A figura do legionário romano, do soldado de infantaria que domina os campos de batalha da Antiguidade, traduz valores que são a expressão de um profundo sentimento de dever nos confrontos do Estado. A partir dos arquétipos homéricos do guerreiro e da análise das batalhas e dos armamentos hoplíticos, o livro segue a evolução da figura do soldado no contexto dos regulamentos militares, primeiro gregos, depois romanos, compreendendo as transformações das eras monárquica, republicana e imperial. O exército das origens e as suas ligações com as estruturas da nobreza, a reforma serviana e o crescimento da formação hoplítica, a legião manipular e a conquista da Itália, as emboscadas de Sânio e os conflitos com os celtas, cartagineses, Aníbal e as reformas militares do Ocidente, o império mundial e a profissionalização do exército, as mudanças da época das cavalarias, a crise e a decadência, e depois, ainda, as grandes personalidades e as principais batalhas, o armamento e as máquinas de guerra, a poliorcética, o limes e os campos militares, e também a hierarquia, as grandes noções estratégicas, a mentalidade e as suas transformações, e vários outros argumentos ainda, muitos e tão vastos. O rastro do guerreiro das origens e aquele do hoplita, para chegar a confluência de ambos na figura do legionário romano, que, mais do que qualquer outro, talvez, os sintetiza e os resume, e para buscar as correspondências íntimas entre este modelo e as concepções táticas elaboradas por Roma. Isso levará a mostrar como, na própria base desse símbolo milenar - a figura do soldado de infantaria que domina os campos de batalha de toda a antiguidade -, há uma série de valores profundos que emanam da própria ética da pólis, ou, o que no fundo é o mesmo, são filhos do sentimento serviano do munus que se deve render ao Estado. Esse último é um espírito que supera os limites cronológicos da República e continua vivo e operante, no mundo romano, pelo menos até a era tetrárquica.
Avevo già letto, del prof. Brizzi, il saggio-romanzo Scipione e Annibale , che mi aveva già favorevolmente colpito - con qualche perplessità puramente narrativa e letteraria - trattando un periodo storico che mi ha sempre interessato. Fuori dubbio era già allora la competenza vastissima sull'età romana e sulle tattiche di guerra antiche di Brizzi, che sapeva tra l'altro illustrare molto chiaramente.
Sapeva, e sa. Con questo saggio, Brizzi si è superato: chiarezza encomiabile di scrittura, rigore scientifico assoluto ma (lo sottolineo) evitando sempre di cadere nella pedanteria e, peggio, nell'accademismo autoreferenziale.
Il saggista che vuole rivolgersi a un pubblico ampio (nei limiti del possibile, ovviamente - non è un libro adatto a chi non ha il minimo interesse storico) deve partire dal presupposto che quello che lui scrive, e che lui ovviamente conosce perfettamente, non deve invece essere dato per scontato nel lettore.
Questo non riguarda tutta la trattazione (serve ricordare chi è Silla, ad esempio? O come si passa dalla Repubblica all'Impero? No, ovviamente - sempre se questi non sono gli argomenti principali dell'argomentazione), ma solo certi punti più tecnici, come ad esempio - problema annoso che trovo fastidiosissimo - le citazioni in lingua originale non tradotte. Oppure la spiegazione di un concetto importante per l'epoca storica ma a noi distante e di difficile comprensione. Siccome il mio latino è rimasto alla maturità e le mie competenze in lingue straniere sono quelle che sono, riportare paragrafi in lingua originale senza traduzione significa sostanzialmente relegare righe di trattazione a tanti punti interrogativi (che è la traduzione che le mie povere sinapsi ignoranti riescono a eseguire) in qualche angolo del mio cervello. Quando poi il saggista, alla fine dell'esibizione glottologica, riparte a spron battuto dando per scontato che tu abbia colto tutto, francamente ti senti preso in giro. Stesso discorso per altre scontatezze su concetti chiave non spiegati affatto.
Queste - a parer mio - brutte abitudini, che ad esempio gli anglosassoni non hanno, vengono qui superate con bravura nella maniera più semplice e funzionale possibile: si riporta la citazione, e immediatamente dopo la si parafrasa inserendola nel discorso. In tal modo non si perdono dettagli e si rafforza il concetto che si sta illustrando.
Oltre a questo, l'argomento della trattazione è svolto comunque in maniera brillante e interessante: dal guerriero ferale e furente delle popolazioni primordiali si passa al soldato-cittadino greco, inquadrato all'interno di un meccanismo di eguaglianza politica (che si riflette militarmente nella monolitica falange greco-macedone) per finire al soldato-cittadino romano, che nella legione trova in maniera analoga il contraltare militare alla sua condizione politica. Con la differenza che la legione, nei secoli, evolve continuamente verso modelli in grado di adattarsi a pressoché qualunque tipo di condizioni, nemico o territorio mentre la falange ammuffisce in un rigido conservatorismo alimentato dalla certezza della propria invulnerabilità. Certezze che verranno letteralmente spazzate via dalle agili legioni romani nei decenni successivi alla guerra di Annibale, caratterizzati dalla pace (leggasi, aggressione) preventiva e universale.
In fondo, un'interessante dissertazione sull'evoluzione della legione nel tardo impero e una condivisibile disamina circa i motivi della sua crisi (pur rimanendo a lungo il miglior corpo combattente sulla piazza, ancora nella fase di declino) e circa l'impatto fondamentale che ebbe, sia in campo militare che in generale in campo politico, sull'Impero l'apparizione dei Parti a Oriente. Veramente bello e veramente ben costruito. Consigliato.
Il libro tratta di un periodo storico molto lungo, ci sono accenni al guerriero omerico e alla falange macedone per poi passare alla disamina minuziosa del legionario e della sua evoluzione tattica e armamentale fino all'età Antonina con una coda sull'ultima parte dell'impero. La lettura per me è stata altalenante: i testi riguardanti i macedoni o le guerre puniche sono molto avvincenti, altri come le guerre sannitiche o il focus sulla fides li ho trovati ostici forse troppo specialistici per un lettore non così addentro alle dinamiche descritte