La politica ha ceduto il passo all’economia e ha trasferito a essa buona parte del suo potere regolatore? I fatidici “poteri forti” condizionano le scelte dei governi? Chi pensa che sia una degenerazione dei rapporti di forza del Terzo millennio globalizzato deve leggere questo libro. Scoprirà che le dot com, i colossi dell’e-commerce, le grandi corporation in genere non hanno inventato nulla, ma camminano sulle orme lasciate dalle compagnie mercantili a partire da quattro secoli fa. E che, paradossalmente, la “diplomazia ibrida”, alla quale partecipano anche attori non statali, nasce quasi in concomitanza con l’affermarsi dell’idea di Stato moderno, inteso come unica entità politica sovrana, all’indomani della pace di Vestfalia. Con acutezza e spirito critico, Per la patria e per profitto ci mostra la lunga strada che ha portato a un governo del mondo condiviso tra una pluralità di soggetti – oltre agli Stati, le organizzazioni sovranazionali, le Ong globali, i soggetti pubblici non statali, le grandi società multinazionali – e all’esercizio di una nuova forma di diplomazia, ibrida appunto, nella quale tuttavia la politica può e deve ritrovare la sua centralità.
Il libro di Beltrame e Marchetti è perfetto per farsi un'idea della storia delle multinazionali, partendo dalla pace di Vestfalia del 1648, ovvero dalla fine della Guerra dei Trent'anni a cui solitamente si fa corrispondere la nascita dello Stato moderno, fino ad arrivare ai giorni nostri. È facile così comprendere come queste potenti realtà economiche - dalle corporation tentacolari ai nuovi colossi dot.com e di e-commerce nate in questi ultimi decenni - non siano altro che l'evoluzione di realtà del passato come le Compagnie delle Indie, nate in seno agli Stati colonizzatori. Sembra di scoprire l'acqua calda, ok, a dire che le scelte politiche internazionali sono fortemente influenzate da attori non statali in una situazione di "diplomazia ibrida" (ovvero non esclusiva degli Stati), è però comunque interessante capire come si è arrivati fino a questo punto, e soprattutto capire che appunto non è una cosa esplosa da un momento all'altro. Difficile sicuramente è stato condensare in centocinquanta pagine più di trecentocinquanta anni di storia, qualche passaggio mi è sembrato un po'frettoloso ma se poi uno vuole approfondire va a leggersi altro; una cosa che invece mi ha un po' infastidito è il linguaggio utilizzato in certi capitoli: il testo scorre bene e gli argomenti sono esposti con chiarezza, però ogni tanto ho notato che alcuni termini si ripetono un po' troppo spesso, roba che in certe parti sono presenti in ogni pagina, nello specifico sono parole come "pietra angolare" e "narrativa/narrazione" che sono un po' troppo abbondanti. È un problema da poco eh, che non va a sminuire la bontà del contenuto, però io sono peso e a queste cose ci faccio caso.