Paesaggi e storie di solitudini che sembrano fuggire verso l'ampio orizzonte e che forse non si incontreranno mai; il continuo andirivieni di uomini e donne legati dalla comune necessità del contrabbando, una necessità vissuta come dedizione e sofferenza. Figure trasparenti nella loro nostalgia e nel loro disincanto, la cui tristezza viene gettata al vento largo del mare come le ceneri dei morti.
Scrittura asciutta, scabra, come le pietre che racconta, impregnata di salmastro, come l’alito di mare che non manca mai tra queste scarne cento pagine, che al netto di spazi e intestazioni sono un’ottantina, a formare una novella. Torna la terra di Biamonti, quella Liguria di ponente che oltre la linea di confine diventa Francia. E lo fa con costante vista mare da erte rocciose spruzzate di ulivi, e rosmarino. Qui il protagonista, se tale può essere definito, visto che il racconto nella sua magrezza è comunque corale, coltiva mimose, qualche rosa. E qui e là si accenna a una vigna.
Mentone vista dal cimitero.
Paesi dai nomi mai prima risonati costruiti con le e sulle pietre, fatti di sei case, che ormai sono per la maggior parte vuote e abbandonate, e fors’anche ormai malmesse. Una terra che sembra morire: scema il numero degli abitanti, chi rimane ha odore di resistenza, di tenacia, e forse di illusione. Tra alberi e cespugli scorrono i passeur che guidano fuggitivi, portatori di speranza o di paura, spesso entrambe. Tra alberi e cespugli scivola una vita clandestina, non sempre sincera, non sempre onesta. Il contrabbando non rende più. E anche la pesca ormai sempre meno. Tra alberi e cespugli c’è chi si nasconde, spia, origlia, trama.
Ho ritrovato intatto tutto il fascino e l’atmosfera, l’ambiente naturale e umano, che avevo scoperto con Le parole la notte, quella voglia, forse necessità, di parole che evochino il silenzio. Più frammenti e allusioni che fatti e trama, più pennellate e schizzi che affreschi. E forse è proprio il vento a portare la malinconia: il vento largo, detto anche “largado”, che cambia direzione e inquieta i naviganti, o quell’altro chiamato in provenzale vènt-di-damo, cioè vento di signora, che imbianca il mare. E probabilmente il vero protagonista è il paesaggio, la natura, modellata dalle mani umane anche se sembra immutabile nel muro del tempo. I nomi, dei luoghi e della gente, sembrano arrivare dall’antichità come se fosse stato un cantore cieco a inventarli. Andiamo andando, chi per terra tra le pietre, chi per mare tra le onde.
"Tu non sai che cosa sia la sera di un lungo giorno"
Vento largo è la storia di Varì Nell'entroterra di Ventimiglia è un coltivatore di mimose che per amore di Sàbel prende il posto di un passeur morto poco prima assumendosi la responsabilità di portare un bulgaro e una rumena oltre la frontiera, dove le culture si rincorrono e sfidano, perché il confine non è un luogo da abitare ma da attraversare nell’attesa del traguardo della terra promessa. Tra Varì e Sàbel il patto è fatto di poche parole che ruotano attorno al complicato tema del passato e della memoria "che cosa ricorderesti di me se me n’andassi "(…) Cercherei di non ricordare niente"
Da quel momento Vari ci condurrà in una ricerca incerta, sballottata dal vento, fatta di pause tra una brezza e l’altra e della grandezza del silenzio, che tutto copre, anche il silenzio stesso .
Il vento è un personaggio centrale in questa storia. Flautato, a volte freddo. Portatore di nuvole che imbiancano il mare e fa impallidire le pietre. E poi c’è il vento largo, che cambia direzione e inquieta i naviganti
“se il vento potesse fermarsi a sognare”
In questo delicato elogio della fuga, Vari come lo stesso Biamonti si interessa di quelli senza nome, dei separati dal mondo e da sé stessi, persone che non faranno mai notizia. Enigmatici e bisognosi di mutuo aiuto, sono tutti in cerca di un rifugio che li metta al riparo dalla solitudine e dai quei colpi di vento che ha fatto oscillare le esistenze come foglie di ulivo accartocciate
La geografia che si dispiega nello spazio narrativo di Biamonti è un universo territoriale e mentale bellissimo, un altrove fatto di aspri rilievi e pianure, un mondo contadino e cosmopolita, quel Ponente che ha conosciuto presente e passato, in perpetuo dialogo con la storia e la memoria E anche se i personaggi o le loro storie si allontanano dal suo amato entroterra ligure, Biamonti li riporta li, al punto di partenza del suo mondo narrativo dove è nato il suo immaginario, in attesa di essere svelati dalla luce che tutto contempla.
