Dopo il successo di Chav. Solidarietà coatta arriva nella collana Working class la seconda opera di D. Hunter. Il sottoproletario coatto di Nottingham ripercorre ancora i suoi primi venticinque anni di vita con l’obiettivo di rompere la lente che inquadra i suoi amici, i suoi familiari e sé stesso nelle categorie di buono o cattivo , vittima o violento . In ogni capitolo parla del proprio rapporto con una dal nonno a una compagna, dal padre a un amico nero mai uscito dalla spirale del carcere. Fino all’apice del racconto che ripercorre il giorno del suo quattordicesimo compleanno, quando è stato arrestato. Una violenza illustrata bene, senza facili quella che ha subito, gli abusi familiari e le lame, ma anche la violenza che ha impartito. L’autore racconta cosa significa picchiare dei ricchi pensionati durante un furto, accoltellare un amico per futili motivi, fare lo stronzo con una donna. Ci illumina su cosa vuol dire diventare un traditore di ossia rovesciare lo sfruttamento contro i più deboli; schierarsi dal lato degli oppressori; alimentare il patriarcato; sperare che i migranti possano sostituirsi a noi come catalizzatori di odio e disprezzo; rovesciare la propria impotenza sui più deboli per riprodurre, nella forma di una giustizia negativa, quella stessa violenza che subiamo. Un tradimento inteso però non solo come atto individuale ma come processo collettivo. La classe, ci spiega Hunter, è molto di più della definizione marxiana della relazione rispetto ai mezzi di produzione. Ha a che fare con i comportamenti, con gli assunti di base rispetto alla vita. E per sopravvivere ai traumi e ai tradimenti questi modelli comportamentali vanno riconosciuti, compresi e cambiati.
Sento più dolore per aver rubato delle monete ad alcuni homeless tossicodipendenti che per aver ferito la coppia di cui vi parlerò nelle prossime pagine.
Che libro, che pugno nello stomaco. Un’affilata narrazione senza pudori e pietismi della working class dell’Inghilterra degli anni ‘90/‘00; Hunter vi unisce la sua lacerante trama personale e quella di tanti altri che hanno orbitato accanto a lui. Persone segnate da ogni possibile abuso, dipendenti da violenza, alcol e sostanze, considerati reietti dallo Stato e mai ascoltati, dimenticati in carcere o in qualche angolo buio di parco; alcuni soccombono, altri trovano una via di uscita. Hunter non parla di riscatto, non potrà mai essere ricucito da tutte le ferite che si è inferto e che ha subìto: ma ha capito che solo tramite il risveglio di una coscienza di classe (la sua l’ha tradita spesso e inevitabilmente, ma fa parte del processo), il mutualismo, la cura e la solidarietà è possibile scrollarsi di dosso parte del fango.
Libro durissimo. Se fosse stato un film, forse un Ken Loach (my name is Joe). La povertà (non solo economica) vista dal di dentro. E raccontata senza autocommiserazione, senza vittimismo. Ma con una lucida analisi dei meccanismi sociali e di classe che l'hanno generata. Veramente un gran libro.
Un ibrido di generi, una biografia che diviene saggio sociale, manifesto politico. Crudo, nudo, tagliente, soprattutto onesto, D.Hunter racconta di alcune esperienze della sua vita inserendole nel quadro sociale della working class di Nottingham e riflette su come esse potevano essere diverse se fosse nato in un contesto privilegiato o, semplicemente, meno violento e più amorevole. Di una disarmante potenza emotiva, tra mille ombre c'è sempre la luce, che è quella di chi si aiuta per resistere ad una vita fatta di abusi, dipendenze, tossicità, povertà, criminalità e violenza, violenza razziale, di genere, intergenerazionale, in famiglia, per strada, ovunque. Permette di riflettere sulla nostra posizione nel mondo, quella che scegliamo, pensiamo di scegliere o a cui siamo condannati, ci permette di mettere insieme i punti, di guardare con occhi che siano in grado di comprendere la complessità delle persone e delle situazioni. Non ci sono buoni o cattivi, ci sono strategie di sopravvivenza determinate da fattori che si intersecano. I "cattivi" veri non si vedono, perché la strada non la vivono e non la conoscono. Poi, la critica ai collettivi ai movimenti dal basso, essenziali, luoghi di salvezza spesso, ma pieni di limiti all'accessibilità reale per tutti e tutte, non sempre in grado di mettere in discussione vecchie modalità di lotta. La cura reciproca sembra allora unica via di salvezza.
It’s so rare to meet such a moving merge of ethics and sincerity framed in a sharp political gaze: maybe it’s because not enough writers from Hunter’s class get the chance to tell their experience. A necessary reading.