In ogni casa ce n’è almeno uno, basta solo guardare bene: sono nascosti sugli scaffali della sala, con le coste gialle che si intravedono dietro a tomi seriosi e capolavori della letteratura; spuntano fuori a sorpresa da un portariviste, tra un quotidiano e un settimanale politico; appaiono magicamente nelle mani di figli e nipoti, cuginetti e fratelli minori, che sgranano gli occhi su quelle vignette con la stessa meraviglia con cui lo abbiamo fatto noi anni fa e i nostri genitori prima di noi. Da quelle pagine traboccano becchi e orecchie tonde, investigatori improvvisati e criminali da strapazzo, ghette e cappelli a cilindro, bretelle e giubbe alla marinara, risate e sganassoni; tutti i quack e gli yuk di cui è fatta la nostra vita. Da novant’anni gli albi a fumetti di “Topolino” sono parte integrante dell’immaginario di milioni di italiani. Valentina De Poli, che della rivista è stata prima assidua lettrice per poi diventarne redattrice e infine direttrice, ci racconta la sua lunga storia d’amore con il mondo dei Paperi e dei Topi. Dagli episodi memorabili, come «L’inferno di Topolino», «I promessi Paperi» o la serie di Pk, ai riti degli appassionati – l’attesa del nuovo numero il mercoledì, le lettere dei lettori, gli albi del passato scovati sulle bancarelle; dai grandi maestri, quali Romano Scarpa e Giovan Battista Carpi, Giorgio Cavazzano e Silvia Ziche, all’indimenticabile lessico topolinese fatto di onomatopee, italiano desueto e neologismi; dai grandi ospiti del mondo reale alle parodie di film e romanzi. Di avventura in avventura Valentina De Poli ci conduce attraverso i corridoi e le scrivanie degli autori che hanno scritto e disegnato i nostri beniamini, facendoci rivivere da tutti i punti di vista l’epopea del giornalino più amato d’Italia e della sua infinita galassia di personaggi. “Un’educazione paperopolese” è il diario personale e collettivo del sogno a colori di un paese intero. Un’opera sulla nostra infanzia e i suoi eroi, e su come ci hanno fatto diventare quelli che siamo oggi: un ritratto unico delle piume e delle code che, sotto a giacche eleganti, tailleur e cravatte, portiamo ancora oggi tutti i giorni con noi.
Tra il 2016 e il 2017 ho vissuto un periodo, esistenzialmente e lavorativamente parlando (le due cose nel nostro tempo sono sostanzialmente sinonimi), che con un eufemismo potrei definire non troppo felice. In quel periodo, per puro caso e per fortuna, ero incocciato in un gruppo di Facebook dal titolo “Ventenni che piangono leggendo la saga di Paperon de Paperoni” (poi opportunamente abbreviato in “Ventenni Paperoni”, togliendo la centralità un po’ fuorviante della saga di Don Rosa) che mi aveva riportato al presente la memoria di un passato fumettistico dimenticato da decenni. Mi aveva anche reso edotto del fatto che avevo un patrimonio culturale di formazione non indifferente che aveva contribuito a fare di me quello che sono, sotto il profilo culturale certamente più della scuola, che ricordo soprattutto per improvvidi disagi esistenziali e sociali. Questo patrimonio era ed è comune con tante altre persone, di cui quel gruppo, certamente uno dei posti migliori di quell’obbrobrio di “asocial network” che è Facebook dove generalmente tutti ci stanno per attaccarsi reciprocamente sui più svariati argomenti, è evidente testimone.
Con lo stimolo del gruppo dei Ventenni, e anche grazie al fatto che nella pagina collegata erano presenti le scansioni di moltissime storie, spesso le migliori e con commenti appropriati e divertenti degli stessi lettori, ricominciai, dopo molti decenni, a leggere Topolino e Paperino. E così scoprii cose straordinarie: un patrimonio di storie di grandissima creatività, spesso alquanto distanti dai canoni a cui ero abituato; e poi una delle opere culturali più complesse e impegnative, e lo dico in senso assoluto e non riferendomi solo ai fumetti, con cui sia mai venuto a contatto, che ti costringeva a pensare, pensare e pensare ancora (mi riferisco a PKNA, Paperinik New Adventures; trovo incredibile che nella seconda metà degli anni Novanta - periodo in cui evidentemente ero troppo impegnato a danzare, sciare, farmi storie con ragazze e disperarmi per l’unica ragazza che mi propinava l’esasperante manfrina del “ti vedo come un amico” - non mi sia mai arrivato segnale della sua esistenza nemmeno con, chessò, un articolo su Repubblica o similari). Sicuramente tutto questo divenne per me un decisivo sostegno in quel periodo infame - quello tra il 2016 e il 2017, dico - in cui lavorativamente parlando ne vidi di ogni genere.
