Gerardo Spirito, IL LIBRO NERO DELLA FAME, Moscabianca Edizioni.
"Nessuno dovrebbe avere pietà delle sofferenze altrui. Nessuno ne ha il diritto... Il Signore non si sostituisce mai a noi. È come un vento che arriva, scuote e poi scompare".
Un libro tanto duro quanto necessario, questa raccolta di Gerardo Spirito. Si parte da una palude fangosa per concludere in una cavità oscura della montagna. Un viaggio verso l'alto che non è salvezza, elevazione, ma un percorso che porta alla coscienza del nulla che ci circonda, che siamo. I vari racconti sono collegati da facce consunte, ventri scavati dalla fame, rapporti malati che in parte mi hanno ricordato Voragine di Andrea Esposito. Ma il vero collante di ogni frase è il bosco, la macabra sfilata di tronchi contorti, alberi spogli simili ad ossa, paesaggi squallidi, appestati da una rogna penetrata in profondità. Vissuti eppure invivibili. Un libro che racconta tanto, ma è anche, in modo a volte preponderante, descrizione spietata, dettagliata, macabra. Un paesaggio che prende il sopravvento sulle storie, le inghiotte, trascina il lettore attraverso tratturi impervi, tra frullare di ali di taccole e guaiti di cani rognosi, su, verso la cima e poi giù, nelle viscere della montagna dove ci sarà... nulla. Proprio nulla. Una riflessione profonda sulla miseria umana, ma anche sul male che può portare un eccesso o un difetto di fede. La scrittura, ricca e precisa soprattutto nelle frequenti descrizioni, non lascia scampo al lettore: meglio non cercare speranze o momenti consolatori. Anche le case sono umide, scrostate, il sole è sempre nascosto, l'aria gonfia di fuliggine, l'acqua ammorbata. Se c'è qualcosa da mangiare è secco, insipido e sempre scarso. Un libro che non è di certo per tutti, ma può accontentare lettori esigenti che cercano nelle pagine momenti significativi, a tratti disturbanti ma carichi di significati profondi e metafore non scontate della realtà.