Le parolacce sono i palliativi verbali delle molteplici miserie e angosce che segnano l’umano arrancare. Con vivacità e ironia, il volume racconta la storia del colorito frasario volgare e mostra che il linguaggio basso e sprezzante, per la sua straordinaria potenza emotiva, esiste da sempre. Negli ultimi decenni, però, il turpiloquio ha infranto le barriere che ne regolavano la circolazione: non è più “una cosa da uomini” né una risorsa espressiva di uso marginale, ma è sconfinato dal privato al pubblico, nella fluviale comunicazione social e perfino nel dibattito politico. Ecco perché la nostra è stata definita «l’epoca d’oro dell’ingiuria».
Nato a Roma, Pietro Trifone è professore ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Roma “Tor Vergata”, dove coordina il dottorato di ricerca in Studi comparati: lingue, letterature e arti.
Le sentiamo, le diciamo e le leggiamo quasi tutti i giorni, pronunciate o scritte, dall’intento giocoso o ingiurioso: sono le parolacce, realtà importante e imbarazzante al tempo stesso di ogni lingua. Accademico della Crusca e professore all’Università di Tor Vergata a Roma, esperto del vernacolo romano – un dialetto che ha dato e continua a dare un contributo lessicale consistente all’italiano, turpiloquio compreso – Trifone mette in campo le sue competenze di filologo e lessicografo per risalire alle origini di alcune delle parole più imbarazzanti della nostra lingua ed esplicitarne gli usi. Dal volumetto, emergono considerazioni come questa: il nostro presente non è contrassegnato da un uso maggiore delle parolacce in assoluto, quanto piuttosto da un uso disinvolto delle volgarità anche in alcuni contesti che richiederebbero (e che tradizionalmente hanno esibito) un linguaggio più controllato, come la stampa, la televisione, il dibattito politico, le situazioni ufficiali e le comunicazioni pubbliche (anche via social network). Del resto, anche grandi autori della nostra lingua hanno fatto ricorso alle parolacce: da quelle famose di Dante nella Commedia a quelle di Giacomo Leopardi nei suoi carteggi privati. Insomma: il contesto risulta cruciale per discernere l’uso di parole che possono avere funzione liberatoria e scherzosa, ma anche offensiva e prevaricatrice.
Un'interessante cavalcata attraverso la formazione e lo sviluppo delle parolacce della lingua italiana. Un libro scritto con un linguaggio non troppo accademico che si legge, per chi è curioso del genere, piacevolmente e scorre bene.