Pasolini? Pasolini!
Se gli Scritti corsari rappresentano il meglio della produzione giornalistica di Pasolini e Pasolini è uno dei massimi intellettuali italiani, allora siamo messi male. Parecchio male. Eppure, a ravanare tra i commenti qua e là per il web, è difficile trovare una critica seria al Nostro. È tutto un fiorire di un profeta ancor più che un intellettuale, capolavoro, cibo per coscienze, un fucile carico, profetici e rivelatori, cambia la vita, fino ad arrivare a vette inarrivabili come Pasolini aveva capito tutto piu di 30 anni fa. Per questo è stato assassinato. Il complottista non manca mai, nemmeno nelle migliori famiglie.
Io avevo letto gli Scritti corsari da giovincello e mi avevano annoiato parecchio, sicuramente non avevo gli strumenti culturali per capirlo. Ora, che a furia di leggere vecchi tromboni inizio a tromboneggiare anche io, probabilmente non ho ancora acquisito questi strumenti e Pasolini continua ad annoiarmi parecchio. Non conosco Pasolini poeta (faccio una fatica bestiale a leggere robe che vanno a capo senza motivo), conosco poco Pasolini regista (noioso, quel poco che ho visto), conosco un po' di più Pasolini scrittore (pesante e sempre noioso, una costante), per cui mi limito a valutare questi Scritti corsari senza fare riferimenti al resto della produzione intellettuale del Nostro. E cosa c'è, in questi Scritti corsari, di così tanto bello e profetico e nutriente per le coscienze? Niente, direi io. Però c'è tanto altro. Ad esempio chiacchiere, chiacchiere da bar, la cui somma vetta è rappresentata dal notissimo Io so. Cos'altro è, quell'articolo, se non un'intemerata senza capo né coda, furba e paracula, atta a soddisfare un pubblico che aveva voglia di sentirsi dire proprio quelle cose? Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Frase che è la madre di tutte le teorie strampalate, il principio ispiratore di ogni argomento che non necessita di spiegazioni, ma che è valido di per sé. Come le chiacchiere da bar, come gli zingari che rapiscono i bambini, come l'euro che ci ha impoveriti. Chiacchiere. E perché Pasolini non va alla ricerca di prove e indizi? Perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca […] di immaginare tutto ciò che non si sa o non si dice. Insomma, dobbiamo fidarci di quel che dice perché lo dice lui. Sarà, ma per principio mi viene voglia di dubitare, a me, non di credere alle parole di un tizio che se la canta e se la suona.
Un altro limite di questi Scritti corsari, legato sempre al tema del Io so, è la pigrizia intellettuale. Pasolini sapeva, mica come noi, e ci teneva a sottolinearlo. Soprattutto sapeva di avere delle idee forti, precise e ben delineate (un'ideologia, avremmo detto in altre epoche): in base a queste osservava il mondo, l'Italia, la chiesa, i capelloni, l'aborto e i bigodini di mia zia. Non si preoccupava di cercare dati, numeri, conferme o smentite, no, lui sapeva. E così, parla di mutazione antropologica, la definisce a malapena, e non porta un dato uno a sostegno della tesi che espone. Andava incontro al luogo comune, apriva le braccia a chi voleva ascoltare quelle parole e in questo modo, capite bene, ogni ragionamento perde di valore. Pasolini ideologicamente afferma che marzo è pazzerello proprio a chi vuol sentirsi dire che marzo pazzerello lo è davvero. Nessuno, né il Nostro né i suoi venticinque lettori, vanno a vedere i dati sulle temperature o sulle precipitazioni, magari confrontandoli con aprile o con il marzo precedente. Perché lui sapeva, e gli adepti a ruota.
A questo proposito, giova ricordare anche gli strali lanciati contro la televisione. La tv, per il Nostro, è uno strumento del potere (del demonio, si potrebbe dire), che ha una specie di compito, quello di rincoglionire i telespettatori. Che può anche essere, sia chiaro, ma servirebbe qualcosa per dimostrarlo. Altrimenti sono parole buttate a caso. Perché può anche essere che Mario Rossi sia diventato deficiente a furia di guardare la tv, ma è altrettanto vero che un amico di mio babbo è venuto fuori scemo a leggere troppi libri di politica. Crede persino a Giulietto Chiesa. E allora che facciamo? Accusiamo i libri di rincoglionire la gente? Un po' come accusare la musica metal per i delitti delle bestie di Satana. Caro Sommo, se mi è permesso, ogni rincoglionimento fa storia a sé, per fortuna, e generalizzare senza portare prove è, ancora una volta, chiacchiera buona da fare col prosecchino in un mano e il gomito poggiato sul bancone.