Ovviamente ricominciai a comprare Topolino, ogni tanto quello di carta, e per alcuni mesi sono stato abbonato all’edizione digitale. E così venni a sapere di Valentina De Poli, all’epoca direttrice del periodico, la cui storica pubblicazione Mondadori era passata prima alla Walt Disney Italia e poi alla Panini. La De Poli aveva cominciato la sua esperienza nella corte dei paperi e topi giovanissima, negli anni Ottanta del secolo scorso ancora in periodo Mondadori, praticamente una factotum di redazione, per poi assumere maggiori responsabilità e compiti nel corso del tempo e diventare infine direttore responsabile, nella tradizione dei grandissimi che l’avevano preceduta (interessante questo fatto rimarcato nel libro: ci sono stati più esseri umani che abbiano calpestato la Luna, che direttori di Topolino…)
Immediatamente mi feci coinvolgere dalla stima e dalla fiducia che sentivo manifestarsi nei suoi confronti da parte del gruppo dei Ventenni; mi faceva simpatia la foto che illustrava il suo editoriale, vestita casual e coi piedi sulla scrivania (quando leggevo Topolino da bambino e da ragazzo non c’era un editoriale del direttore, men che meno una foto, anzi si faceva di tutto per ascrivere la paternità di tutta l’opera a Walt Disney, nemmeno gli autori potevano firmare le loro storie), e me ne fece anche di più quando la vidi al Salone del Libro di Torino, sorridente e indaffaratissima (no, non andai a conoscerla di persona, non volevo essere uno dei milioni di lettori che sicuramente andavano a romperle le scatole in quelllo che doveva essere un momento di gioia e soddisfazione ma anche di grandissima fatica).
Poi, alcuni anni dopo, inspiegabilmente venne licenziata in tronco. Le ragioni sono sempre rimaste oscure; non sembra che la sua direzione fosse così problematica, anzi. E il fatto che la carta stampata abbia fatto il suo tempo (e la Panini non è mai riuscita a cavalcare con profitto il medium dell’editoria elettronica, anche l’app per leggere Topolino ha sempre fatto pena), e che il fumetto da edicola, probabilmente, pure (oggi come ben sappiamo siamo nell’era delle graphic novel, vendute generalmente in libreria, o del fumetto-blog leggibile su internet) certamente non andavano ascritte a suoi limiti e difetti.
Adesso è stato pubblicato questo libro, in cui la De Poli racconta la sua esperienza con paperi e topi. Si tratta di un ottimo testo, scritto magnificamente, che offre notizie e informazioni su molti piani: il primo è ovviamente l’esperienza biografica di una ragazza ai tempi giovanissima entrata praticamente per caso in un mondo più unico che raro, quello della redazione della rivista di fumetti probabilmente più importante del mondo, e che è diventato parte della sua vita salvo un breve periodo in cui anche per tentare di risolvere qualche disfuzione emotiva (parla di attacchi di panico e terapia psicologica) si rivolse lavorativamente ad altre riviste. Un altro piano è quello dell’universo Disney italiano, che, va detto, è diversissimo da quello del resto del mondo. L’Italia è l’unico Paese in cui se si dice Disney si pensa al fumetto; sebbene anche altri Paesi abbiano prodotto fumetti Disney, soprattutto Danimarca e Brasile oltre che gli USA, solo in Italia, in virtù di una vecchissima licenza che fu rilasciata negli anni Trenta all’editore Nerbini, cui subentrò Mondadori, è stato possibile che la produzione autoctona diventasse più importante di tutte le altre, al punto da sopravanzare di molte lunghezze tutto quello che si sia fatto su carta nel nome di Disney nel resto del mondo, dove invece Disney vuol dire quasi solo cartoni animati e parchi di divertimenti. Le informazioni di cul la De Poli è prodiga, e che riguardano la produzione e il rapporto con autori e redattori, sono estremamente interessanti.
Interessantissime poi sono le analisi semiotiche e culturali dei fumetti Disney, sempre viste attraverso gli occhi di una persona che ci è stata e vissuta dentro. Non si può contraddire l’interpretazione che nel libro viene data della rivista Topolino, quella di un ponte generazionale che collega e riunisce culturalmente generazioni diverse e lontane di persone.