Ultimo libro dell'anno. E chiudo in bellezza. Parole pesate, dense e delicate allo stesso tempo. Dure come la pietra ma impalpabili come il vento. Mi perdo fra angoli di mare e terra brulla, fra ulivi plasmati dal vento e campi di profumata lavanda. La nostalgia, il rimpianto, l'amore trovato e perduto ma che rimane addosso come un profumo. Una lettura misurata e piena.
Pregevole esercizio di stile, sapiente evocazione delle atmosfere della Riviera tra monti e mare. D'accordo, però ci fermiamo qui, ad un antipasto di 100 pagine che ci lascia la voglia del "Grande Romanzo Ligure".
Cupio dissolvi Ho letto in sequenza L'angelo di Avrigue e Vento largo. La prima impressione è stata che la scrittura di Biamonti fosse un po' esangue, poi ho trovato una sintonia di parole, colori e toni in ottimo accordo con l'argomento. L'autore si fa testimone di un mondo che sta sparendo e non viene sostituito da qualcos'altro: gli oliveti terrazzati si inselvatichiscono, le coltivazioni di mimose vengono sommerse dalle erbacce, i paesini arrampicati sulle colline cadono in rovina. Restano sono i vecchi e pian piano finiscono anche loro. Biamonti parla della costa ligure verso il confine francese, ma quello che dice si può riportare a tanti altri luoghi, l'Italia è piena di borghi situati in luoghi bellissimi e impervi, nei quali è difficile vivere se non si è in vacanza; infatti questi posti si salvano solo se sono comprati in blocco o alla spicciolata da tedeschi o olandesi, come per i paesi di L'angelo di Avrigue. Biamonti mi piace per la grande capacità evocativa, leggo e vedo paesaggi acquerellati, campagna, cieli, coste. Non mi piace il suo sguardo sul mondo, perchè di qualunque cosa vede il progressivo disfacimento: la gioventù si disfa nella droga, nel sesso senza gioia, nel suicidio; i paesi si svuotano e si sgretolano; gli abitanti che prima coltivavano la campagna terrazzata si danno al traffico di clandestini. Mi sembra che l'autore proietti la sua negatività sul mondo in modo piuttosto sterile.
Il mio primo approccio con Vento Largo fu nell'estate del 2007, a 15 anni; all'epoca avrei dato 1 o 2 stelle, poiché non avevo compreso appieno il significato di questo breve libro. Ritrovandolo ora che sono più "vissuto", devo dire che non potevo sbagliarmi più clamorosamente.
Vento Largo è un libro leggero, che parla di luoghi che pian piano stanno scomparendo, di luoghi abbandonati dai giovani, di luoghi nei quali non rimane nient'altro che memoria che sbiadisce ogni giorno di più.
Sono luoghi della mia infanzia e adolescenza: essendo cresciuto nel Ponente Ligure ho avuto modo di visitare da bambino paesini di montagna allora pieni di vita, che in questi tempi non sono altro che ammassi di pietra. Leggendo soprattutto le prime pagine mi ha colto un'emozione potente, che nessun altro libro mi aveva mai causato.
A 15 anni avevo badato più alla storia, ma ora capisco che la storia altro non è che un modo per presentare un mondo e uno stile di vita che stanno scomparendo.
I paesaggi dell'entroterra ligure di Biamonti sono dipinti. La solitudine e la durezza della vita sono cristallizzati in un'eterna immobilità e raccontati con il gusto di una commovente poesia. Un grande scrittore italiano relegato in un'ingiusta posizione di subalternità rispetto l'olimpo della scrittura del Dopoguerra del nostro Paese.
La voce silenziosa della natura, del tempo lento ligure, aggrappato tra ripidi uliveti e freddo mare. In questa natura che respira con le stagioni si intrecciano vite strane, da confine. Un mondo di straniera emarginazione descritto con tocco lieve e fuggevole. Le parole scorrono, a fatica si afferrano, l'occhio torna in continuazione a cercarne l'arcano che dona loro tale leggerezza incantevole.
Solitudini. Atmosfere. Affetti. Natura. Piccoli dialoghi. La fatica di salire il monte e di lavorare la terra. Non c’è niente di più, niente di meno. Se cerchi una storia rimarrai deluso. Se cerchi emozione la puoi trovare nei silenzi e nel vento, nei profumi di terra e di mare.
