possibilità che non ci faccia cadere nell’impossibilità (un’impossibilità proveniente dall’esterno). Non ci sarebbero infatti molte possibilità per noi se pensassimo di diventare una pianta o un sasso. La nostra bussola etica potrebbe quindi essere il mantenimento di un’apertura massimale a queste possibilità, fino alla nostra morte.
Citazioni preferite:
“Il sé è il supporto della norma che si riflette nell’esercizio; che si tratti di esercizi antichi, delle discipline moderne o della crescita personale contemporanea."
“La storia della crescita personale non è altro che la storia della polizia dell’essere.”
“Il nostro sé reale ha senso solo nella misura in cui può essere trattato come il luogo in cui si incontrano la totalità dei fasci di azione, di pensiero e di caratteristiche fisiche che costituiscono l’esistenza.”
“Il reale dell’Io è l’Es [le pulsioni tiranniche dell’inconscio] e il Super-io [l’ “Io ideale” che il soggetto si dà come modello inconscio, sempre impossibile da raggiungere] – sono loro a esprimere il nucleo irriducibile che resta una volta che l’Io è stato spogliato di ciò che credeva costituire il proprio. Il reale dell’Io è il non-Io – un non-Io che fa tuttavia parte della mia biografia, della mia storia, della narrazione in cui mi è possibile tentare un lungo e doloroso ricordo nel corso di una cura che resta l’ultima risorsa per chi ha bisogno di capire che non c’è niente da capire. […] Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la scoperta di Freud non è stata quella di un soggetto più profondo di quello ancorato alla coscienza di sé, ma al contrario di un soggetto più superficiale, più formale – un soggetto che designa solo un luogo intorno al quale si articolano forze che gli sono allo stesso tempo intime ed estranee. Il soggetto è l’effetto del fuori dell’io.”
“C’è, come dice Lacan, un’ “estasi” del sé nel mondo nel momento in cui la conoscenza di ciò che era il sé si trasforma nella conoscenza che c’è soltanto il non sé, salvo esserci il mondo, che è tutto ciò che c’è da dire sul sé: un mondo che è la realizzazione del sé.”
“No, la psicoanalisi non vi consegnerà nessuna verità; no, non vi farà soggetti completi; no, non vi darà accesso ai segreti del vostro essere – salvo rivelare il principio della verità, del soggetto o dell’essere, che è essere senza altro principio che il suo Reale [la verità inconoscibile dell’essere] come impossibile. Perché è con questo che dobbiamo riconciliarci: con la dimensione dell’impossibile che attraversa tutte le ossessioni che il pensiero occidentale non smette di custodire – e di cui le tradizioni dell’estremo Oriente, che siano l’induismo, il buddismo ole grandi scuole cinesi e giapponesi, non hanno mai avuto bisogno.”
“Non si è uomini, né donne, né trans, né bianchi, né neri, né gialli, né vecchi, né giovani, né belli, né ricchi, né famosi, né sconosciuti, né buoni, né cattivi. […] In senso stretto non si è niente – se non le potenze che le circostanze ci lasciano liberi di attivare per accompagnarle o trattenerle, per immergersi in esse o per resistervi, per affondarvi come in un grande flusso indifferente o per cercare di condurle come se il mondo fosse da fare. In verità, anche questo conta poco; l’unica cosa che conta è che continui – cioè che il nostro può-essere non si trasformi nell’unica cosa che l’essere può essere, cioè, appunto, il nulla, il niente, il vuoto, quando si trasforma nell’assoluto della morte. In quel momento, tutto si ferma – salvo che qualcos’altro inizia, prosegue la vita attraverso di noi, ma senza che noi possiamo attivare il nostro può-essere in altro modo che come una specie di linea biologica errante, dove ciò di cui siamo composti continua in una nuova composizione.”
“Vogliamo farla finita con noi stessi, perché vogliamo farla finita con l’addestramento militare, con gli esercizi disciplinari, con il doverci riconciliare, con il ritrovarsi strappalacrime, con la lamentosa pedanteria della cura, con la triste soddisfazione di essere una merda. Sì, non vogliamo essere niente – perché preferiamo abbracciare i frutti i futuri che si aprono davanti a noi da ogni incontro presentatoci dal caso, per esplorare i mondi ignoti di ciò che non conosciamo, per scoprire, infine, i poteri di ciò di cui non sappiamo ancora di essere capaci.”
"Dobbiamo dunque farla finita con noi stessi, perché dobbiamo farla finita con tutto ciò che poggia sull’idea che saremmo qualcosa per garantire che non siamo qualcos’altro, che non cominciamo a vagare fuori dai cardini ontologici che formano le frontiere politiche del possibile. Dobbiamo farla finita con tutti i discorsi che pretendono di assegnarci un luogo assegnandoci un’identità – e che, avendo deciso i limiti di questo luogo, si arrogano il diritto di sorvegliare gli individui che non vi si attengono, che non vi si conformano, che non vi corrispondono. No, non saremo buoni lavoratori o buone lavoratrici, buoni elettori o elettrici, buoni padri o buone madri, buoni figli o buone figlie; no, non saremo perfetti rappresentanti della categoria in cui la nostra identità ci collocherebbe, come un mattoncino colorato in un gioco per bambini. Se dobbiamo essere qualcosa, allora che sia un problema, una difficoltà, un imbarazzo o addirittura uno scandalo – un granello nell’ingranaggio fin troppo oliato di ciò che deve essere chiamato management dell’identità, cioè la gestione integrale dei corpi soggetti alle categorie dell’identico e del proprio."
Trovo questo saggio molto interessante, a tratti illuminante, innanzitutto a proposito della ricostruzione storico-linguistica del concetto del sé, delle sue radici nonché dei suoi fraintendimenti. Mi ha consentito di tracciare una mappa che attraversando diverse tappe concettuali mi ha condotto all’assunto finale, che non svelo, ma che è intuibile come conseguenza di un affondo nella psicoanalisi. Le due pagine che prestano il titolo al libro sono un monito di liberazione da quella che spesso è la prigionia dell’identità, e della necessità di essere riconosciuti. Si potrebbe contestare il fatto che le teorie siano poco approfondite, come ho letto, tuttavia in questo caso non pesa perché il taglio è meno specialistico e più verticale, altro elemento che ho apprezzato e che mi ha permesso di catturare i punti essenziali della road map.
Una interessante tesi sull’identità personale (o meglio sulla sua assenza). Particolarmente interessante la parte centrale sulla necessita poliziesco/nazionalista di un’identità precisa.
Altresì è interessante il metodo storico (Nietzsche direbbe genealogico): attraverso la nascita del concetto di persona e la sua evoluzione, l’autore prova a minare l’idea della cura di sé come costruzione di un’identità solida, dimostrando l’impossibilità di tale immutabilità del sé.
Scrittura agile anche se, per il mio gusto, eccessivamente frammentata.
Non si capisce se voglia essere storico o teorico: riassume frettolosamente il pensiero di Foucault, Freud e Lacan con un'approssimazione che li rende ancora più incomprensibili di quanto non siano, cosa che rende ostica la comprensione del pensiero dell'autore che anche nella conclusione di un sé come pura potenzialità all'interno nel campo interrelazionale non riesce comunque a svincolare il soggetto da un " Io" che viene quasi presupposto. Mi aspettavo onestamente di più