Siamo in un ICAM, Istituto a Custodia Attenuata per detenute Madri, sull’Appennino campano. Miriam Capasso è appena arrivata e ha con sé il figlio Diego, di nove anni. Anche il padre di Diego è in carcere ma, nonostante la situazione, il bambino è allegro, chiacchierone, e fa amicizia in fretta con gli altri bambini in carcere, tutti più piccoli di lui: Gombo e Adamu, figli della nigeriana Amina, Jennifer che si crede migliore degli altri e Melina, che ha le gambe storte e fa fatica a camminare ma a soli cinque anni già ama imparare parole nuove e scriverle sul suo quaderno. La storia di Diego e di sua madre si intreccia con quella delle altre figure dell’ICAM: i secondini Miki Cuomo e Antonia Tigno, Greta la psicologa e Parisi, il direttore.
Leggendo questo romanzo mi sono arrabbiata veramente moltissimo. E non, come potreste pensare, per una "sana" indignazione nei confronti di una condizione difficile come quella delle madri carcerate, anche se molto probabilmente era quello l’obiettivo dell’autore. No, mi sono arrabbiata perché mi sono sentita presa in giro. Miriam, uno dei personaggi principali in questo romanzo corale, è in prigione per detenzione illegale di armi. Certo, direte voi, se l’autore l’avesse fatta finire dentro per omicidio volontario o rapina a mano armata probabilmente in pochi avrebbero empatizzato con lei. Quindi ok, appioppiamole un reato minore, uno per cui il lettore (le lettrici, che tanto apprezzano i libri di Marone) possono dire senza timore “ma poverina, in galera per questa bagattella?”. Ecco, appunto. Io non sono avvocato, ma alcune cose del sistema giudiziario italiano le conosco, e per altre posso informarmi, cosa che evidentemente il pubblico dei romanzi di Marone che ha adorato questo libro non si è sforzato di fare. Per il reato di detenzione illegale di armi la pena va dai tre ai dodici mesi, o una multa pecuniaria di meno di 400 euro. Bastava chiedere a Google. Inoltre, per i reati la cui pena prevista è inferiore ai 3 anni non si va neanche più in carcere ormai, se non sei un delinquente incallito ti danno la condizionale. A Miriam, invece, incensurata (anche qui, se fosse recidiva il lettore non sarebbe tanto ben disposto verso di lei) e con un figlio che non può stare neanche con il padre, non tre mesi, non dodici, ma, vogliamo esagerare, chi offre di più?? tre anni di galera, così, de botto, senza senso. Sicuro. Bon, come si dice da noi in Piemonte, partiamo già malissimo perché questa storia non sta in piedi. Tanto più che Marone ha esercitato l’avvocatura per dieci anni, quindi queste cose le sa molto meglio di me e modifica la realtà solo per farci dire “povera Miriam”. Primo motivo per cui mi sono sentita urtata e presa per il naso. Poi, tutte le donne incarcerate non hanno colpa per la loro condizione, secondo l’autore. La colpa è sempre di qualcun altro: dei genitori anaffettivi, del marito che ti plagia e quindi tu gli nascondi la roba anche se non vorresti farlo, del compagno violento, del mondo che è brutto sporco e cattivo. Sicuramente ci sono condizioni di disagio maggiori di altre che inducono a delinquere, ma deresponsabilizzare in questa maniera chi commette un reato, fino a spingersi a dire che chi è fuori, dalla parte degli onesti, spesso non lo è per propri meriti, mi sa davvero di discorso buonista e populista all’ennesima potenza. Inoltre, tutte queste donne in carcere passano il tempo a ciondolare nei cortili e fumare, nonostante abbiano la possibilità di frequentare un corso, studiare o imparare un mestiere. Quando Greta, la psicologa, lo suggerisce a Miriam lei sa solo mettersi a piangere, salvo poi continuare a comportarsi come ha sempre fatto, perché evidentemente sbattersi costa fatica, molto più semplice pensare che qualcuno ci toglierà le castagne dal fuoco, anziché rimboccarci le maniche e “salvarci da sole”. Ma tanto, sembra dirci Marone, l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo ci segna irreparabilmente, è inutile affannarci nel tentativo di migliorare la nostra condizione, tanto per quanto tu ti sbatta se sei cresciuto nei Rioni sempre poveraccio rimarrai. Quindi, tanto pietismo di facciata, ma accompagnato da un immobilismo ancora più colpevole, tipico di certa retorica politica che mi fa davvero prudere le mani. Come se non bastasse il romanzo è inutilmente prolisso, ci offre uno spaccato della vita dei protagonisti ma senza approfondirla più di tanto, perché l’autore, anziché farci conoscere un po’ di più i personaggi, ha preferito infarcire il libro di pseudofilosofia spicciola e vuota, come una deprimente e stantia scatola di Baci Perugina. Il finale, su cui tanti si sono disperati, è l’unico modo in cui un romanzo del genere poteva finire, e, SPOILER
Ricorda tanto Chicco&Spillo.
Sono amareggiata, incavolata e sconvolta dai giudizi entusiastici che ha questo libro su Amazon e su Goodreads. Ma sicuramente sarò io che non ho capito niente.