“Forse il paese la imprigionava”, “Ci sono tanti modi per evaderne”, “Ma lei non li conosce. L’unica sua distrazione era guardare”
La scrittura di Biamonti è minerale, scaturisce dalle pietre e dalla terra stesse dei luoghi che descrive. Vi attinge la sua penna allo stesso modo degli ulivi e dei pitosfori. Il paesaggio, di una generosità ruvida, asciutta, severa, è protagonista in tutte le sue espressioni più accese dei suoni, dei colori, dei profumi. Questo suo essere estremo e definitivo lo rende signore e padrone, arroccato e chiuso in se stesso, con lo sguardo rivolto all’orizzonte, fino al mare, in un’osservazione priva di giudizio. E’ lui che con la sua forza primitiva tiene radicata a sé la sua gente appartata, che guarda anch’essa al mare come a un desiderio e a una possibilità non sufficiente. E’ sempre lui il testimone indifferente del tempo, dei cambiamenti, di un’umanità che resta, imprigionata, e di un’umanità nascosta, di passaggio, che solo l’attraversa come in una processione laica prima di scomparire verso altri destini. Uno scrittore d’altri tempi e d’altri mondi, Biamonti, capace di grandi suggestioni, che fa del silenzio un suono, una voce, un linguaggio capace di raccontare la Liguria dell’entroterra, terra di confine, la sua resilienza i suoi passeurs.
Liguria, confine con la Francia, passaggi e paesaggi. Terrazzamenti aridi che si stagliano in verticale sul mare, luoghi dove l'unico rumore udibile è lo stornire degli ulivi. Ad Aùrno, frazione oramai abbandonata, abita Varì, contadino stanco della vita che, per amore di Sabèl, eredita da Andrea il mestiere di passeur, accompagnando di notte i clandestini e le loro storie al di là della frontiera attraverso i passi di montagna. Tutti i personaggi vivono la loro condizione di solitudine in perfetta simbiosi con il paesaggio, in costante tensione fra il Mediterraneo e le Alpi marittime. È un piccolo e prezioso gioiello questo romanzo, evocativo e delicato. Ho sempre amato gli scrittori che sanno descrivere come la luce scopre ogni cosa, Faulkner fra tutti, oggi c'è anche Biamonti. Un motivo in più per non essere esterofili.
"Vento largo" è un romanzo breve dal sapore antico, in buona parte legato all'elemento dominante: uno stretto rapporto uomo-natura - che mi ha richiamato "Barnabo delle montagne" di Buzzati. Nella lettura si avverte costantemente l'estrema ricercatezza del linguaggio: pregio dell'opera, da un lato, e limite al tempo stesso, per una sensazione sottile di artificiosità, di metodo rigoroso prevaricante.
Un racconto ligure in ogni suo piccolo particolare, una testimonianza delle abitudini di una provincia completamente cambiata, la poesia dei paesaggi. Avrei preferito una trama più curata, ma in generale penso che sia un libro da leggere soprattutto per noi che abitiamo e conosciamo le zone di cui l'autore racconta...
A volte mi chiedo perché tornare sulle pagine di libri letti più volte. Forse per cercare una virgola di sfuggita, un sussurro nascosto. Oppure è perché, alla fine, i libri sono come i vecchi amici che non vedi più da una vita: hai dei ricordi sbiaditi che non combaciano mai con ciò che hai di fronte adesso, ma è il fascino dell’amicizia, continuare a scoprire cose nuove in vecchi abiti. Per me “Vento largo” è un po’ così, da più di quindici anni torno a ritrovarlo, le pagine un po’ più ingiallite, quella data impressa nella prima pagina che si fa sempre più indistinta ogni volta che la vado a cercare. Ha ancora molte cose da raccontarmi e non posso fare a meno di poggiare i gomiti sul tavolo e attendere che i racconti al suo interno mi parlino di ciò che mi aspetto. Ed è strano ritrovare un vecchio conoscente in un libro simile, in un autore simile, così fuori dal mainstream, così annidato nei sentimenti da sfociare in uno spregiudicato anacronismo. È il fascino di Biamonti, un autore al di fuori dei binari della consuetudine, così poco prolifico e che ci ha lasciati troppo presto. Un autore legato alla propria terra, al proprio mare, alla propria vita. Vita mangiata dal salmastro, dalle intemperie, vita consumata dalla vita. È la testimonianza del tramonto di una realtà, di un amore neanche dichiarato, ma svanito nel fato e nella risacca di una terra e un mare avara di soddisfazioni. Chiudo questa non recensione con la stessa citazione che usai l’ultima volta, perché coi vecchi amici è un po’ così: alla fine, ci si lascia con la stessa battuta di sempre, una scaramanzia, per ritrovarsi tra qualche anno, di nuovo, a farci compagnia con le stesse parole.
