Nella capitale tentacolare, insaziabile catalizzatrice delle logiche della prevaricazione, le "rondini" schizzano da una zona all'altra per portare ogni genere di cibo ai clienti che aspettano affamati dietro porte socchiuse. Chiara è una di loro: le sue giornate sono scandite da una chat sempre attiva attraverso cui ogni suo gesto viene monitorato, le sue ali sono braccia smagrite che la portano in appartamenti asfittici, loculi semibui, esponendola a situazioni paradossali e a tratti surreali. In attesa di un impiego migliore, fra rapporti incompiuti, simbiosi malsane ed echi del suo passato, si piega a uno sfruttamento continuo della sua psiche e del suo corpo, finché alcune rondini non iniziano a scomparire, divorate dalla famelica città. Attraverso una scrittura tagliente e immagini grottesche, "Sono fame" fa a pezzi la realtà che conosciamo per ripresentarla con un aspetto inconsueto e straniante.
Volete sapere com’è il mondo del lavoro oggi? Avete amato Byung-Chul Han e Mark Fisher e volete qualcosa che vi spieghi al meglio le loro teorie? Ecco, questo romanzo di Natalia Guerrieri - il secondo - contiene tutte queste cose qui. Guerrieri sembra aver abbandonato le atmosfere distopiche e weird del primo romanzo, banalmente perché ormai non deve più immaginare nessun ipotetico futuro: racconta già quello che viviamo attraverso gli occhi di Chiara, laureata in filosofia e uno stage in casa editrice alle spalle, ma ridotta a fare “la rondine”, ovvero la rider per Envoyé, governata da un’entità - questa più eerie che weird - dal nome di Mario, che sembra controllare ogni azione e ogni movimento di Chiara, costretta a lavorare fino allo sfinimento per avere punteggio, costretta a rimuovere il dolore per accontentare gli altri. Chiara è vittima di un panottico digitale - per dirla à la Byung-Chul Han - che non le dà via d’uscita fino in fondo se non quella di fare, sempre tornando al filosofo tedesco-coreano, “l’idiota”, ovvero un’eretica che decide di sottrarre il proprio corpo alla positività tossica, quasi fosse una moderna Bartleby che “preferisce di no”, ovvero che preferisce sottrarsi al controllo e restare affamata.
Appiccicoso, claustrofobico, asfissiante, urgente. Sono Fame è un'accuratissima fotografia di questi nuovi Anni Venti che stiamo vivendo, un quadro impressionista dei problemi che affliggono la società odierna e in particolare i giovani che la abitano. Impossibilità di vivere dei propri studi con un lavoro che dia soddisfazione, dover accettare compromessi pur di andare avanti e di riuscire a rimanere a galla, a volte accettare perfino abusi di potere e contatti poco desiderati (da professori e datori di lavoro).
Questo libro parla di sfruttamento, di rimpianti, di opportunità mancate o mai trovate, di scelte difficili e di dinamiche tossiche; appunto di compromessi. A tratti lo fa in maniera disturbante e violenta. C'è spazio per i disturbi alimentari, per il rapporto con il proprio corpo e per l'immagine che si ha di sé. Mi ha colpito particolarmente il rapporto della protagonista con sua madre, forse perché in parte mi ha ricordato il mio. Ho apprezzato tanto anche lo spazio per esplorare non solo la disabilità intellettiva, ma anche e soprattutto ciò che vive una persona che si prende cura di chi ne soffre. Perfino il ciclo mestruale riesce ad essere efficace in questo libro, rendendo benissimo la sensazione di dolore costante e in sottofondo che molte donne provano diversi giorni al mese. Non manca infine il tema dell'amore, vissuto in maniera superficiale, timorosa quasi, una forma d'amore forse in parte influenzata dai traumi del passato.
La scrittura di Natalia è cruda e crudele, cinica ma non per questo meno evocativa. L'autrice è riuscita a creare immagini e paragoni efficaci, con cui trasmette perfettamente le sensazioni che prova la protagonista e riuscendo a farle sentire sulla pelle del lettore. Ho avuto la nausea per quasi tutta la lettura, non ironicamente, e per me è un assurdo punto di merito. Mi sono piaciute tantissimo poi le due narrazioni "alternative", con l'utilizzo dei messaggi a schermo e di quelli che sembrano report di videoregistrazioni di ciò che fa Chiara al momento della consegna del cibo.
