Tenti anni fa avevo invitato la ragazza che mi piaceva nella casa di mezza montagna, con un ampio giardino, che affittavo da poco e che mi aveva sorpreso, una delle prime notti che ci avevo passato, con una spettacolare esibizione di lucciole, grandi come lampadine. “Vedrai”, le avevo detto, “non hai mai visto lucciole del genere”.
Peccato solo che le stronze decisero di entrare in sciopero, e né quella notte, né le successive, si fecero mai più vedere. Ma solo lì, beninteso; ne ho viste di grandezza ordinaria un po’ dovunque, prima e dopo di quell’anno (il 2001). Giusto per dire che il famoso “scritto sulle lucciole” di Pasolini, del 1975, era stato grandemente fallace: le lucciole ci sono ancora e stanno pure bene.
(Comunque la ragazza che mi piaceva non se la prese più di tanto per la latitanza delle lucciole, tanto che poi divenne la mia ragazza).
In effetti di Pasolini, e del suo articolo sulle lucciole scomparse, Trevisan in questo libro parla molto, ovviamente dandogli ragione, traendo da lui ispirazione e pensiero per il generale spirito di degrado umano e sociale, mentre l’ambito è ovviamente il Nordest; la forma, smaccatamente imitata (ma secondo me migliore, dato che l’originale non l’ho mai sopportato) è quella di Thomas Bernhard, flusso ininterrotto di coscienza con uso parchissimo della punteggiatura e nessun a capo.
Il libro è una sorta di romanzo auto-fiction, con strali all’ambiente familiare e produttivo claustrofobico nordestino che impedisce sistematicamente alle persone di essere quello che vogliono essere. Anche qui, come già avevamo visto in Works, una madre che vive il proprio figlio con sopportazione e fastidio, schiava del dovere come anche il padre, piccolo imprenditore, e entrambi guardano il figlio, l’io narrante, come un disadattato, peggio un traditore, perché sembra rifiutare sistematicamente i loro valori (la casa bella e intoccabile, il giardino pure, il destino segnato di rimpiazzare il padre nella conduzione della ditta). Lui invece, appassionato di letteratura in particolar modo tedesca, vuole fare altro, e a modo suo ci riesce visto che ottiene un incarico universitario nel nord della Germania.
(Che qualcuno non si pieghi al volere familiare, e la cosa venga vissuta come un affronto, l’ho vista da vicino un po’ di anni fa. Studiavo tedesco al Goethe Institut, come compagno di classe c’era un tipo ferocemente incarognito contro il fratello, che invece di adattarsi al destino segnato di diventare ingegnere e rilevare l’azienda di famiglia si era messo in testa prima di studiare filosofia, poi dopo estenuante opera di convincimento si era adattato a studiare economia; però l’ingegnere ci voleva, così l’altro fratello, quello che studiava con me, aveva dovuto abbandonare il sogno di diventare medico e si era messo a studiare lui ingegneria. In ogni esercizio di lingua, in cui bisognava inventare una situazione, non mancava mai di tirare in mezzo il fratello, ovviamente non esattamente per parlarne bene. Ameni paesaggetti familiari non solo nordestini, evidentemente).
La storia poi si snoda in particolare attorno a un episodio drammatico, esumato e riaccolto nel presente dal passato del narratore: la morte di un ragazzo, suo nipote, in circostanze mai chiarite (si chiariscono verso la fine del libro e non sono altro che un maldestro tentativo di imitare il passato lontano del padre e dello zio, ai tempi due giovani spericolati ben oltre il limite dell’incoscienza - atteggiamento a modo suo “sovversivo” rispetto al mortale ordine del dovere morale cristiano-produttivo che vige in quelle lande).
In questo libro ci sono molti in comune con Works, e altri invece che se ne distaccano decisamente (lì il padre poliziotto e qui imprenditore, lì una sorella e qui due, eccetera). Spesso, poi, il desiderio di mollare tutto e farla finita, cosa che come sappiamo è stata il destino dell’autore.
Il problema è che, quando un autore pratica l’autofiction, dopo un po’ non si sa più a cosa credere e a cosa no, come distinguere il vero dal non vero. In realtà sarebbe un falso problema (tutto è narrazione, che i fatti siano realmente accaduti, o siano solo immaginati), però in qualche modo la curiosità di sapere è legittima.