“Gli ulivi, carichi di seccume, anziché di folto argento, s’illuminavano di un viola scarno, che precedeva il buio della fine. Varí era l’ultimo testimone di una vita che se ne andava”.
2022
Se non il preferito, abita comunque nel personale Olimpo letterario. Affrontare di nuovo la sua lettura a distanza di più di 10 anni ha un un gusto difficilmente decifrabile. Un tempo adorai i dialoghi spezzati, le frasi rimaste tra gli sguardi e le parole mozzate tra i denti. Mi ritrovai a condividere quell’empatia forzata, coltivata nella personale presunzione di possedere quel dono. Adesso, temo, non resti che un po’ di disillusione. Adesso che, nelle stesse pagine, trovo unicamente ingombranti depositi di rassegnazione. Nella terra, negli ulivi, nelle mimose. Per finire nei sentimenti e nell’amore di Varí. “Gli ulivi, carichi di seccume, anziché di folto argento, s’illuminavano di un viola scarno, che precedeva il buio della fine. Varí era l’ultimo testimone di una vita che se ne andava.” Un passo dalle sembianze di testamento. Un uomo sul viale del tramonto, osserva il mondo attorno a sé, il suo mondo ligure, che si disgrega lentamente. Non resta che questo: un racconto del tramonto. Di tutto, della natura, delle umanità. Persino dei sentimenti e delle speranze, lambito da quel “Vento largo”, temuto dai marinai, foriero di odori di morte.
Wel aardig maar geen hoogvlieger: dat is mijn conclusie na lezing van dit wat vlakke Italiaanse werk. Hier en daar wat mooie beschrijvingen maar het is allemaal te fragmentarisch en te rommelig. Twee-en-een-halve ster afgerond naar boven. Ik heb betere Italiaanse auteurs gelezen en zal daarom het verdere werk van Francesco Biamonti aan mij voorbij laten gaan.
È un libro piccolo ma difficile. Spesso ho dovuto rileggere dei passaggi, senza comunque capirli a fondo. L’utilizzo della lingua è quasi poesia. La malinconia è impregnata tra le pagine, e venendo da quegli stessi posti narrati nel libro, posso solo dire che ahimè i sentimenti che emergono da quei luoghi corrispondono alla realtà. Villaggi d’entroterra che man mano si svuotano e chi rimane prova un attaccamento disperato per i paesaggi, i suoni, gli odori ...unici nel loro genere. Ho provato sentimenti contrastanti, nel leggere questo piccolo capolavoro. Avrei voluto che scorresse più facilmente, ma forse è speciale proprio per questo.
Uno spazio brullo e arido, un tempo indefinito. Un mondo duro, dove uomini e donne abituati a vivere ai margini della legalità, strappano al destino il diritto ad esistere con la stessa tenacia con cui strappano la poca terra su cui coltivare ulivi e mimose a una natura tutt’altro che benevola e che, di volta Vento largoin volta, viene definita: precipizio, voragine, strapiombo, dirupo, abisso. Terra che, in ogni caso, “è tutta dello stesso padrone. […] La rovina”. La recensione completa su http://www.ifioridelpeggio.com/viaggi...
Una scrittura rarefatta che si preoccupa in egual misura degli uomini e della natura. Quest'ultima, placida e assorta, mentre gli irrequieti esseri umani che la abitano cercano, talvolta invano, di trovare un centro, una chiave di lettura nelle loro vite. Non per nulla qui si parla di chi agevola il passaggio di clandestini dall'Italia alla Francia dal confine ligure: precarietà, fato e illusione.
"Aurno, sei case, aveva tre grandi scalinate di terrazze, fra le rocce, di buona terra, né troppo calcarea, né troppo acida: un'argilla di medio impasto, che manteneva un'umidità senza ristagni. Una fontana gorgogliava tutto l'anno. Una volta soltanto - quasi tre anni senza piovere - l'avevano vista gemere sulla vena senza sgorgare. Per pochi giorni."
Biamonti ha un modo particolare di scrivere e descrivere; nonostante i paesaggi siano assolati, aridi, colmi di ulivi, un senso di solitudine e malinconia traspaiono quasi con violenza dalle pagine di questo romanzo rarefatto.