Due storie parallele: una fatta di gesti goffi e parole sgraziate o volgari, considerata ora con l’occhio compassionevole di chi in altri tempi andava dalla città a far visita ai parenti di campagna ora con lo sguardo analitico del folklorista o dello psichiatra; l’altra, una storia di parole potenti e gesti efficaci, descritta con un distacco che si direbbe sostenuto dal timore reverenziale (vedi sotto). Da una parte Pacciani e i suoi amici, famigliari, conterranei, compagni di merende e analoghi marginali della provincia toscana, colpevoli di crimini contenuti tra le ben definite pagine del codice penale; dall’altra una dimensione parallela di ultramassoni, agenti segreti, intoccabili di vario genere, dediti a operazioni esoteriche o politico-esoteriche di manipolazione del tessuto naturale, sociale ecc. mediante sacrifici umani e atti di guerra psichica.
Nessun punto di contatto ‘reale’ fra i due mondi: solo rare sovrapposizioni che sembrano più espedienti narrativi (il contatto, l’incastro ci ‘deve’ essere, altrimenti il racconto non starebbe insieme) che reali nessi di causa-effetto.
In sostanza: da un lato il paesaggio umano in cui sono stati commessi i delitti del mostro, dall’altro la mente calcolatrice e la mano onnipotente che quel paesaggio hanno modificato; da un lato la cieca e oscura materia arrendevole, dall’altro la forma che su di essa cala senza pietà e recide la carne superflua.
Il primo problema di questa impostazione mi pare narrativo: mettere all’opera una forza onnipotente in un contesto fragile equivale a versare un’autocisterna di acido in uno stagno — l’ecosistema viene distrutto. Questo vale, credo, anche per un ecosistema narrativo: a un certo punto i capitoli dedicati alla descrizione dei delitti del mostro e agli interventi di manipolazione e depistaggio delle indagini diventano prevedibili.
Il secondo problema mi pare più vasto e più grave e riguarda l’atteggiamento nei confronti degli eventi narrati (e di alcuni di essi in particolare) che il racconto proietta/suppone nel lettore. Gli atti del ‘mostro’ (vale a dire del ‘sistema mostro’, della ‘macchina mostro’) sono onnipotenti: nessuno riesce ad anticiparli, a contrastarli, a ricostruirne la dinamica e individuarne gli agenti; e si situano in un contesto del tutto passivo di fronte all’aggressione, inoffensivo e ricettivo a ogni azione. Direi che si tratta di improvvise, violente, irresistibili emergenze verticali in un cosmo orizzontale, piatto, inerte. Se le cose stanno così, manca ogni reale rapporto (se non quello, unidirezionale, di manipolazione e ferimento) tra l’elemento verticale e quello orizzontale. Non ci sono resistenza, lotta, reazione; in una parola non c’è dialettica, di nessun tipo. Resta solo l’orizzontalità segnata, squarciata per sempre dall’emersione verticale. Cosa resta al lettore? Direi che posto di fronte a un paesaggio desolato in cui spiccano tenebrosi idoli crudeli (vere e proprie irruzioni nella sfera terrena di poteri oltrenaturali — umani, lo sappiamo, ma all’atto pratico oltreumani), posto di fronte a monumenti di tale evidenza e potenza, può soltanto ritrarsene inorridito oppure affascinato venerarli.
Alla fine mi pare che si produca un racconto che è pura ‘cratografia’ (ricalco il termine da ‘pornografia’, sostituendo «porne»/«prostituta» con «kratos»/«forza, potenza»), cioè una rappresentazione di atti potenti fatta con lo scopo di stimolare nel lettore… il senso del sacro? il bisogno di un fondamento saldo? il fascino dell’estremo e del sublime (magari di fronte al pittoresco della degradata campagna toscana)? il timore vertiginoso e seducente che ogni rottura dell’ordine consueto, ogni manifestazione dell’Oltre e dell’Altro porta con sé? Sia come sia, questi monumenti di potenza, questi elementi cratografici non sono parte di un discorso — anzi, rompono ogni discorso, lo interrompono, impediscono ogni discorso futuro (arriverà sempre qualcuno col tesserino o il codice o la parola d’ordine giusti e riscriverà il passato, svierà il presente ecc.).
Credo che questa incompatibilità fra il motore del racconto e l’essenza del discorso sia un elemento problematico.