L'Anno delle Volpi, nelle parole del vecchio Esmeraldo Salacca, è "un anno fatto per quelli che hanno gli zampini bianchi e le orecchie a punta. Un anno di miracoli e prodigi". Già, ma che vuol dire? Dev'essere una di quelle faccende della Val Lemuria, senza capo né coda, che possono capitare soltanto lassù in "quella specie di tasca in mezzo alle montagne dove la mano della realtà fruga di rado". Perché la Val Lemuria è un posto decisamente strano, dove è facile fare qualche brutto incontro: una casa carnivora, il tuo doppelgänger o magari uno zoticone come il Bellesecche. Insomma, non c'è da stare tranquilli, eppure i suoi abitanti non si preoccupano affatto e continuano imperterriti a bere, innamorarsi, tradire, giocare a carte... e naturalmente a raccontarsi storie.
Ho concluso ieri il nuovo volume di Cristiano Demicheli, “L’anno delle Volpi – Un armanacco da Val Lemuria”. Me lo sono gustato, come un buon vino. Sarebbero moltissime le cose da dire su questo romanzo, sui personaggi che popolano queste pagine colte, raffinate, divertenti, talvolta inquietanti, spesso bislacche, un libro fatto di mesi e stagioni e gente, e poi di cucina, superstizioni, dialetto, nostalgie, creature, amori, alcool, sbronze… Mi limiterò a dire che durante la lettura un pensiero ha attraversato più volte la mia mente: “Diamine, quanto vorrei essere lì, seduto al bar dell’albergo Moderno di Tolengo, con Cap e Bastiano e Zangrandi, a bere, spettegolare, ascoltare e raccontare strane storie, magari spilucchiando una coscetta di pappagufo…” L’ho pensato anche poco fa, mentre stavo buttando giù questa mini-recensione, poi... ho chiuso un attimo gli occhi, li ho riaperti… ed eccomi qui. O lì. Non saprei. Val Lemuria, un luogo come tanti... O forse no? Poco importa: la tavola è imbandita, il vino c’è, il pappagufo in umido pure, una fetta di primosale al pepe di Macchiolo che non guasta… E chi m’ammazza? L’alcool, probabilmente. Butto giù un sorso e in lontananza rimbomba un tuono, i vetri delle finestre tintinnano, tremano… Un rumore che fa paura, forse non è un tuono, no, è come se qualcuno avesse spalancato e poi sbattuto un gigantesco portone nel cielo. Corro in bagno, ma appeso su una parete c’è uno strano specchio, e d’istinto so che se mi piazzassi lì davanti il mio riflesso non mi piacerebbe, non mi piacerebbe affatto. Torno al tavolo, meglio. I vetri delle finestre seguono a tintinnare. Non ci faccio caso, mi concentro sul pappagufo. E in fondo, mi dico, tutto questo non è reale. O forse sì? Bah, ma poi cos’è “reale”? A volte, realtà e fantasia si confondono. A volte, alcuni luoghi immaginari sono più vividi e veri dei luoghi che bazzichiamo quotidianamente. Quindi resto ancora un po’ qui, in Val Lemuria. Ché mi ci trovo bene. E consiglio a tutti voi di farci un giro: le storie, il buon cibo e il vino, vi garantisco, non mancano mai.
Quando ho preso questo libro al Salone di Torino avevo delle altissime aspettative e in parte le ha rispettate. L'autore ha creato un paese immaginario con i suoi usi e costumi e mi è piaciuto molto, ma la storia in se non mi ha colpita. Peccato.
Seguito ideale di Cronache dalla Val Lemuria, questo L'anno delle volpi è un libro al contempo simile ma assai diverso dal suo predecessore. Diverso perché, primo, si tratta di un unico romanzo corale in cui seguiamo la vita quotidiana di un nutrito numero di pittoreschi abitanti della cittadina di Tolengo per la durata di dodici mesi, e non di un libro di brevi racconti autoconclusivi. E secondo, perché l'elemento weird e horror, vera anima delle Cronache, qui passa decisamente in secondo piano, facendo capolino più che altro attraverso i racconti degli abitanti della piccola cittadina, il suo ricchissimo folklore e tutta una serie di piccoli episodi che sono lì più che altro per fare colore. Di simile, invece, ci proietta nuovamente in quelle stesse ambientazioni misteriose e d'altri tempi, quasi rurali, accompagnandoci con quella goliardica ironia nella scrittura che aveva reso il volume precedente, e ancor di più questo "seguito", un vero piacere da leggere, continuamente a metà tra raffinata eleganza e puro divertimento. Leggere L'anno delle volpi rappresenta un vero tuffo in un nostalgico passato, nella vita lenta, semplice e sotto molto punti di vista felice e rassicurante, di una piccola cittadina di provincia e dei suoi abitanti, che oggi non può che sembrarci così distante... Una vita dominata dai dialetti, dalle superstizioni, dalle chiacchere e dai pettegolezzi, dagli amori, dai misteriosi racconti di chi ha più anni sulle spalle rispetto a noi, dalle partite a carte al bar (vero centro dell'intero racconto) davanti a qualche bicchierino, spesso di troppo, circondati sempre dagli stessi visi, amici o disprezzati che siano, che sappiamo ritroveremo sempre anche il giorno successivo, con tutto il loro carico di passioni e idiosincrasie. Un libro capace di farci divertire e farci sentire in pace con il mondo, tra le strade di una cittadina immaginaria cui è difficile non pensare come a una nostra seconda casa.