La situazione comincia a mostrare qualche crepa verso la fine del primo decennio Duemila. Nascono nuove modalità di comunicazione, i social network diventano il luogo privilegiato di aggregazione, oltre tutto producendo tempi di reazione ridottissimi e velocissimi; e, soprattutto, creano la polemica permanente, il terrore di fare e dire qualcosa di sbagliato o di offendere questo o quel gruppo d’opinione, la fissazione per la correttezza politica, il doversi fare millemila domande su quello che si sta facendo anche solo prima di scrivere una riga o appoggiare la matita a un foglio. Come ben illustra la De Poli (1) il momento di non ritorno furono i fatti del Charlie Hebdo, in seguito ai quali, per una copertina solidale mai uscita, la redazione del Topo venne presa d’assalto da una banda di diversamente intelligenti pronti appunto a fare polemica sul nulla (un esempio è il caso di Pierangelo Buttafuoco, il cui intervento sul Sole 24 Ore è riportato in esergo al capitolo). Racconta anche dell’incubo metafisico che fu essere a Disneyland Paris, per partecipare a un evento, nel momento in cui ci fu la strage del Bataclan, con tutte le attrazioni spente in un attimo, l’arrivo della polizia che bloccò tutto il parco proibendo a chiunque di entrare e uscire, la necessità di continuare in qualche modo la festa, ormai tutta sulle spalle degli animatori, per i bambini sconvolti e allibiti.
Questo è (quasi) tutto. La De Poli non approfondisce né polemizza le ragioni del suo licenziamento - chi volesse leggere il libro aspettandosi qualche rivelazione in questo senso rimarrà deluso - ma, dicendo che la prima cosa che fece fu di chiamare il suo avvocato, la seconda di portarsi via i documenti sensibili, lascia intuire che la cosa abbia avuto dei risvolti legali pesanti, probabilmente al di là della contrattazione di una buonuscita (che non so neanche se ci sia stata). Il libro, se si ha un minimo di interesse per il fumetto Disney italiano o per la vicenda esistenziale di una persona assolutamente fuori dal comune, va assolutamente letto.
Solo su una cosa non sono d’accordo. A Pag, 226 dice: “Lo so, lo so, il sergente Manetta non è più lui senza sigaro, ma alla fine ci siamo abituati, no?”
No, cara Valentina. Non ci siamo affatto abituati.
(1) A proposito: anteporre il “la” per citare una persona di sesso femminile nel mondo attuale pare appunto essere una delle cose che non si debbono assolutamente fare perché sessualmente discriminatoria eccetera eccetera. Mi spiace, magari mi prenderò del maschilista patriarcale fallocratico e sciovinista, ma per me si scrive così. Punto.
Non è quello che sembra, in effetti. Pensi di immergerti nella storia del fumetto "con cui ho imparato a leggere" ed invece _oltre ai ricordi, al "dietro le quinte" delle storie_ ti trovi dentro ad una storia che arriva al Bataclan e ad oggi. D'altra parte pensandoci, un fumetto così amato e con una vita così lunga non può spiegarsi soltanto con la bravura della redazione, dei disegnatori e dei direttori che si sono succeduti (tra cui Valentina de Poli) ma anche con una capacità di rimanere "aderente" al mondo, in qualche modo. È un compendio di editoria, passione e sogni con alcuni dolori di cui _forse_ l'autrice è stata piuttosto avara di particolari. Non per tutti.
