L'autore afferma fin da subito e con gran chiarezza che il problema concreto del libro è la convivenza tra due cose che finora non hanno mai convissuto: democrazia e multiculturalismo. La prima è il sistema che permette alle masse di partecipare (seppure in maniera indiretta) ai processi decisionali dello Stato, cosa che porta sempre alla paura da parte della maggioranza di essere danneggiata da minoranze già presenti sul posto o da "nuovi arrivati" che potrebbero dirottare le istituzioni a proprio vantaggio.
È un problema nuovo, che non esisteva sotto i dispotismi di vario tipo, perché allora le masse non avevano accesso alla gestione del potere, e difatti sino all'800 stati multiculturali non democratici in qualche modo se la sono cavata. I problemi cominciano quando le strutture statali cominciano a integrare nel proprio sistema di funzionamento le masse, con l'arrivo dell'industrializzazione e la conseguente necessità di un sistema scolastico via via più universale. Stati più o meno culturalmente omogenei (penso alla Francia), anche se tramite un percorso accidentato, sono riusciti a realizzare una democrazia funzionante, paesi come gli Stati Uniti ci sono riusciti escludendo a lungo o comunque marginalizzando le minoranze (ad esempio con la schiavitù e poi la segregazione razziale). Ma ora i paesi occidentali sono sottoposti a ondate migratorie particolarmente massicce, e questo porta al problema affrontato dal libro: come conciliare democrazia e multiculturalismo? Va detto che le soluzioni proposte dal libro non sono del tutto esenti dal problema di una grande vaghezza e di pochi dettagli, nonostante lo stesso autore, nell'ultimo capitolo, affermi di voler scendere nel concreto, cosa che secondo lui hanno fatto finora pochi dei pensatori che hanno affrontato il problema.
Dal punto di vista più generale il richiamo è a quello che l'autore chiama "liberalismo filosofico", ovvero concedere a tutti i cittadini la libertà di parola e di associazione, ottenendo così due risultati: consentire alle varie comunità che si trovano entro lo Stato, comunità culturali e non, di formarsi o perpetuarsi pacificamente; al contempo difendere la possibilità degli individui di mettere in discussione o abbandonare, se lo desiderano, le comunità entro cui vivono o crescono. Si tratta in sostanza di rispettare la presenza di diverse comunità culturali entro uno stesso territorio statale senza perdere di vista che esse stesse possono non essere omogenee al loro interno, ovvero possono essere messe in discussione dai membri che le compongono.
Qui però l'autore avrebbe dovuto riportati più esempî concreti, visto che anche il multiculturalismo più benintenzionato si ritrova comunque ad affrontare problemi di ardua soluzione. Pensiamo, in Francia, al divieto nelle scuole per gli studenti di indossare simboli religiosi: giusta affermazione della neutralità delle istituzioni pubbliche o sopruso sulla libertà religiosa dei ragazzi? Pensiamo alle proposte, che sono state fatte anche in Italia, di vietare per i minorenni di indossare il velo islamico: difesa di chi è ritenuto non in grado di decidere dalle imposizioni delle famiglie o, di nuovo, repressione della libertà individuale? L'autore purtroppo non chiarisce quali dovrebbero essere l'uso e i limiti della coercizione statale per difendere gli individui dalle costrizioni che rischiano di subire dalle culture di appartenenza.
Altrettanto sul vago rimane quando parla del "patriottismo culturale" che, a suo dire, dovrebbe far da base per cementare nel concreto in un'unità nazionale le diverse culture presenti in uno stesso territorio. Non esplicita in che forme questo patriottismo culturale dovrebbe esprimersi e soprattutto, non tocca il ruolo che potrebbe (dovrebbe?) avere di nuovo la coercizione statale. Si tratta di innalzare di nuovo a culto civico il tipico armamentario post-ottocentesco e tutt'ora vigente del patriottismo, quello fatto di bandiere, inni nazionali, date fondative, culto del passato, degli eroi e delle vittime? Potrebbe essere un'opzione suadente ed efficace per chiunque tema il disgregarsi dell'insieme delle comunità in un tutto contro tutti (pericolo che il libro sottolinea a più riprese), ma non va dimenticato che, sempre, nel momento in cui lo Stato fa sacri determinati simboli (la bandiera, l'inno, le date, ecc.) cercando di imporli come "condivisi", sono proprio le fasce socialmente marginalizzate a vedere quei simboli come l'emblema di un'oppressione da combattere con rinnovata ferocia, e quei simboli che vorrebbero accomunare rinfocoleranno ulteriormente le divisioni, specialmente se imposti tramite un'ottusa coercizione. Cosa deve fare uno Stato che si voglia tollerante e aperto al dissenso con coloro che dissacrino i simboli di cui va ammantandosi? Vanno mantenuti nel codice penale reati come il vilipendio della bandiera nazionale, reati anacronistici, lesivi della libertà d'espressione cui questo libro sembra aderire, e soprattutto intrinsecamente e inevitabilmente divisivi nonostante (o forse proprio perché) si propongano a tutela dell'unità nazionale?
