"Per un secolo non ci scambiammo nemmeno una parol.Restammo in silenzio, muti, trascinati dalla corrente della Madre Acqua che ci apparve di nuovo come un'eco lontana, prodigiosa come in un sogno. Che io sia maledetto, stava arrivando. Nel cuore di Keiten non era cambiato nulla, regnavano ancora l'amicizia, l'amore, la solidarietà e l'accoglienza, il sorriso, il suo sorriso, e il desiderio, la fede nella Madre Acqua, la verità sul Monte Senterlev. Che io sia maledetto, questo monte esisteva, un monte luminoso tra nebbie dorate ed eterne. Quel sogno meraviglioso ci riapparve, niente poteva distruggere il nostro desiderio di libertà. Amico mio, avevamo dentro un sentimento gigantesco, l'amore. La Madre Acqua era ovunque e lì dentro era la sola cosa che ci ricordasse la vita".
Questo è un romanzo interessantissimo che ci trasporta nella Jugoslavia comunista di Tito, all'interno di un orfanotrofio circondato da un enorme muro che lo fa sembrare a tutti gli effetti una prigione. Questo muro altissimo e impenetrabile è un elemento centrale nel romanzo, rappresenta l'orizzonte chiuso e tetro oltre il quale i bambini non possono guardare, è ciò che toglie loro la possibilità di sognare una vita diversa.
Lem e Keiten, i protagonisti della storia, riescono però ad ascoltare oltre il muro la voce di quella che presto cominciano a chiamare "Grande Madre Acqua", ossia il lago Ohrid e basta il dolce suono delle sue onde ad accendere nei loro cuori feriti l'immaginazione e la speranza della libertà. Da quel momento la presenza di questa voce melodiosa che sembra quasi cullarli come una madre amorevole, diventa per i due bambini l'unica consolazione in una vita durissima fatta di continui maltrattamenti e punizioni alle quali solo Keiten sembra non volersi piegare. Keiten è stato per me il personaggio più affascinante, la sua risata è un raggio di sole che tenta di penetrare l'oscurità dell'orfanotrofio, il suo coraggio sfrontato e la sua amicizia addolciranno i giorni vuoti e tristi di Lem.
Fa veramente male pensare alle condizioni malsane in cui gli orfani di guerra erano costretti a vivere, all'esagerato rigore che la vita sotto un regime comunista richiedeva e questa scrittura così diretta è capace in pochissime righe di far venire i brividi.
Questo piccolo passo che ho scelto di riportare credo sia indicativo dello stato d'animo e delle condizioni di vita di questi bambini:
"Non ho memoria di nessun altro luogo dove l'infanzia muoia così in fretta, dove la si sotterri tanto spietatamente. L'infanzia, il più bel fiore della vita, svaniva come un dente di leone appassito. Nessuno sapeva dove fossero sepolti i giorni dell'infanzia. Nei due, tre secoli trascorsi all'orfanotrofio ebbi la percezione di quanto stessimo invecchiando, mille anni o forse più".
Si tratta di una scrittura davvero particolare, in alcuni punti diventa onirica e si ha la sensazione di galleggiare tra sogno e realtà, una scrittura con la quale però soprattutto all'inizio ho faticato ad entrare in sintonia proprio perché mi ha colto di sorpresa e probabilmente anche per l'esclamazione "Che io sia maledetto!" che ricorre continuamente nel romanzo, anche più volte in una stessa pagine e che, francamente, risultava alla lunga piuttosto pesante e fastidiosa.
Sento di poter affermare che si tratta di una storia più profonda e complessa di quanto immaginassi e ve la consiglio sicuramente anche per affrontare una penna originalissima, che sicuramente stimolerà la vostra lettura.