Un buon romanzo è un posto dove ti piace stare. Capiamo di stare leggendo il libro giusto quando non vediamo l’ora di tornarci, all’inizio o alla fine della giornata, negli spazi vuoti delle nostre agende, quando aprirlo è come spingere la porta del nostro locale preferito, farci investire dal calore e dall’odore di birra vecchia e umanità e per un po’ dimenticare la pioggia che ci aspetta all’esterno.
“L’Anno delle Volpi” porta questo assunto alle estreme conseguenze. E’ un romanzo scandito in dodici capitoli corrispondenti ai mesi dell’anno in cui l’unico motore narrativo è il trascorrere del tempo. Un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, passiamo un anno tra le nebbie della Val Lemuria nell’ostinata assenza di una trama, in un accumularsi di episodi dove le più banali occorrenze della vita quotidiana hanno la stessa importanza delle leggende, delle apparizioni mostruose, degli specchi stregati e dei giganti meccanici cannibali che popolano la valle.
Cristiano Demicheli pone il lettore non nei panni di un eroe mitico impegnato in una quest fondamentale per se stesso e per il mondo, ma lo assimila a un qualunque abitante della Valle in un qualunque giorno della sua vita. Ci invita a prenderci un anno sabbatico in Val Lemuria e ad affrontare la lettura con la stessa curiosità con cui si affronta il presente: non ingannandoci nell’attesa di un evento eclatante o catartico, ma affidandoci al flusso delle piccole cose, costruendo l’attesa sulla prossima storia che ascolteremo, sull’ennesima svolta di una vita che, di cambiamento in cambiamento, sta tornando esattamente al punto di partenza.
E se il suo libro terrorizza, diverte e conforta, quando lo chiudiamo e solleviamo gli occhi sul mondo potremmo farci una domanda che può essere la più oziosa o la più pericolosa: narcotizzati dalla routine e dal mito di una realtà che non si può cambiare, quante cose non stiamo vedendo, a quante non stiamo dando importanza quando dovremmo?
Gli ebrei con la Bibbia facevano Midrash. Lo spiego male: perché il testo sacro diventasse parte della vita, inventavano storie. La Bibbia era il punto di partenza per altre narrazioni, considerate tutte di pari dignità, necessarie per attualizzare, semplificare, riempire vuoti. C'è chi ipotizza che alcune parti discordanti dei Vangeli sinottici siano nate con questo metodo. Ebbene, L'anno delle volpi di Cristiano Demicheli è un libro su cui fare midrash. È veramente una tentazione per chi ama scrivere: si potrebbe fare una raccolta di agiografie, un bestiario, in trattato di architettura, un ricettario di Val Lemuria... L'autore ha inventato un mondo, perfettamente coerente e realistico nel suo essere fantastico. Un mondo che genera mondi, in cui si viene inglobati, si diventa personaggi, si brinda dal Cap mentre Susanna ci sbircia, si discute col Professore, si sparla di Lella. Un libro scritto benissimo, intriso di sapiente ironia, dai titoli alle note a piè pagina, quale non troverete neppure in un romanzo umoristico. Un mondo in cui, anche se forèsti, saremo i benvenuti. Un libro da leggere, da vivere e da usare come stimolo per almeno cento libri, tutti da lasciare nel cassetto. Se poi, smaltita l'ebbrezza per questo proliferare di storie e di vite, Cristiano Demicheli vorrà davvero immedesimarsi in don Olindo per scrivere il Compendio dei miti e dei costumi antichi della Val Lemuria, gliene saremo tutti immensamente grati...
Questo libro è molto particolare, per trovarlo devi scavare in una nicchia dentro un'altra nicchia e così via in una serie di scatole cinesi.
Praticamente l'ho scoperto per caso perché da un paio d'anni mi sono appassionato alla letteratura Weird, ho scoperto la casa editrice Hypnos che fa tanta bella robetta che mi piace, ho trovato questo libro e il suo predecessore: "Cronache dalla Val Lemuria" e li ho presì un po' così, sulla fiducia.
Non amo molto il genere dei racconti a meno che non abbiano dietro una bella idea e infatti non ho apprezzato molto "Cronache della Val Lemuria" ed ero titubante dall'iniziare questo romanzo ambientato negli stessi luoghi, alla fine l'ho fatto e... ho fatto bene, ma con dei ma.
