Metto un numero di stelline a caso, che mai come questa volta significano zero.
Mi sono trasferita dove vivo ora quasi vent'anni fa. Al buio, zero lavoro, zero amici. Comincio a frequentare l'unica libreria esistente, divento amica della libraia, passo lì pomeriggi interi seduta su uno scaffale accarezzando Paco, il cane. Ora non esiste più né il cane né la libraia. In questo luogo delle meraviglie conosco, con in tempo, una ragazza. Un paio d'anni più di me, intelligente, stessa passione comune per la lettura, ottima scrittrice, ironica, schiva, molto schiva. Leghiamo tanto, subito, iniziano gli spritz in spiaggia e lei zoppica. Zoppica ogni spritz di più. Abbiamo trent'anni e il mio unico pensiero è godermi finalmente l'estate in una località di mare, la malattia è distante anni luce dal mio mondo, ogni tanto butto lì un 'fatti vedere sto ginocchio che non è possibile'. Povera stupida. Passa un po' di tempo, noi siamo sempre più legate e lei è sempre più taciturna. Cammina sempre con maggior fatica e io no chiedo finché, a pranzo, un mercoledì, ricordo ancora, al dessert mi dice che ha la sclerosi multipla. Non parlo più, mi scendono due lacrime, e a lei tocca pure il compito di rassicurare me, di spiegarmi, imparo cose, chiedo spiegazioni che non esistono. So che la tac annuale è il suo periodo peggiore, perché il bianco è il colore del danno.
Ho letto questo libro con un totale distacco e un totale rifiuto, come il padre della protagonista, perché io un po' di queste cose le conoscevo e non volevo conoscerle ulteriormente. La Mannocchi è diversa dalla mia amica, ovvio, alcuni pensieri invece sono comunissimi. Ci ho messo una vita a finire questo libro, troppo doloroso, e vorrei farlo leggere a lei, ma non mi decido a parlagliene, il mio solito pudore di chi sa di essere molto fortunata.
Non so se mi leggerà qui sopra, so che non le farà piacere che ho parlato di lei, non sia mai che le capiti di essere al centro dell'attenzione per più di 30 secondi. Mi fa molto ridere, e ridiamo ancora quando ci vediamo però non la vedo da un anno perché il mio timore di passarle anche solo un raffreddore fa sì che dobbiamo sentirci a distanza.
Avrebbe potuto scriverlo lei, ne ha le capacità e la sensibilità. Ho pensato a lei tutto il tempo ed è per questo che non posso giudicare questo libro e neppure voglio. Una che si è esposta, che ci ha reso partecipi non tanto della malattia, ma dei pensieri che le affollano la mente ogni notte merita rispetto, non stelline.