Va detto che lo stile del libro è piacevolissimo ma tra le righe traspare anche la grande intelligenza dell'autrice, che tra l'altro sa mettere sùbito in maniera esplicita le carte in tavola, ovvero quanto questo libro (e forse tutto ciò che gira intorno al mondo Disney) giochi sul meccanismo nostalgico di "noi che siamo (stati) lettori di Topolino", quel riconoscersi parte di un insieme perché quell'insieme si radica in un immaginario condiviso nell'infanzia. E allora forse molta della piacevolezza del libro scaturisce proprio dal continuo avere conferma che ogni sua pagina parla proprio di quella storia lì, quella letta da piccoli direttamente sul settimanale Disney, o in qualche raccolta degli anni successivi; parla dei disegnatori (sempre in primo piano) e degli sceneggiatori (un po' più defilati nelle memorie dei lettori) i cui stili si è imparato a riconoscere, quelli che piacevano di più e quelli che piacevano di meno; e poi parla delle rubriche, delle copertine, degli eventi editoriali, dei gadget, e così via. Soprattutto si vede, anzi, si sente, si percepisce con vivido calore quanto l'autrice abbia amato tutto ciò che ha fatto, nelle sue luci e nelle sue ombre, nei suoi entusiasmi e nelle sue asperità. Il libro fa la spola tra il particolare della vicenda personale dell'autrice, prima redattrice e poi direttrice di Topolino e l'universale di tutte quelle storie pubblicate sul libretto che, indimenticabili o meno, hanno saputo raggiungere una platea di lettori vastissima. Questa ambivalenza del libro forse riflette la natura del fumetto Disney (o direttamente dell'intero immaginario Disney), al contempo istituzione canonica nella formazione di molti ma anche oggetto culturale relegato comunque ai margini della cultura "vera" (quella dei libri e dei film serî, seriosi, impegnati, adulti), anche perché da sempre e a tutt'oggi continua a pesare sul fumetto il marchio di prodotto di serie B. Ma è (per fortuna) grazie alla natura ibrida del suo argomento, il fumetto Disney, canonico ma marginale, ossequioso delle regole di "ciò che può essere detto" (ai bambini, poi) ma sempre lì lì sul punto di violarle, che questo libro può permettersi un tono confidenziale, vivace, giocoso, davvero libero, denso al contempo dei grandi sentimenti che legano l'autrice e i lettori alle vicende di Paperi e Topi ma anche di piccole analisi e pensieri su storie e autori che, forse, non sono "solo fumetti", ma anche qualcosina di più. L'autrice, nelle conclusioni (perdonate lo spoiler, ma questo è un saggio e allora forse si può fare), definisce Topolino un "ponte generazionale", ed è proprio per questo che il meccanismo del suo libro funziona, è per questo che il suo è un libro per tutti e non solo per vecchî nostalgici. Perché l'Italia ha finito per ospitare, per chissà quale capriccio del destino, la maggiore scuola del fumetto Disney tra le tante esistenti al Mondo, sia per quantità che per qualità. Insomma, le migliori storie di Paperi e Topi sono state proprio quelle prodotte nello Stivale, e a fianco di quelle nuove che escono mensilmente e settimanalmente c'è un immenso serbatoio a cui attingere, titoli da riproporre a getto continuo in raccolte più o meno tematiche, magari limitandosi a correggere (purtroppo, ma qui il dibattito è aperto) quei dialoghi e quelle immagini di un tempo che ai bambini di oggi si crede non vadano più mostrati (tipo i personaggi che fumano, o le armi brandite con troppa disinvoltura). Forse tutto questo un giorno finirà, e anche questo piccolo bel libro sembrerà una curiosità di inizio XXI secolo a quel punto scarsamente comprensibile. Se negli anni Novanta Topolino sfondava la cifra del milione di copie vendute a numero, oggi la diffusione è di gran lunga inferiore, e questo nonostante il recente boom del medium fumetto. Oggi sono altri i protagonisti e gli scenarî che parlano ai lettori grandi e piccoli, quindi nulla esclude che presto o tardi quell'immaginario radicatosi negli anni profondi dell'infanzia esca silenziosamente ma definitivamente dal palcoscenico della storia culturale, consegnato all'archeologia della cultura pop, come altri eroi del passato, per essere sostituito da nuove storie, nuove eroi, nuovi paesaggi e nuove idee, provenienti da chissà dove. Sarà un male? Chissà. Nel frattempo, magari proprio stimolati da questo libro, si possono riaprire le cantine o le soffitte dove sono conservati tutti quegli albi dalla costina gialla, e andare alla ricerca, nel mare magnum delle decina di migliaia di storie pubblicate, la stragrande maggioranza per forza di cose dimenticabili, qualche gemma da pescare, quelle storie (ce ne sono!) apprezzabili anche e ancora al di fuori del contesto, degli anni e dei luoghi in cui sono nate, là dove hanno saputo unire in una incredibile fusione le note e ferree regole del perbenismo disneyano, in cui tutto dev'essere lieto fine, con l'esplosiva e ribelle creatività degli artisti italiani.