L'autore tutto questo non lo affronta, forse perché sottovaluta la potenza per gli esseri umani del reame simbolico, qualcosa che va invece ad attivare reazioni viscerali e profondissime, basti pensare alla questione (di nuovo) del velo islamico, a come essa scuota le masse a livello globale, arrivando a mettere a rischio la tenuta sia di democrazie evolute che di regimi autoritarî. Io penso si debba andare ancora più in là di quanto siano arrivati sinora i paesi democratici nella loro progressiva liberazione dalle vestigia del passato, verso quella che chiamo "laicità estesa", ovvero l'uscita dello Stato (se proprio deve esisterne uno!) da qualunque tipo di politica simbolica e culturale, che siano le bandiere, gli inni nazionali, le date, le celebrazioni collettive, le tradizioni e così via, e ovviamente e di conseguenza da qualunque regolamentazione della libertà d'espressione. L'alternativa è che le istituzioni siano di volta in volta (ab)usate dalle fazioni che giungono al potere (proprio il pericolo connaturato alle democrazie di cui parla l'autore all'inizio del libro) per imporre una propria agenda simbolica particolare (ovviamente sempre spacciata come unificante e non divisiva!) o per distruggere i sistemi simbolici e culturali delle fazioni avverse. Da questo punto di vista non c'è differenza tra una destra che vuole vietare l'episodio di Peppa Pig con la famiglia con due madri per "proteggere i bambini dal gender" e una sinistra che dirotta l'istituzione scolastica per inculcare nei ragazzi vaghi ideali di inclusione o che vuole emanare leggi punitive contro "discorsi d'odio" mai ben definiti.
La mia prospettiva può portare solo a uno Stato il più possibile minimo, proprio per evitare che esso venga sfruttato indebitamente dalle diverse fazioni che compongono la società multiculturale. Forse il contrario di quanto propone l'autore in termini di politica economica e sociale visto che, a suo dire, solo uno Stato che garantisca benessere diffuso con robuste politiche di welfare universali può evitare di far precipitare un paese in una guerra di tutti contro tutti. Mi confesso comunque ignorante di economia e aperto a qualunque tipo di politica che si dimostri concretamente (e non per mera questione di principio) efficace nell'aumentare il generale benessere materiale di un paese, cosa quest'ultima fondamentale per disinnescare avvitamenti autoritarî indotti dal un impoverimento generalizzato.
Giusto invece che l'autore stigmatizzi un utilizzo del welfare "razzializzato", cioè che vada a distribuire i benefici materiali in base all'appartenenza a determinate comunità e non in base alle condizioni di bisogno degli individui in quanto tali. L'autore mette in luce come un welfare "razzializzato" sarebbe dannoso, perché (e riporta degli studi che dimostrano sia così) verrebbe percepito come iniquo da parte dei cittadini e quindi andrebbe a rinfocolare le contrapposizioni tra comunità lacerando il tessuto sociale. Personalmente lo troverei ingiusto anche in quanto tale, come in genere tutti i sistemi di quote, che siano etniche o di genere, o tutti i sistemi pubblici che vanno a rapportarsi con i cittadini non in quanto individui ma in quanto parte di determinati gruppi, senza quindi considerare le differenze entro questi ultimi. In questo senso è da elogiare il coraggio dell'autore, che pure si definisce di centro-sinistra, nello stigmatizzare l'identitarismo che da diversi anni sta ammorbando proprio la sinistra, quella che depreca gli scambi tra culture definendoli come "approprazioni culturale" o che essenzializza il razzismo e l'oppressione vedendoli come connaturati ai membri delle comunità (i bianchi concepiti come tutti o inevitabilmente razzisti, ecc), e che in generale perde di vista sia che anche entro le varie comunità possono esserci differenze individuali sia che è possibile una comunicazione feconda tra i varî gruppi, che non sono quindi condannati a una lotta perenne.
Molto debole purtroppo la parte del libro sulla polarizzazione politica, vero problema di questi ultimi tempi, parte ridotta a un semplice appello alle buone intenzioni, al cercare di essere più comprensivi. Certo, sarebbe bello, se non fondamentale, cessare di vedere vedere gli avversarî politici (o di altri gruppi) come nemici esistenziali e il confronto pubblico come uno scontro che è questione di vita o di morte. Ma l'autore non dimostra come ciò potrebbe essere realizzato, e soprattutto non affronta la spinosa questione dei conflitti su internet, di come (e se) andrebbero gestiti e di che fine dovrebbe fare in proposito la libertà di parola. Confido comunque che l'appello a quest'ultima fatto a inizio libro, e alla complementare libertà d'associazione, per quanto fuggevole, indichi che anche l'autore pensa che siano due libertà a fondamento di una società che tutti possiamo auspicare, una base per un vivere in comune che sia aperto e tollerante, qualcosa che attualmente, purtroppo, versa in pericolo per attacchi che giungono sia da destra che da sinistra.