Recensione a cura della pagina instagram Pagine_e_inchiostro:
In Campo di pietra, Jansson costruisce un romanzo sobrio e delicato, in cui la parola e il suo uso corretto diventano il perno centrale.
Jonas, scrittore vedovo e solitario, si rifugia con le due figlie sulle isole Åland con l’intento di lavorare alla biografia di un magnate dei media, un uomo che disprezza profondamente e che incarna tutto ciò che per lui è corruzione linguistica e manipolazione del suo significato.
Jonas ha dedicato la vita alla precisione del linguaggio, alla ricerca della parola giusta, inscalfibile e chiara. Ma ora, davanti a quel manoscritto, le parole gli sfuggono e la scrittura, più che un atto creativo, diventa una prigione, facendo di lui un uomo inetto. La stessa ossessione, che lo ha reso un professionista rigoroso, lo ha reso anche un uomo difficile e distante, incapace di vera intimità: con la moglie, con gli amici che non ha più, e soprattutto con le figlie, Karin e Maria, che ancora cercano un contatto con lui.
Il protagonista si confronta in particolare con le abitudini linguistiche delle figlie, che lo infastidiscono, salvo poi scoprire che sono eco delle sue stesse abitudini giovanili. Un piccolo cortocircuito che rivela quanto le relazioni e i comportamenti siano circolari e spesso inconsapevoli.
Jansson ci mostra Jonas come un uomo tipico del suo tempo, segnato dalle ferite della guerra e da un’educazione che non gli ha mai insegnato a comprendere o esprimere le emozioni. È abituato a farsi servire, sminuisce le donne della sua vita, ha un rapporto superficiale con le figlie; ma durante la vacanza qualcosa si incrina: l’osservazione attenta della quotidianità, l’ascolto e l’attenzione aprono uno spiraglio di comprensione di se stesso e degli altri.
Campo di pietra è un romanzo breve, ma denso. Ogni personaggio sembra rotolare, come le pietre del campo dietro la casa estiva, in cerca di una posizione stabile, senza mai trovarla, ma sempre onestamente provandoci.
Jansson non fa prediche, ma accompagna il lettore con grande fiducia nella sua intelligenza, lasciandogli il compito di osservare, intuire, leggere tra le righe. La forza del romanzo sta proprio in questo: nel mostrare e non spiegare, nell’arte sottile di costruire personaggi vividi, fatti di luci e ombre, con rapide pennellate date con maestria.