Sono fame è un libro che si divora con avidità perché le pagine sono feroci e vanno dritte all’osso della questione più annosa dei nostri tempi: il desiderio di diventare ciò che studiamo e non riuscirci mai.
Chiara è laureata in filosofia e dopo un breve stage in una casa editrice decide di trasferirsi nella capitale lasciando una famiglia fragile senza figura paterna. La vita con i coinquilini, non sempre facile, si incrocia con il suo lavoro come rondine, un’occupazione temporanea come rider prima di riuscire a trovare l’occasione perfetta per dedicarsi alla scrittura.
Mentre insegue un sogno, che smette presto di brillare, in una delle estati più calde di sempre, la protagonista, sempre più magra e devastata dai dolori del ciclo, diventa parte di quella moltitudine di rider in bicicletta che sfrecciano su invisibili piste ciclabili fra pullman e taxi, senza diritti e tutele.
Le birrette fresche non riusciranno a tenere insieme nessuna amicizia e tentativo d’amore: la scrittura chiara e diretta è perfetta per lacerare l’animo di ogni lettore e narrare questa storia così attuale, così semplice da immaginare vera in tutta la sua crudeltà.
Questa autrice è bravissima e ha uno stile che invidio. Vorrei scrivere come lei. Anche questo romanzo è coinvolgente, incalzante e Guerrieri mostra di essere abilissima nel creare angoscia e immedesimazione. Ho sentito l'alienazione e il dolore della protagonista. C'è tanto, tantissimo. Sia per situazioni che per tematiche e mi è mancata qui e là una concretizzazione. Stupenda la trattazione della corporeità. Il tema che ho preferito è quello riassumibile in "stare e amarsi"
Divorato, per fare onore al titolo. Mi ha messo una tristezza feroce, soprattutto nella seconda parte. Assomiglia fin troppo a un futuro che potrebbe essere il mio, così come potrebbe essere il presente di troppi miei coetanei, Millennial e GenZ. La scrittura è bellissima nel suo essere senza pietà. Mi ha tenuto incollata al Kindle senza via di fuga fino all'ultima riga.
Una solitudine paralizzante, una capitale claustrofobica, una sensazione costante di ingiustizia e un ritmo serrato sono gli elementi principali di questo romanzo. Quasi distopico, inquietantissimo e lucido.
Una scrittura asciutta e graffiante a tracciare uno spaccato - ahinoi - molto reale e molto attuale: in una capitale non meglio identificata, la ventitreenne Chiara, una laurea in filosofia & sogni di saggista nel cassetto ma di fatto, un lavoro sottopagato di rider nel presente, è l’emblema di una generazione di universitari nel segno del precariato:
E allora a stage non retribuiti e sogni abortiti ancor prima di nascere, Chiara come migliaia di coetanei italiani si vede costretta a scrivere di notte per trasformarsi di giorno in una ‘rondine’ (rider), rischiare la pelle per una manciata di euro e mance tanto fantasiose quanto svilenti in marchi tedeschi.
Una lettura cupa e cruda, che ti lascia l’amaro in bocca per le tante, troppe Chiare affannate in bicicletta.
Giudizio tecnico finale: il delivery meno appetitoso di sempre
Chiara, laureata in filosofia, dopo uno stage in una casa editrice, diventa runner per un servizio di food delivery. Potrebbe essere la storia di chiunque, che dopo una laurea non ha idea di come inserirsi nel modo del lavoro. E approda verso un’occupazione che si vede come “lavori quando vuoi” e invece è come essere schiavi. Divorato in pochi giorni. Merita!
Un libro “sulla società della performance”. Molto generazionale e anche astratto ma non troppo. Penso che sia un libro molto più profondo e allegorico di quello che possa sembrare, molte scene mostrano una cosa perché ne significano un’altra e sta a te lettore trovarne il tuo significato.
Spettacolare. L'ho divorato in una notte. Quanto può valere un sogno, quanto ci si può illudere? Dove sta l'equilibrio tra responsabilità verso gli altri e legittime aspirazioni personali? E ancora: quanto di quello che facciamo è solo un perdere tempo per non affrontare la vita? Sono Fame è uno Slice of Life talmente bello e terribile da scavarti.
Un libro che si può leggere molto velocemente, seguendo Chiara Lai e la sua dissoluzione, anzi smembramento, all'interno della capitale. Non c'è molto altro da dire se non che Natalia Guerrieri riesce sempre a usare le parole giuste per raccontare con una calma letale la fine dei mondi.