mi ha fatto venire voglia di scendere in edicola e comprare topolino per rivivere anche solo per un secondo quella felicità dorata dell’infanzia (affectionate)
La leggenda familiare vuole che, in età prescolare, abbia imparato a leggere senza insegnamento, a furia di domandare a mamma e papà "Cosa c'è scritto lì?". La motivazione potente era data dal desiderio di decifrare i baloon dei topi e dei paperi, che già in quei teneri anni mi attiravano assai più dei disegni. L'incipit della De Poli, che inizia la sua autobiografia professionale proprio dalla ricorrente frase "Ho imparato a leggere con Topolino", quindi, mi ha colpito dritto al cuore. Ma che ci volete fare, l'educazione paperopolese l'ho avuta pure io, che alle cinque di mattina svegliavo spesso tutta la famiglia ridendo sguaiatamente sui miei amati "Classici di Walt Disney" (perchè il Topolino settimanale, con tutte quelle pubblicità e le pagine di non-fumetto, mi piaceva il giusto). Fu sempre il Topo, peraltro, a sancire in modo simbolico il passaggio all'adolescenza, quando tredicenne vendetti pezzo a pezzo la mia collezione a un amico appassionato come me, ma con più soldi in tasca. Mentre lo facevo, se una parte di me si sentiva molto adulta nel liquidare così le vestigia dell'infanzia, un'altra già sentiva mordere un sordo senso di colpa, manco fossi un Papergiuda con trenta sporchi dollari fra le mani.
Ecco, vedete? A parlare di Topolino si cade nell'autobiografismo, su cui ben ironizza l'ex-direttore (al maschile, nelle sue parole) del più importante fumetto italiano, e nel quale peraltro lei stessa cade. Perché, adescandoci con Paperopoli e Topolinia, la De Poli ci parla di sé e della sua storia professionale. Lo fa con una prosa chiara, pulita, giornalistica ma non arida, così vicina allo stile delle vignette del Topo, sulle quali davvero c'era da imparare l'Italiano. E lo fa svelandoci il "dietro le quinte" di Topolino, con i nomi e i volti di autori e disegnatori, e con capitoli tematici che, intrecciandosi con l'evoluzione della sua carriera, permettono di osservare il mito da punti di vista inediti e per molti versi affascinanti.
Col procedere del racconto, tuttavia, il libro perde il papero-centrismo per diventare racconto organizzativo, in cui i cambi di sede, di proprietà, di ruoli, di colleghi, la fanno assomigliare a quella che inevitabilmente è: la storia di una professionista e di un'azienda, come tutte unica e normalissima allo stesso tempo.
Saggio scritto dal punto di vista sia del lettore amatoriale sia da quello di chi vi lavora. Chiunque abbia mai letto anche solo una storia di topolino scoprirà che le proprie intuizioni a riguardo - ritenute brillanti e originali - non fanno che parte di un immaginario collettivo ben ampio.
Avrei voluto molto di più sulla fine della storia di De Poli come direttrice, ma davvero emozionante e pieno di dettagli succosissimi (e di quadri umani meravigliosamente spietati). Super consigliato!
Il libro è molto simpatico ed è divertente conoscere il lato nascosto di un mondo che in qualche maniera è stato presente nella vita di tutti. Trovo però che l'autrice sia stata poco coraggiosa nel confrontarsi con i fan online, che spesso sono nerd conservatori convinti che le storie della loro infanzia fossero sempre migliori, sempre pronti a gridare alla "censura del politically correct". Nel libro se ne parla troppo superficialmente e con troppa diplomazia.
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É molto diverso da come mi aspettavo, ma ho apprezzato tanto l’approccio memoir, che mi ha riportato indietro di 20 anni, quando conoscevo l’autrice solo attraverso le pagine di Witch. É stato bello scoprire di essere un po’ nostalgiche allo stesso modo.
Fin dalle prime pagine, mi sono ritrovato catapultato indietro di dieci, quindici anni, con un misto di affetto e nostalgia. Topolino ha il compito di divertire, ma soprattutto di aprire la mente, stimolare il pensiero laterale, e formare l’ironia e le connessioni, per sviluppare il senso critico e l’immaginazione. Alcuni spunti interessanti che ho trovato leggendo: - Avere un’idea è solo l’inizio; il vero lavoro richiede talento, pratica e conoscenza approfondita dei personaggi e dell’essere umano. - Chi scrive ha il potere di decidere quali corde del sentimento del lettore toccare, mentre i personaggi seguono le indicazioni date. - Topolino trova il giusto equilibrio tra fantasia e realtà, mantenendo intatta la credibilità dei personaggi nel tempo. - Per scrivere Topolino è fondamentale conoscere i personaggi e la loro tradizione, senza restare bloccati dalla tradizione stessa, ma anche padroneggiare vari generi narrativi. - Topolino è un ponte tra generazioni e un dono da mantenere vivo, passando il testimone senza presunzione di sapere la formula magica del giornale.