Ma il Maestro era così: lui sapeva. Aveva deciso che la tv era brutta e cattiva e così doveva essere. Un po' come qualche altro arruffapolli in piazza nei nostri giorni, che ha deciso che il web, la rete!, sia cosa buona e giusta e guai a noi se stiamo troppo a sottilizzare. Ma torniamo a Pasolini. Assieme alla tv siede, sul banco degli imputati, la cosiddetta società dei consumi: il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l'affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). Che belle parole, da farci il figo in un'assemblea di liceo per andarsi a limonare la compagna più carina e fricchettona nelle panchine del parco. Ammetto che ho sempre ambito a quella compagna e lei con me al parco non ci è mai venuta. Parlo dunque con un po' di acredine. La frase che ho citato, tuttavia, non significa niente, come niente significa il livore pasoliniano contro il consumismo. Oppure sì: caro Pier Paolo, non ti piace? Bene, pure a me fanno schifo i suv, gli aperitivi e le librerie in cui si vendono peluche. Mai mi sognerei però di dire che sono totalitari, violenti, falsamente tolleranti e altri insulti buttati giù a caso. Sei un intellettuale, Maestro, uno scrittore, uno che sa giocare, per mestiere, con le parole: stai attento a come le usi. Ma non perché puoi diventare un cattivo maestro, figuriamoci, conosco pochissimi cattivi maestri e tantissimi pessimi alunni. Bisogna stare attenti perché le parole hanno un senso e non bisogna usarle a sproposito, oppure sì, ma con cognizione di causa. Cianciare di totalitarismo fa poi sorridere a chi sia passato per la Russia staliniana o la Germania nazista. Va bene che nelle auto prese a rate dio è morto, ma io noterei qualche differenza tra i gulag e gli ipermercati. Ora capisco da chi hanno preso spunto quelli che vorrebbero che i centri commerciali chiudessero la domenica. Non ti vanno bene? Non andarci!
E cosa propone, il Nostro, contro un nuovo potere consumistico così cattivo? Un vagheggiato mito di un immenso universo contadino e operaio prima dello Sviluppo, che probabilmente è esistito solamente nella sua testa. E sapete chi è l'eroe di questo universo? Il fornarino! Voi non ci crederete, ma il fornarino, o cascherino – come lo chiamano qui a Roma – era sempre, eternamente allegro: un'allegria vera, che gli sprizzava dagli occhi. Se ne andava in giro per le strade fischiettando e lanciando motti. La sua vitalità era irresistibile. Era vestito molto più poveramente di adesso: i calzoni erano rattoppati, addirittura spesse volte la camicetta uno straccio. Però tutto ciò che faceva parte di un modello che nella sua borgata aveva un valore, un senso. Ed egli ne era fiero. E cosa mi combina 'sto potere neocapitalista consumista fascista totalitario che mi rincoglionisce con la tv? Mi fa sparire il sorriso dal fornarino, che ora è triste che non si può comprare il giubbotto, il tostapane e il frigorifero e non si gode più i valori semplici, poveri ma belli, della sua borgata. Io non ce la posso fare, sono limitato, ma davanti al fornarino chino la testa e abbandono la sfida.
Taccio, dunque, dell'uso spregiudicato e senza senso della parola fascismo. Un uso simile a quello che vent'anni dopo avrebbe fatto un imprenditore e politico lombardo con il termine comunismo.
Taccio, ancora, delle sciocchezze cianciate sull'aborto: sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio.
Taccio, inoltre, degli sproloqui moralistici sulla libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un'ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Taccio, perché altrimenti gli chiederei: ma a te che ti frega se la mia libertà sessuale è un obbligo o un dovere sociale? Sono, comunque, affari miei.
E taccio, infine, sull'improponibilissima sciocchezza detta a proposito di uno stupro: ”tutti sanno bene che non c'è disegno di carnefice che non sia suggerito dallo sguardo della vittima” (e che Maria Goretti, mettiamo, è responsabile del proprio sacrificio almeno quanto il sacrificante). Taccio, perché altrimenti direi che l'unica profezia che il Nostro ha fatto sia proprio questa. Autoprofezia.
E insomma, taccio, non prima di aver elargito un mio modesto consiglio: per capire l'Italia di quegli anni leggete sì Pasolini, ma soprattutto guardate I mostri e Fantozzi. So bene che fa meno figo, ma è più utile.
In conclusione, vorrei premiare chi è arrivato fin qua offrendogli in omaggio un pupazzo di Ninetto Davoli a grandezza naturale e segnando quali siano, a mio trombonesco avviso, i due maggiori errori di Pasolini. Il primo: vedere tutto con le spesse lenti della sua ideologia. Pensava una cosa, il Nostro, e andava a cercare pezzetti di realtà per dimostrarla. O, ancora peggio, se la realtà difettava se la inventava. Il secondo, ma è difetto comune a molti esseri umani: pensava di vivere in un'epoca straordinaria. In tanti pensano che gli anni in cui vivono siano i migliori per l'essere umano, altri invece vedono solo un periodo di cupa decadenza. Gli uni e gli altri, comunque, sono accomunati dalla sensazione di vivere anni eccezionali. È un'illusione: i nostri anni non sono troppo diversi da quelli che ci hanno preceduti, né da quelli che verranno. Per concludere davvero, una massima a dimostrazione che il Nostro difficilmente si sbagliava: Nel 1971-72 è cominciato uno dei periodi di reazione più violenti e forse più definitivi della storia.
Forse.