La scrittura vorticante e ipnotica chiede di leggere il libro velocemente, di divorarlo, appunto. Sul contenuto è stato già detto tanto e quindi: inquietante. Più che un futuro, sembra solo un presente accelerato. Consigliato!
Questo romanzo è stato una delle esperienze di maggiore sofferenza psicologica che io ricordi, e lo dico in senso buono. Mi sono sentito in trappola per tutto il tempo, e la trappola era la mente e il corpo della ragazza protagonista. Man mano che la storia andava avanti, sentivo crescere la claustrofobia, volevo con sempre più forza uscire da quella mente, ma non potevo, perché ormai l'identificazione era completa e irreversibile (malgrado io sia un uomo).
L'autrice ha voluto, in quest'opera, denunciare lo sfruttamento e la disumanizzazione che dilagano nel nostro presente e si fanno sempre più estremi e pervasivi. Per farlo, le è bastato tirare un po' di più la corda e immaginare una società "distopica" che, in realtà, è semplicemente l'evoluzione naturale di quella in cui viviamo (e questo fa davvero paura).
Sono abituato a leggere storie "toste", spesso anche molto violente e splatter, ma l'angoscia che mi ha messo addosso questo libro (tutto tramite la componente psicologica, con pochissime gocce di sangue versate), è stata tale che ho dovuto limitare la lettura alle ore mattutine, perché se lo leggevo di pomeriggio/sera poi non riuscivo più a rasserenarmi fino a fine giornata.
A suo modo, un romanzo bellissimo, anche se non credo che avrei la forza di leggerlo una seconda volta.
Consigliatissimo, ma solo a chi si senta emotivamente in grado di sostenerlo.
Questo è un libro che si fa divorare anche se è davvero amaro e colpisce senza pietà. La sua forza è di riuscire a sviscerare senza filtri la realtà pesante in cui troppo spesso si ritrova la generazione a me coetanea ( 20-30enni) In Sono Fame vediamo il tentativo di Chiara di ottenere l'autonomia e realizzazione personale dopo la laurea in filosofia e la delusione di uno stage in cui aveva riposto grandi aspettative. Disillusa e con la brama di costruire il futuro che desidera, si trasferisce nella Capitale dove per sostenere l’affitto della sua camera-sgabuzzino in un appartamento condiviso impugna la bici e inizia a fare la “rondine”, la rider. Il gruppo per cui lavora, Envoyé, sembra controllare ogni azione e movimento dei propri dipendenti che ricatta promettendo punteggi alti di valutazione e valorizzazione in cambio di sfinimento, negazione di libertà personali e sfruttamento. Natalia, come nel precedente romanzo “ Non muoiono le api”, riesce a trascinare con una scrittura diretta da cui è difficile staccarsi.
TALMENTE ACCHIAPPANTE CHE L'HO DIVORATO IN UNA SERATA. UN LIBRO CRUDO, VISCERALE E CHE BEN DESCRIVE IL MONDO DEL LAVORO E LA SITUAZIONE DI PRECARIETÀ CHE VIVONO I GIOVANI. UNA STORIA CHE COLPISCE SODO E LASCIA IL SEGNO.
QUESTO SECONDO LIBRO DELLA GUERRIERI CONFERMA LA SUA BRAVURA E FA BEN SPERARE PER IL FUTURO DELLA LETTERATURA ITALIANA.
A quanto pare per leggere questo libro dovevo per forza smettere di fare il rider. E soprattutto dovevo andare in vacanza. [Troppo facile leggere in vacanza]
Empatia e repulsione: da una parte ho vissuto e incontrato buona parte di quello che Guerrieri racconta, facendo lo stesso lavoro della sua Chiara per (credo) 4 o 5 anni, sempre mentre coltivavo le sue stesse (più o meno velleitarie) aspirazioni. D'altra parte molte problematiche a cui fa riferimento Guerrieri mi sono passate accanto senza quasi che me ne accorgessi. O meglio, senza che le sentissi (vedi: ciclo).
Mi è sembrato di essere una donna senza soldi all'interno di un romanzo di Houellebecq. O forse semplicemente una donna senza soldi all'interno della società europea occidentale.
Distopica o meno (per me lo è) la trama mi ha tirato dentro poco a poco, trasformando la ripetitività del lavoro e della classica vita da fuorisede in routine, e infine spezzando quella routine e creando angoscia, ansia, orrore.