Il libro ha la caratteristica di essere dannatamente ben scritto. E' proprio piacevole da leggere e le atmosfere da "paese" che evoca sono bellissime, direi appaganti. Seguire le vicende dei vari personaggi, ben caratterizzati, nel corso di un anno intero è stato piacevole. Non c'è una storyline orizzontale ben definita e questo potrebbe scoraggiare molti, nonostante ciò la cosa non mi è pesata per niente.
Mi sono pesati decisamente di più i voli pindarici con descrizioni minuziose di elementi folkloristici di questo paese inventato. Pagine e pagine di nozioni su usanze, modi di fare e bizzarie che ammetto aver trovato molto noiosi. Avrei preferito molto di più seguire le vicende dei personaggi piuttosto che degli oggetti o dei paesaggi.
Non saprei bene a chi consigliarlo ma se vi va di concedervi un po' di piacere di leggere in compagnia di simpatici tizi da bar e assaporare un po' di nostalgia dei tempi che furono di un paese dove in realtà non avete mai passato nessun tempo allora è il libro che fa per voi.
Questo di Demicheli è un libro che rinfranca e fa stare bene. Ti mette addosso anche un pizzico di nostalgia, prendendoti per mano e trasportandoti misteriosamente negli anni della giovinezza, ma ti regala tanta serenità.
Questo è ciò che ho sentito immergendomi nella piccola comunità di Tolengo e nel bar frequentato da una miriade di personaggi unici: Cap il barista, Bastiano, Zangrandi, Jolanda, la Lella, la dottoressa di città, il vecchio Esmeraldo e tanti altri. Anche le comparse ti rimangono impresse, come Amelia, una ex di Bastiano, una ragazza di città che poteva essere bella oppure onesta, mai entrambe le cose. C'è un po' di follia in questi personaggi che scalpitano in un'atmosfera surreale degna di Pennac, eppure è difficile non sentirli vicini. Io ho rivisto gli anni del divertimento, passati a fare comunella in un pub al confine tra Rimini e Riccione, un ritrovo che era diventato come una casa. Per certi versi mi sono immedesimato con Bastiano, col suo sentirsi una rarità, diverso dagli altri, con le sue incertezze che sono la somma di un'unica grande certezza e verità, la consapevolezza che con la vita e il mondo non ci puoi combattere e sperare di spuntarla come la vuoi tu. Spesso ci si deve accontentare e farsi scivolare le cose addosso, facendosi trasportare dal corso delle stagioni.
Io lo consiglio davvero, è un libro divertente e allo stesso tempo profondo, scritto in modo magnifico dall'autore. Fate e fatevi questo piccolo grande regalo: L'anno delle volpi.
Un atto d'amore verso la propria terra, questo è "L'anno delle volpi", e in questi casi la trama non serve, perché bastano i personaggi, le loro abitudini, i loro dialoghi da discorsi di tutti i giorni, a creare un quando, un dove ed un cosa. Che ci sono, nel libro, ma sono quasi totalmente avulsi da ogni contesto e contatto esterno da poter essere la vita di una persona qualsiasi in un qualunque paese di provincia in un anno qualunque. E durano un anno le (non) vicende raccontate (o meglio, forse, riportate). Il luogo è il bar di Cap, Tolengo, Val Lemuria, luogo immaginario della Liguria. Ogni giorno, per ogni mese, le (solite) persone frequentano il bar e sono loro a raccontare quello che accade, che siano le loro vite, che siano stralci di storia locale, che siano leggende e tradizioni. Ed è così che, piano piano, Demicheli crea il suo mondo, e dopo poche pagine il lettore è dentro il libro, seduto su uno sgabello del bar, tra conoscenti, non partecipa attivamente ai discorsi ma sa di chi e di cosa si parla. I giorni passano, così fanno anche i mesi, le giornate e gli avvenimenti si ripetono in maniera quasi frattale: le abitudini quotidiane, gli eventi tradizionali. Anche gli avvenimenti unici sembrano destinati a ripetersi: chi si fidanza si lascia, poi si riprende per chissà, forse lasciarsi ancora; chi litiga fa pace ma smetterla di stuzzicarsi è difficile, per cui chissà anche in questo caso... e così il libro termina con l'impressione che l'anno nuovo non sarà tanto diverso da quello precedente. O forse no. Perché tra le righe del libro, tra un bicchiere ed un altro di amaro, tra un sussurro ed una carta giocata, si insinuano storie strane, forse vere forse no, che hanno un che di sovrannaturale. D'altronde, siamo in Val Lemuria, e questo è l'anno delle volpi, "un anno fatto per quelli che hanno gli zampini bianchi e le orecchie a punta. Un anno di miracoli e prodigi." Unica nota negativa, dovuta alla casa editrice e non all'autore: dal retro del libro sembra di approcciare un libro a metà strada tra l'horror ed il weird. Non è così: c'è un po' di weird, ma il libro è di tutt'altro genere.