Mi è rimasta un po' in sospeso la questione di come Mario possa sapere tutto quello che sa (mi sono perso qualcosa? lo zaino?), ma crea l'effetto del "devo", quella che per King è la spinta a correre fino in fondo all'ultima pagina. Insomma, tra quello e la curiosità di scoprire chi stesse attaccando i rider (paranoia personale che è stato liberatorio ritrovare su carta) la corsa verso il finale è stata a suo modo liberatoria. Eppure, a differenza di quei thriller in cui tutte le parole si equivalgono tanto che quasi non le leggi, credo di non essermi perso mezza sillaba, con la sensazione che ogni frammento depositato sul foglio aggiungesse in qualche modo significato, oltre alla nuda trama, in una continua metafora, commistione, confusione fra parole, palazzi e corpi.
Postilla per l'autrice, qualora leggesse: durante la presentazione di Non muoiono le api, a Borgo Mameli (Bologna), le avevo chiesto consigli su come riuscire a pubblicare quello che scrivevo e lei mi aveva suggerito di percorrere la strada dei racconti. Lo stesso giorno in cui ho finito di leggere Sono Fame ho ricevuto una mail di approvazione per un mio racconto e non posso fare a meno di pensare che in qualche modo sia tutto collegato. Certo, sperando di non incontrare nessun Roberto Macci sulla mia strada.
Postilla per il me stesso del futuro: il mare di Torre Specchia Ruggeri concilia la lettura, tornaci.
Non ho letto questo libro in una sera come ho letto in molte recensioni, perchè il lavoro non mi permette tutto questo tempo libero, mi riduce ad uno straccio, usato più del dovuto, a fine giornata. Ci ho tenuto a specificarlo perchè in troppe recensioni è stato affermato che questo libro è "distopico" o "troppo vicino alla realtà". Mi chiedo se io ed i miei coetani non stiamo vivendo una realtà diversa, una realtà che è identica a quella di Chiara, la protagonista del libro. Mi chiedo se non siano gli altri a vivere un utopia dal quale noi siamo tagliati fuori.
Il libro ha una narrativa alienante, soffocante. C'è un senso di mancata via di uscita, sei sempre li a sperare nel meglio ma il meglio non arriva. Ti tiene li con le vicessitudini di tutti i personaggi, non solo di Chiara. In poche pagine l'autrice riesce a rimandare tutto ciò che c'è di distorto nella realtà in cui Chiara vive, realtà che è quella di oggi, non di un futuro vicino, di OGGI. Ho amato il libro, l'ho amato per tanti motivi. Il primo è che la scrittura è meravigliosa (punto fondamentale per me), il tipo di narrazione è come piace a me, pieno di piccoli dettagli ma che vanno dritto al punto, sfumature che arricchiscono i personaggi, il mondo. Un altro motivo del perchè l'ho amato è la storia, mi sono informata e l'autrice voleva proprio denunciare la situazione lavorativa attuale in Italia e non so come ringraziarla. Leggere di Chiara mi ha fatto sentire meno sola, mi ha fatto sentire non più invisibile, folle o "con poca voglia di fare". Mi ha messo di fronte alla realtà disturbante che ci circonda.
Questo libro vi farà empatizzare con Chiara, vi darà molti pugni allo stomaco, lo amerete ma sarà come quegli amori distorti che vi faranno male senza poterne fare a meno.
Uno slice of life potente, che trascina dentro la protagonista senza possibilità di scampo. La sua interiorità è interessante, specifica, realistica. Guerrieri sa produrre con pochissime parole immagini estremamente vivide.
Il libro racconta la lotta quotidiana di Chiara, oppressa da una società iperproduttiva che utilizza tutte le sue conoscenze per ottimizzare un concetto tossico di lavoro: sei meritevole se fai gli straordinari, se gioisci dei successi dell'azienda, se ti annulli in favore della tua ragione sociale. La fame della produttività contrapposta alla fame di Chiara, la protagonista; fame di essere sé stessa, di fare il lavoro per cui ha studiato, di avere lo spazio e il tempo per inseguire le sue ambizioni.
Una delle cose più strepitose del libro è la rappresentazione dell'ambientazione: sempre specifica e interessante. "La capitale" è una città estremamente credibile, piena di dettagli, di scene uniche. Il libro usa anche molti espedienti meta-narrativi che trasformano la prosa all'occorrenza e la colorano di tinte inquietanti o morbose.
Alcune piccole cose mi sono sembrate fatte a metà. C'è forse la pretesa di attingere a diversi generi per ottenere l'effetto desiderato, senza la necessità di percorrerli fino in fondo. Sfruttarli e buttarli all'occorrenza. Se da una parte questo funziona, dall'altra mi ha, per così dire, messo l'acquolina in bocca senza poi soddisfarla. Oppure mi ha dato un boccone come contentino, senza saziarmi. Si tratta veramente di minuzie assolutamente opinabili e discutibili. È l'unica pseudo-critica che posso muovergli a fronte di un sacco di scelte che invece mi sono piaciute parecchio.
Un romanzo straordinario, agghiacciante, che si vorrebbe definire distopico ma è troppo voracemente attuale, è un tempo presente continuo di grottesco e marcescente disincanto. La capitale senza nome di Natalia Guerrieri è la Londra Dickens, la Seattle di Palahniuk, la New York di Breat Easton Ellis. Nella sua imperdonabile tossicità e vitale rivolta, Sono Fame mi ricorda quel gioiello di Dark Angel, show di David Cameron dei primi anni duemila, dove Jessica Alba era una fattorina in bicicletta in una Seattle Post apocalittica dopo che un'onda elettromagnetica aveva fritto tutti i computer. Guerrieri gestisce con maestria ritmo, trama, stile e personaggi, restituendoci non solo un ritratto impietoso della precarietà esistenziale della nostra generazione, l'ipocrisia della meritocrazia e il pessimismo cosmico che accompagna i nostri vani e impantanati tentativi di rivalsa, ma immagina nella resa, nel ritorno e nell'abbandono della città e dei suoi meccanismi mortiferi il poderoso "I'd prefer not to" dello scrivano Bartleby, sottraendosi al meccanismo oliato dello sfruttamento senza nome e il capitalismo sfrenato e assillante che controlla ininterrottamente le nostre vite.
Quando dopo la laurea e lo stage non retribuito ti ritrovi senza orizzonti, e se alzi lo sguardo puoi vedere solo un pezzo rettangolare di cielo.
Ti trasferisci nell’asfissiante capitale e inizi un lavoro da rider, che ti presentano come un “gioco” in cui le rondini come te devono accumulare punti per salire nella classifica. Ti dicono che l'assenza di orari significa libertà, che potrai consegnare cibo a graziose famiglie con cani e bambini, nelle loro graziose villette.
Natalia Guerrieri racconta la precarietà di una generazione costretta ad abbandonare il sogno di vivere meglio della generazione precedente, in una società ossessionata dalla performance e dalla produttività, con un tocco surreale. Ci sono entrata come in un vortice, un vortice di malessere che ti porta sempre più in basso, e che ti tiene attaccato alle pagine.
“La capitale di domenica è ricoperta da uno strato di cellophane che incarta quelli che leggono il giornale nei bar, i turisti in fila davanti ai musei, i cani e i loro padroni, i litigi domestici, cocci di piatti, schegge di bottiglia, i video in loop alle fermate della metropolitana. Fuori dal cellophane restano i turnisti delle fabbriche, le divise blu degli autisti, gli addetti alle pulizie che preparano l’avvento del lunedì, i commessi dei supermercati che riordinano banane, pacchi di biscotti, sacchetti di plastica, i dipendenti in prova che vogliono fare bella figura, gli stormi di rondini e gli altri animali piccoli e carini.”
Questo è il terzo libro di Edizioni Pidgin che leggo, sono stupita: ci azzeccano sempre. Tra l'attuale e il surreale si colloca questo piccolo horror ispirato a tante vite quotidiane. Finalmente un autore italiano che, oltre a saper scrivere, non scivola nell'autocompiacimento (Ferrovie del Messico, per dirne una) e produce pagine vive e ispirate dalla prima fino all'ultima.
Uso di rado il termine imprescindibile, con Sono fame lo faccio con piacere. Ci parla di questi anni in maniera iperrealistica e insieme gotica, impietosa ma con degli slanci di tenerezza. Un gioiello.
Natalia è un'autrice fantastica e questo libro ne è la dimostrazione. Scrivo questo breve commento a cinque pagine dalla fine; pochi minuti e le vicende di Chiara si concluderanno, ma sono certa continueranno a pedalarmi in testa.
bello, scorrevole, appassionante, pesante. il dolore e la stanchezza di una generazione precaria, che per dolore e stanchezza non riesce ad arrivare alla rabbia